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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

6 Novembre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Last Night

Last Night
Massy Tadjedin, 2010
Fotografia Peter Deming
Keira Knightley, Sam Worthington, Guillaume Canet, Eva Mendes,  Daniel Eric Gold, Scott Adsit, Griffin Dunne, Stephanie Romanov, Ason Mount, Justine Cotsonas, Karen Pittman, Rae Ritke.
Roma 2010, concorso.

Battaglia tattica delle fedeltà. Quanto alla strategia, dell’amore e del matrimonio, si delinea ma non entra fino in fondo nel gioco della sceneggiatura. La sceneggiatrice irano-americana Massy Tadjedin (The Jacket, John Maybury 2005) passa alla regia su uno scritto molto “moderno” che si mantiene al di qua di discorsi sistematici e gestisce con ritmo da advertising la problematica ravvicinata di una coppia al limite della crisi. Gente che scrive libri e articoli, che combina affari, che frequenta feste con invitati importanti. Manhattan, un accenno a Parigi, il target prospettico è alto ma, si sa, tutti possono aspirare un giorno  a diventare scrittori di successo. La traccia è semplice: Joanna (Knightley, Orgoglio e pregiudizio) e Michael (Worthington, Avatar) stanno bene insieme, ma la vita che conducono è rapida e i loro interessi non coincidono. Arriva Laura (Mendes, Ghost Rider) a lavorare al fianco di Michael e la corda rischia di spezzarsi. Proprio mentre nasce la gelosia, Joanna incontra Alex (Canet, Joyeux Noël), suo precedente fidanzato francese che lei ha lasciato essendo Parigi troppo lontana da New York. Michael parte con Laura per un meeting aziandale e comincia un “tira e molla” incrociato, un “vorrei ma non posso” che impedisce ai quattro personaggi di esprimere appieno le loro istanze sentimentali ed erotiche. Sin dall’inizio il taglio delle inquadrature e  delle sequenze è così movimentato  che a tratti sembra di assistere a una specie di thriller/azione “da camera”.  Poi però si resta nell’eleganza dei dubbi (e delle immagini). Aspettando di conoscere l’”assassino”, cogliamo nel sottofondo semplificazioni da dibattito, sull’egoismo dei sentimenti, sulla lealtà nel matrimonio, sulla fedeltà/infedeltà  soprattutto verso se stessi. Emerge comunque anche un confronto tra personaggi femminili e maschili, a vantaggio dei primi, grazie alla bravura di Keira Knightley e di Eva Mendes.

Una vita tranquilla

Una vita tranquilla
Claudio Cupellini, 2010
Fotografia Gergely Poharnok
Toni Servillo, Marco D’Amore, Francesco Di Leva, Juliane Kohler, Leonardo Sprengler, Alice Dwyer, Maurizio Donadoni, Giovanni Ludeno.
Roma 2010, concorso.

Italiano all’estero. Emigrato non per scelta ma per sottrarsi al tallonamento della camorra, Antonio De Martino, capo e feroce assassino, ha cambiato nome, ora è Rosario Russo (Servillo); ha voluto farsi credere morto e si è rifatta una vita in Germania, moglie tedesca (Kohler), un figlio, un bell’albergo-ristorante. Ha ucciso più di una volta, ma nella nuova vita è un padre premuroso, un buon marito e un bravo chef in cucina. Quando nel suo albergo arrivano due giovani italiani, Rosario capisce subito che qualcosa di strano sta per accadere, qualcosa che riguarda i suoi affetti più intimi e la sua vita precedente. I due giovani sono lì per eseguire un omicidio su commissione, ma uno dei due, Diego (D’Amore), è anche interessato a incontrare personalmente Rosario. E Rosario entra in agitazione. Di carattere duro, non è tuttavia privo di umanità. La presenza di Diego lo riporta al passato che aveva voluto dimenticare. Il soggetto di Filippo Gravino, vincitore del Premio Solinas 2003, lascia chiaramente trasparire l’intenzione di consolidare una dimensione europea del cinema italiano. La storia del film si sviluppa sul filo di una suspence a cui non sono estranei gli elementi multiculturali, riguardanti lingue e abitudini diverse. E soprattutto la sofferenza dello straniamento, ancora non cancellabile, pur nel contesto ormai abbastanza omogeneo del Vecchio Continente. In sostanza è proprio questo nodo interiore, impossibile da sciogliere, che mette Rosario nella condizione di non potersi più sottrarre alla propria radice malavitosa. Edoardo (Di Leva), l’altro giovane che ha accompagnato Diego nella “missione” in Germania, ha scoperto l’identità di Rosario e la situazione precipita. Notevole il momento interpretativo in cui Servillo “vive”, da grande attore, il cambiamento di marcia del protagonista, il quale decide di riattingere al proprio spietato egoismo per salvare la sua “vita tranquilla”. Stilisticamente, Cupellini (Lezioni di cioccolato, 2007) passa con una certa disinvoltura dalla commedia al dramma/noir, dominando con buona professionalità tecnica il ritmo e la successione delle sequenze, senza indulgere in accentuazioni espressive. Esagera però nel cambio di passo per cui nel finale il destino di Rosario subisce una contrattura che sembra andare oltre la necessità del racconto.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart