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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

9 Ottobre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Innocenti bugie

Knight and day
James Mangold, 2010
Fotografia Phedon Papamichael
Tom Cruise, Cameron Diaz, Peter Sarsgaard, Viola Davis, Jordi Mollà, Paul Dano, Maggie Grace, Marc Blucas, Celia Weston.

Una batteria che non si scarica mai. Un’invenzione così, pur se ancora da perfezionare, attrae di certo interessi mondiali. Per impossessarsene qualcuno, “cattivo”, è disposto a tutto. Ignara, Junes (Diaz), se ne sta andando tranquilla al matrimonio della sorella. All’aeroporto fa uno strano incontro, casuale. Non ci fa caso. Ma durante il volo avrà modo di notare la stranezza del tipo. Roy (Cruise), il tipo, è affaccendato parecchio in una strana e movimentata attività, anche molto violenta, tanto che ad un certo punto tutti i passeggeri muoiono ammazzati e l’aereo resta senza piloti. Ma Roy s’improvvisa pilota e, bene o male, riesce ad atterrare in un prato. Ma che sta succedendo? La disinvoltura è tale che viene quasi da ridere. Proprio qui è il punto. L’intreccio, il solito affarismo e spionaggio internazionale, è complicato e andrà complicandosi sempre di più, eppure restiamo sereni e divertiti perché la materia è trattata con umorismo e tutto ciò che sembra impossibile (non mancano scene davvero “fantastiche”) rientra in un gioco spettacolare, trattato con ironia esplicita. Non cercate ragioni profonde nel comportamento dei protagonisti. La leggerezza vi sovrasterà. In giro per il mondo, da Boston a Siviglia passando per l’Austria, l’azione si veste da commedia e viceversa, aprendo l’avventura a prospettive rosa che, dato il fascino dei divi, è più che lecito attendere. Potere del cinema: Cameron Diaz si trasforma in un batter d’occhio da donna qualunque in prestante ragazza pronta a tutto. E Tom Cruise mostra perfino di avere un cuore che s’innamora. Buon divertimento.

The Town

The Town
Ben Affleck, 2010
Fotografia Robert Elswit
Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm, Slaine, Jeremy Renner, Blake Lively, Brian Scannell, Ed O’Keefe, Mark Berglund, Chris Hogan.

Sociologia, filosofia, fascino della criminalità. E azione/thriller. Ben Affleck, per la seconda volta dietro la macchina da presa (Gone Baby Gone è del 2007), continua a cercare ispirazione negli ambienti poco raccomandabili di Boston. Nel precedente film il rapimento poco chiaro di una bambina scoperchiava la pentola del profondo disagio del vivere in certi quartieri della città, come Dorchester. Ora si passa a Charlestown, dove la densità di gente dedita alle rapine è da record mondiale. Doug MacCray (Affleck) è il capo di una banda superattiva e “impossibile” da bloccare nonostante le attenzioni riservate ai rapinatori dall’FBI. Doug vive con i compagni del crimine come in una famiglia, dove i rapporti sono molto stretti e legati da una morale interna ben definita: abilità, decisione e organizzazione nelle rapine, estrema attenzione alla nettezza del  loro successo. Uno dei componenti, Jem (Renner), è arrivato una volta addirittura a farsi nove anni di carcere per aiutare Doug. E MacCray il carcere lo conosce bene, va spesso a trovare il padre, uomo dalla vita tribolata, rimasto senza moglie, ragazza che ha preferito presto andarsene per la sua strada. Le rapine sono state per Doug come un destino segnato, un universo nel quale ha imparato a vivere al meglio, ma si capisce – man mano – che non sono fino in fondo la sua vocazione. Un giorno se ne andrà da quell’inferno e cambierà vita. La sua maschera dura lascia trasparire un velo di malinconia bilanciata da una smorfia ironica appena accennata. Se l’attore fosse un italiano potrebbe essere Mastandrea. È proprio da una rapina in banca che arriva la svolta per Doug. Jem prende in ostaggio Claire (Hall, Vicky Cristina Barcelona), la donna direttore dell’agenzia. E con Doug scatta l’attrazione. Mentre gli agenti federali intuiscono che la donna può essere finalmente la chiave per aprire la porta rimasta finora inaccessibile, entra nel rischio la componente romantica che, insieme alle connotazioni ambientali, dà al film una dimensione umana, non meccanica, riscattando il genere poliziesco sul piano della suspence emotiva. In questo senso anche le numerose sequenze “movimentate”, inseguimenti, scontri, sparatorie, non sono mai di pura azione.

Una sconfinata giovinezza

Una sconfinata giovinezza
Pupi Avati, 2010
Fotografia Pasquale Rachini
Fabrizio Bentivoglio, Francesca Neri, Serena Grandi, Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Manuela Morabito, Eraca Blanc, Osvaldo Ruggieri, Voncenzo Crocitti, Bian Fenzi, Marcello Caroli, Riccardo Lucchese, Lucia Gruppioni.

La memoria e la responsabilità. Se narrare non attingendo alla memoria è sostanzialmente impossibile, per Avati la memoria è una necessità estetica, almeno da Gita scolastica in poi. Con l’andare degli anni l’immaginario del regista è andato maturandosi in una sorta di riflessione morale, non solo interna ai propri “ricordi” ma relazionata alla cultura di un uomo che ha vissuto con animo vigile una lunga storia d’artista. Nel cinema soprattutto, ma non da cinefilo. Ora il “ripasso” del proprio film, divenuto via via più esplicito, si spinge drammaticamente fino al rischio della cancellazione, affrontando in apparenza il racconto di una malattia e, più in profondità, inscenando la metafora estrema della perdita del linguaggio, laddove al cervello viene meno la vitalità delle cellule e svanisce l’abilità delle connotazioni e se ne va la coscienza di sé. L’Alzheimer colpisce Lino (un Bentivoglio molto misurato e credibile), giornalista sportivo e marito di Francesca, docente universitaria e affettuosa compagna (brava Neri, nel rendere la sofferenza contenuta della donna che sceglie di non abbandonare a se stesso l’uomo che ama); progressivo si fa il cammino a ritroso nella mente del protagonista mentre più indistinto diviene  il presente. Sfuggono i riferimenti attuali, emergono flash dall’infanzia (notevole la scelta di Brian Fenzi per la parte di Lino bambino). I giochi, il sesso nascosto, le tenerezze, le malinconie, le relazioni famigliari nel mondo nostalgico dell’Appennino bolognese, di case di campagna, di lutti e di feste, di affetti perduti e da ritrovare. Man mano, il sentimento complessivo acquista importanza assoluta e, a sua volta, cancella il racconto. Non a caso il film mostra qualche debolezza nei momenti più tecnicamente narraviti e percorre invece la strada del cinema di poesia quando la cinepresa entra in un contatto “ravvicinato” con lo spirito della ripresa. È una specie di paradosso della memoria, per cui lo sguardo dell’Avati autore viene proiettato in una dimensione più larga, fino a dover assumere la responsabilità della denuncia di un pericolo immanente, proprio del momento storico che stiamo vivendo. Attenti alla cancellazione. Il discorso vale anche per la parte letteraria del film, dalla valenza culturale non indifferente. La voce narrante fuori campo di Francesca articola un andamento sintattico che per la compostezza del tono e per l’inusitata discrezione dei riferimenti sa quasi di provocazione.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart