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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

30 Ottobre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Fair Game – Caccia alla spia

Fair Game
Doug Liman, 2010
Fotografia Doug Liman
Naomi Watts, Sean Penn, Sam Shepard, Bruce McGill, Ty Burrell, Michael Kelly, David Andrews, David Denman, Brooke Smith, Kristoffer Ryan Winters, Noah Emmerich, Sunil Malhotra, Tim Griffin, Satya Bhabha, Khaled El Nabaoui, Philipp Karner, Liraz Charhi.
Cannes 2010, concorso.

Da una storia vera: il Plame Affair del 2003, in seguito al quale Lewis Libby Jr., collaboratore del Vice Presidente americano Dick Cheney, fu condannato a 30 mesi di carcere per la diffusione di notizie sull’identità segreta dell’agente Cia, Valerie Plame. Il regista di The Bourne Identity (2002) realizza con questo Fair Game un istruttivo paradosso, rafforzando con il secondo film la credibilità e verosimiglia del primo. Infatti non è di conferme che si avrebbe bisogno oggi circa la bugia storica di Bush sulle armi di distruzione di massa la cui costruzione Saddam sarebbe stato sul punto di attuare e per le quali si scatenò nel marzo 2003 l’attacco all’Iraq. E però, con il racconto dello spietato meccanismo attraverso cui l’Intelligence americana arriva ad eliminare ogni ostacolo alla formulazione della bugia Liman ci fa capire per quali vie possa passare l’opera di offuscamento della coscienza collettiva. Se il metodo vale per la collettività, a maggior ragione diventa credibile la soggezione cui veniva sottoposto Jason Bourne (interpretato da Matt Damon), personaggio alla ricerca delle propria identità distrutta e cambiata per esigenze di spionaggio. The Bourne Identity può riproporsi ora quasi come un saggio/documentario  su un certo controllo  delle forze che regolano il mondo. Valerie Plame (Tatts) però non si lascia cambiare, non cade nel Fair Game delle ragioni superiori e sceglie di dare voce alla propria coscienza. Brillante agente Cia, la donna è presa di mira perché suo marito Joseph (Penn), il quale non sa dell’attività segreta di Valerie, inviato nel Niger per trovare prove della vendita di uranio arricchito a Saddam, non riporta il risultato rischiesto da quella «certa palazzina bianca». Il problema è che è stata proprio Valerie a sottoscrivere l’indicazione di Joseph, ritenuto adatto alla misssione in quanto diplomatico ed esperto di cose africane. Whashington traduce a suo modo la relazione dell’inviato e Joseph non ci sta, dà al New York Times un articolo bomba. La risposta della Cia verrà, guarda caso, da un altro giornale, il Washington Post, dove improvvisamente viene rivelata l’identità di Valerie. Per lei la carriera sarebbe finita. Ma Valerie reagisce. Il regista mescola con abilità elementi di azione con il taglio del film-inchiesta (qualche accentuazione di troppo nell’uso della macchina a mano) puntando all’approfondimento della crisi, che a un certo punto interviene, tra moglie e marito proprio a causa dei lati oscuri del lavoro di lei. E si fanno più efficaci, in questo modo, certe uscite di lui, come quella in cui con una domanda smaschera il gioco: «Quand’è che è cambiata la domanda da “perché siamo entrati in guerra” a “come si chiama la moglie di quest’uomo” ?». Ragione delle domande, identità delle persone, temi contemporanei da fatti che hanno sconvolto la vita di tutti.

Winx Club 3D – Magica avventura

Winx Club 3D – Magica avventura
Iginio Straffi, 2010
Fotografia Gianmario Catania
Animazione
Roma 2010, fc

Volano sempre più leggere le Winx. Ma non senza energia. Tra una bolla rosa e un mare di stelline che vengono incontro allo spettatore invadendo la sala, Bloom, Stella, Aisha, Tecna, Musa, Flora mollano certi schianti digitali da far tremare il cielo. Magia o non magia, sarebbe a dire che, quando si è convinti di stare dalla parte giusta si possono superare tutti gli ostacoli. Se Bloom/Giulietta riceve da Sky/Romeo l’invito a convolare a nozze, poco potrà il parere avverso di Erendor, padre dello sposo, un po’ perché l’inimicizia verso il regno di Domino si rivelerà frutto di uno storico equivoco e soprattutto perché le Winx saranno capaci di recuperare e attrarre la magia positiva. Di magie ve ne sono molte, ma al dunque lo scontro è bipolare: positivo contro negativo. L’Albero della vita muore se prevale la magia negativa. Le streghe Trix, appoggiandosi alle Antenate, provano a fare il colpo e tutto sembra crollare attorno a Bloom e alle Winx. L’accusa alle streghe è gravissima: «Voi siete il male assoluto, distruggete tutto solo per il vostro divertimento». Certo c’è modo e modo di divertirsi, si vorrà dire. Il racconto insomma non è solo per piccini. Il target dichiarato è per bambini, preadolescenti e adolescenti, ma un occhio riflessivo possono buttarcelo anche i parenti adulti. Lo spettacolo, tecnologicamente avanzato secondo la nuova filosofia italiana della ditta Raimbow, è leggero e lascia una gradevole impressione di “trasparenza”. Con la continua immissione di stacchi musicali (di Paolo Baglio) molto dinamici sembra proporre quasi una dimensione di musical.

Mammuth

Mammuth
Benoît Delépine, Gustave Kervern, 2010
Fotografia Hugues Poulain
Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Benoît Poelvoorde, Miss Ming, Serge Larievier, Blutch, Philippe Nahon, Bouli Lanners, Anna Mouglalis, Albert Delpy, Dick Annegarn, Bernard Geoffrey, Paulo Anarkao.
Berlino 2010, concorso.

La coppia di registi francesi Delépine & Kervern continua con sarcasmo divertente a cogliere nel contesto attuale le contraddizioni stridenti che la realtà quotidiana lascia emergere quasi automaticamente, sol che si voglia osservarle con curiosità e con senso critico. Dopo Louise-Michel (2008, storia di una ribellione di operaie alla chiusura della fabbrica) entra in scena un voluminoso Depardieu e dà sostanza con l’arte – staremmo per dire – del proprio corpo a questo Mammuth ancora più spiccatamente feroce e insieme malinconico. Stilisticamente – e la forma coincide qui più che mai con la presenza dell’attore – il film esibisce un contrasto non meno acuto di quello sostanziato dal contenuto. Mentre la cinepresa, a volte anche spasmodicamente, cerca la “verità” (macchina a mano, formati ridotti, immagine sgranata), la commedia, procedendo sul filo dell’assurdo, rende astratte le situazioni più “normali”. E tutto questo avviene per la consapevolezza con cui gli autori intendono recuperare al cinema l’importanza di alcuni elementi differenzianti, non ultimo il sonoro. Mammuth è la vecchia moto che il protagonista riutilizza dopo tanto tempo, resuscitandola con gioia nel viaggio alla ricerca della… pensione perduta. E Mammuth è anche il soprannome con cui lo stesso personaggio porta in giro il suo testone capelluto, il suo pancione, la sua indole bonaria e introversa. Ha lavorato per una vita senza mai assentarsi dalla macelleria dov’era operaio. Giunto a 60 anni, va in pensione e si accorge che gli mancano i contributi dei primi lavori. La moglie Catherine (Moreau) gli ordina di andare a recuperarli. Sarà una serie di incontri al limite del comico perché la personalità di Mammuth si dimostra del tutto disadatta ai rapporti e alle regole di comportamento usuali. Quasi tutto ciò che egli fa rende strano il comportamento degli altri. Tanto che l’obbiettivo della pensione finisce per essere sempre più lontano e Mammuth prenderà coscienza di poterne perfino fare a meno. Seguirà il consiglio di Yasmine (Adjani), fantasma del suo primo amore morta in un incidente  di moto, che gli appare spesso e gli dice: «Rimani te stesso, sono loro i coglioni».

Animal Kingdom

Animal Kingdom
David Michôd, 2010
Fotografia David Michôd
Ben  Mendelsohn, Joel  Edgerton, Guy  Pearce, Luke  Ford, Jacki  Weaver, Sullivan  Stapleton, James  Frecheville, Dan  Wyllie, Anthony  Hayes, Laura  Wheelwright, Mirrah  Foulkes, Justin  Rosniak, Susan  Prior, Clayton  Jacobson, Anna Lise  Phillips.
Sundance 2010, miglior film. Roma 2010, fc.

Ma che bella famigliola! Joshua J Cody (Frecheville), diciassettenne, vede morire la madre di overdose sotto i propri occhi. Rimane stordito, trova a stento la forza di telefonare alla nonna Janine “Smurf” Cody (grande interpretazione di Jacki Weaver, la Minnie dell’indimenticabile Picnic a Hanging Rock, Peter Weir 1975). È l’inizio del film che vede il debutto trionfale alla regìa (vincitore del Sundance Festival) dell’australiano Michôd. Un inizio cupo e compresso e non è ancora niente. La famiglia Cody vive di rapine e di droga. Janine è madre di tre fratelli. Pope (Mendelsohn) è il maggiore, dedito alla rapina. Craig (Stapleton) è il secondo e preferisce la via “moderna” dello spaccio in grande stile. Il minore è Darren (Ford), alquanto passivo segue svogliatamente la sorte incerta. La voce narrante di J ci introduce alla storia dei Cody. Dopo di che il ragazzone resterà praticamente muto per tutto il film, come sbigottito e succube di un destino malefico. E vedrà, in una specie di eliminazione a catena, il gioco al massacro, feroce e freddo, con cui gli “animali” mantengono la propria sopravvivenza. Ci si avvia al culmine della tensione quando Baz (Edgerton), l’amico e socio di Pope, viene brutalmente ammazzato. Probabilmente una fine determinata dall’idea  “amichevolmente” espressa a Pope, che non si potesse più insistere con un genere di crimine ormai sorpassato. Fattore essenziale del sistema perverso e “animalesco” è la corruzione dei polizziotti, riferimento e copertura organica del malaffare. La “benevolenza”  interessata di uno di loro, Nathan (Pearce), non basterà a salvare J dall’inferno. L’avvertenza è chiara: «I colpevoli crollano sempre, in un modo o nell’altro», ma intanto a J che si ritrova solo non resta che scegliere il male minore. Lo vedremo alla fine del film e capiremo bene il ruolo basilare , conservativo, di nonna Janine, calamita del male. Nonostante si possa fare riferimento alla realtà riminale  di Melbourne, metropoli caotica,  il regista non mette in campo parametri sociologici né suggerisce contestualizzazioni referenziali. Il film mantiene un atroce distacco verso la materia, chiamando lo spettatore a un orrore non generico, a una repulsione non manieristica e quindi a una riflessione approfondita su un contesto che, pur australiano (non più “lontano” come una volta), dobbiamo sentire anche nostro. Pur contenendo una carica di violenza più che ragguardevole, il racconto non si spreca in sequenze di movimento espressionistico, ma uscendo dalla proiezione avvertiamo dentro che un nodo è da sciogliere. Difficile ormai da sciogliere.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart