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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

2 Ottobre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La Passione

La Passione
Carlo Mazzacurati, 2010
Fotografia Luca Bigazzi
Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi, Stefania Sandrelli, Kasia Smutniak, Maria Paiato, Marco Messeri, Giovanni Mascherini, Fausto Russo Alesi.

Questa volta manca la giusta distanza. Mazzacurati (La giusta distanza, 2007) affronta un tema di per sé già consunto – il regista in crisi di ispirazione e in contrasto con le “leggi” del cinema commerciale – e per di più si adegua, sul versante espressivo, al livello del referente. Il risultato fa pensare ai giochi infantili, dei bambini che dicono: «Io ero lo sceriffo», «Io ero il pellerossa». Ma il cinema western è un’altra cosa, compreso quello italiano. Cast ultradignitoso, fotografia di livello assoluto. E però i momenti più significativi del film sono in alcune osservazioni comiche, prese dalla vita minuta, come i bicchieri di carta del distributore d’acqua, il divano-letto che non si vuole aprire, il telefono cellulare che non ha campo, il presentatore  (Guzzanti) che recita il Meteo televisivo quasi fosse un testo del teatro classico (satira esilarante). Proprio Guzzanti viene chiamato, in emergenza, a interpretare la parte di Gesù nella sacra rappresentazione paesana (un paesino della Toscana) del Venerdì Santo. E questo, per paradosso, diverrà il momento culminante dell’arte registica di Gianni Dubois (Orlando), il quale, mentre fallisce nel progetto di un film finalmente con l’attrice-diva televisiva (Capotondi), deve accettare di mettere insieme in pochi giorni la rappresentazione della Passione. La proposta viene dal sindaco del paese (Sandrelli), come risarcimento del danno procurato dallo scoppio di un tubo dell’acqua della casa di Dubois ad un affresco cinquecentesco di Masolino Del Cardo. A Gianni dà una mano Ramiro (bravo ancora una volta Battiston), ex galeotto in cerca di riscatto, ma la finzione stenta a decollare. Apprezzabile la particina di Kasia Smutniak,  barista straniera e, per l’occasione, sensibile Maddalena. Orlando ce la mette tutta, ma è prigioniero di un personaggio troppo esile e prevedibile.

Inception

Inception
Christopher Nolan, 2010
Fotografia Wally Pfister
Leonardo Di Caprio, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Marion Cotillard, Ellen Page, Tom Hardy, Cillian Murphy, Tom Berenger, Michael Caine, Lukas Haas.

Morire, dormire, sognare forse (William Shakespeare). O se preferite: Non era la prima volta che si buttava dalla finestra (Carmelo Bene). Sulla profondità del sogno e sul rapporto del sogno con la “realtà” i temi della scienza e della cultura formano da molto tempo una catasta enorme. La raccolta rischia di non essere più produttiva se non differenziata. I cumuli al lato delle strade finiranno per intralciare il traffico. Nolan individua tre livelli del sogno e prefigura il pericolo di un torpore non più vitale, una vecchiaia in attesa di niente più che della morte. A meno che non si riesca a “liberarsi” del velo onirico riacquistando la padronanza di sé. Resta comunque, dice il film, il dubbio della differenza tra “realtà” e sogno. Dire queste cose col cinema è giocare in casa, dato il potere fantastico da sempre riconosciuto alle immagini fotodinamiche montate. E tanto più la situazione vale per il regista di Insomnia (2002), The Prestige (2006) e del Cavaliere oscuro (2008). Nolan non fa che continuare il suo viaggio per le vie dell’”incertezza” interiore affidando  stavolta principalmente alla maschera (e alla bravura) di Di Caprio – attore non nuovo al problema della traduzione espressiva di sensazioni e problematiche intime e misteriose (Shutter Island, Scorsese 2010, è il più recente esempio) – la gestione del filo di una storia che, via via, cresce su se stessa, monta e poi si smonta, fino a sciogliersi in un finale di una banalità scontata quanto “necessaria”. Sì, perché in sostanza Cobb, abilissimo ladro di segreti mentali, è costretto a spingere all’estremo la sfida al subconscio altrui per via di un suo proprio segreto famigliare, di un suo rapporto non risolto con la moglie e con i loro due bambini. Spionaggio industriale, dramma di coppia e sperimentazione “scientifica” si mescolano in chiave spettacolare, in un impasto di thriller/azione fantascientifica e giallo romantico, tenuto insieme da una fitta impuntura di “spiegazioni” e da una valanga rapsodica di scomposizioni digitali del background ambientale da far perdere la cognizione referenziale. Trionfa il cinema fantastico sulle ali della tecnologia più avanzata e nello spirito primitivo delle origini, dei trucchi e delle parvenze. Per Cobb il problema da risolvere è il passaggio dall’estrazione all’innesto delle idee nella mente altrui. Per tutti il problema è di riconoscere la favola di Matrix e restituire all’inconscio la sua indagabilità umanistica. Dentro e fuori dal mito dell’ “origine” (inception). Il bello del film, e crediamo la ragione del successo di pubblico (in America 190 milioni di dollari in tre settimane), è la sua fruibilità anche solamente spettacolare. L’interessante è la sua “verosimiglianza”, da verificare.

Un weekend da bamboccioni

Grown Ups
Dennis Dugan, 2010
Fotografia Theo van de Sande
Adam Sandler, Kevin James, Chris Rock, David Spade, Rob Schneider, Salma Hayek, Maria Bello, Maya Rudolph, Jamie Chung, Norm MacDonald, China Anne McClain, Tim Meadows, Joyce Van Patten, Steve Buscemi.

L’omologazione dei costumi, dei modi di vivere, di pensare e di immaginare, cioè del sistema di valori sociali in atto non è materia da affrontare tanto alla leggera. Perciò il “filmetto” a volte non è “filmetto”. Questa commedia di Dugan, regista che ha già scelto più volte Sandler per i  propri film (Un tipo imprevedibile, Big Daddy, Zohan) disegna una griglia comportamentale molto ben definita. I personaggi obbediscono in maniera rigida ciascuno al proprio modello “storico” (non nato dal nulla), su di una traccia di probabilità così stretta da non lasciare molto spazio alla fantasia. Ad ogni sequenza e persino ad ogni dettaglio il film non fa che rafforzare i contorni dei protagonisti, tanto che il divertimento consiste più che altro nella verifica delle “coincidenze” e nel compiacimento per la soddisfazione delle aspettative. Lenny/Sandler, Eric/James, Kurt/Rock, Marcus/Spade e Rob/Hilliard, formarono da ragazzi un bel quintetto di cestisti, portati al trionfo nel torneo giovanile di basket dal coach che insegnò loro anche una filosofia di vita: giocate sempre così e non avrete rimpianti. Dopo trent’anni, il vecchio allenatore muore e il quintetto si riunisce per disperderne le ceneri. Ci sono anche le mogli e i figli. Il cast al completo è di levatura ragguardavole, degno di un film impegnativo. Tutti stanno bene nei ruoli, la sequela di gags e battute non ha soluzioni di continuità, la sceneggiatura fila via come da manuale. Si capisce che col passare degli anni la vita chiederebbe a tutti una maggiore consapevolezza, ma si vede anche che la tentazione di restare sulla soglia, di resistere in un’attesa “felice” spesso prevale. E si fa fatica a crescere. Ci sarebbe da stare poco allegri: il quadro di una generazione “bloccata” in una sorta di nostalgia infantile e narcisistica non trasmette ottimismo. Ma Dugan, con Sandler e compagnia, rimedia. Stampa un sorriso sulla bocca di tutti, grandi e piccini, uomini e donne, come in una famiglia autoreggentesi e indulgente  vrso i propri difetti: a mezzaria, si direbbe, come in un paradiso ritrovato e mantenuto nell’ingenuità.

Benvenuti al Sud

Benvenuti al Sud
Luca Miniero, 2010
Fotografia Paolo Carnera
Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Nando Paone, Giacomo Rizzo, Teco Celio, Fulvio Falzarano, Nunzia Schiano, Alessandro Vighi, Francesco Albanese, Salvatore Misticone, Riccardo Zinna, Naike Rivelli.

Dalla Francia lezione di civile tolleranza. Miniero (Nessun messaggio in segreteria, Questa notte è ancora nostra) usa il successo della commedia francese Giù al Nord – Bienvenue chez les Ch’tis (Dany Boon, 2008) per un remake utile alla salute della comunità italiana nonché europea. Talmente chiaro è il “messaggio” contro gli stereotipi pregiudiziali di tipo pseudosociologico che solo la simpatia del bravo Bisio e dei degni comprimari può colmare la pressoché assoluta mancanza di sorpresa nello svolgimento del racconto. Alberto capeggia le Poste di una piccola città della Brianza. La moglie (Finocchiaro) preme per una sistemazione più degna, a Milano. Ma c’è da scalare la graduatoria. Il tentativo fallisce e il dirigente settentrionale si ritrova spedito al Sud, in un paesetto della Campania. Col terrore dei “terroni” dipinto sul volto, Alberto si avvia verso la catastrofe. E invece laggiù c’è un postino socievole (Siani), pronto ad aiutare il nuovo arrivato a trovare la giusta via dell’integrazione. Bastasse un filmetto… Ma comunque le macchiette sono divertenti e il ritmo tiene.

The horde

La horde
Yannick Dahan, Benjamin Rocher, 2009
Fotografia Julien Meurice
Eriq Ebouaney, Aurélien Recoing, Jean-Pierre Martins, Jo Prestia, Claude Perron, Yves Pignot, Laurent Demianoff, Antoine Oppenheim, Doudou Masta, Sébastien Peres, Alain Figlarz.
Venezia 2010, Giornate degli autori.

Romero non finisce mai. Del resto, è la qualità (o non qualità) degli zombi, di non poter morire né vivere. E di essere fra noi, purtroppo. Questa sensazione di sospensione orribile è il sentimento che resta anche dalla visione dell’horror francese presentato a Venezia nelle Giornate degli autori. Il senso del racconto deriva dalla stessa situazione narrativa, che mette insieme i criminali e i poliziotti in un destino di morte “non risolvibile”. La sostanza del contenuto sin dall’inizio sembra scontata: da certi poliziotti c’è da aspettarsi vendetta per l’uccisione di un loro collega da parte dei “cattivi”. Il grado di violenza della rappresentazione questa volta tende al massimo (tutto è relativo, ovviamente). I criminali abitano in periferia, in un edificio “disusato”, le loro vite subiscono la crudeltà di un destino “esterno”, ben al di là della contrapposizione legge-ordine. Il palazzo di 13 piani (Carpenter – Distretto 13 Le brigate della morte – assiste alla scena) viene invaso, “occupato” da coloro che della morte fanno la propria sopravvivenza. Il “nemico” si veste di un’obbiettività malsana che invade il campo e il controcampo dei valori. È il pericolo finale? I morti viventi non fanno distinzione, presto il teatro dell’ “involuzione” sconfinerà, l’edificio/rifugio dei criminali non basta più, tutta la città (il mondo?) è inghiottita dalla voracità negativa ben al di là del tema iniziale dell’aggressività vendicativa. C’è chi si diverte a vederla come un gioco di generi, a verificare l’evoluzione delle soluzioni espressive, a cogliere l’evidenza di qualche contradizione (gli zombi che non camminano più con fatica ma corrono veloci e senza peso). La maestria esibita nella regia sconfina persino in una disinvoltura verso la materia, sicché il dramma si attenua e quasi svanisce, si scioglie nel meccanismo figurativo del racconto. Vediamo che le armi non serviranno più alla salvezza e attendiamo una soluzione per il degrado disperato della prospettiva. Tutto sembra annullarsi in uno scontro furioso e inutile.  Ciò senza nulla togliere all’apprezzabile articolazione dei singoli ruoli e alla bravura degli attori nel dare corpo alle diversità. Né la cupezza delle immagini, pur mantenuta per tutto il film, impedisce ai dettagli di emergere in squarci di luce significativi, selettivi. Quasi che il cinema stesso dichiari l’intenzione di prendersi le  proprie responsabilità. Prima dell’ultima inquadratura.


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1 commento

  1. Commento by deals you like — 27 Giugno 2013 @ 23:27

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