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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

13 Novembre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Ti presento un amico

Ti presento un amico
Carlo Vanzina, 2010
Fotografia Carlo Tafani
Raoul Bova, Barbora Bobulova, Martina Stella, Kelly Reilly, Stefano Dionisi, Sarah Felberbaum, Carlo Gabardini, Paolo Calabresi, Teco Celio, Alessandro Bolide, Fabio Ferri.

Tagliare il personale, zac-zac. Il boss dell’azienda di cosmetici, tedesco di Germania e milanese per lavoro, non vede altro rimedio alla crisi. Chiama Marco (Bova), lo promuove e lo incarica di procedere. Viene alla mente un altro Marco, protagonista nel 2004 di Io volevo solo dormirle addosso, di Eugenio Cappuccio. Il malcapitato (Giorgio Pasotti) veniva incaricato di tagliare in poche settimane un terzo del personale dell’azienda, la compagnia italiana di una multinazionale francese. A distanza di sei anni, la crisi si è aggravata e i Vanzina (come al solito, Enrico collabora alla sceneggiatura – in questo caso si aggiunge anche Francesco Massaro) spostano la scena di partenza a Londra. Siamo in piena attualità, molti sono i giovani italiani che cercano in Europa, e specialmente nella metropoli inglese, una soluzione lavorativa sia pure precaria. Ma il sogno è destinato a durare poco. Proprio all’inizio del film vediamo che Marco resta senza compagna – la ragazza, perso il lavoro, decide di tornarsene in Italia – e da Milano il boss tedesco lo richiama per la “promozione”. Il giovane, bello, prestante e un po’ timido, non sembra adatto al ruolo di “tagliatore di teste”. Infatti i Vanzina si guardano bene dal metterla sul piano della “commedia americana”. Lontano da George Clooney e dai voli  Tra le nuvole di quel cinico sforbiciatore aziendale! Converrà procedere a piedi, terra-terra, stando attenti a non complicare il linguaggio. Anzi – dev’essere stata la pensata degli autori – muoviamoci a livello del “fumetto” ultrasempliciotto. Il manager del marketing diventa così il “bravo ragazzo” incapace della pur minima “cattiveria”, proprio il contrario del capo dalle forbici in mano. Saranno le donne, dentro e fuori dall’azienda, a creargli i maggiori impicci. Ma poi, tutto sommato, non sono nemmeno donne “vere”: figurine, piuttosto, che parlano e si comportano come tipi, secondo la scansione di una tipologia semplice, risaputa, facile da individuare anche al primo impatto. Giulia la collega rampante in azienda,  Sarah la gallerista inglese appassionata d’arte (tanto per dare un tocco poco poco sofisticato), Gabriella la giornalista televisiva alle prime esperienze, Francesca l’impiegata giovane, la prima da licenziare. È bastato scegliere le attrici in base alla loro “presenza”, non hanno quasi nemmeno dovuto recitare. Attratto dal loro “fascino” a due dimensioni (pronte a lasciare e riprendere i loro uomini al semplice richiamo o rifiuto del belloccio nuovo e occasionale), Marco le incontra entrando e uscendo dal suo nuovo ufficio (luogo di trasparente spaesamento, completamente estraneo alla pur minima verosimiglianza). Ma tutto si tiene comunque, giacché è la qualità espressiva, non altro, a dover far fede. Il rispecchiamento di cui il pubblico (specialmente femminile) è chiamato a fruire è di secondo grado, non riguarda scene di vita quotidiana bensì scene di vita quotidiana già ritagliate e riformulate nella prospettiva più orizzontale delle comunicazioni di massa. Il vero del falso (non è una parolaccia). In questo i Vanzina si dimostrano ancora una volta maestri. Tutto è cominciato molto presto, dopo la prima mezz’ora di Vacanze di Natale.

La scuola è finita

La scuola è finita
Valerio Jalongo, 2010
Fotografia Stefano Falivene
Valeria Golino, Vincenzo Amato, Fulvio Forti, Antonella Ponziani, Marcello Mazzarella, Alfio Sorbello, Gianluca Belardi, Paola Pace, Silly Togni, Gea Martiere, Marina Biondi, Vittoria Piancastelli, Erika Urban, Sergio Meogrossi, Paolo Giovannucci, Marco Zangardi, Anna Pititto, Ceciclia Broggini, Roberta Fossile.
Roma 2010, concorso.

Valerio Jalongo (Sulla mia pelle, 2003) non è nuovo nell’affrontare temi attuali. E anche questa volta lo fa con voglia di capire e di entrare nelle situazioni. Dopo aver documentato con un video-diario per tre anni la vita di una classe e aver registrato che il sentimento più diffuso tra gli studenti era la noia, il regista ha elaborato materiali sostanzialmente “veri”, componendo un insieme di quadri rappresentativi che ci danno un’immagine della scuola davvero preoccupante. Jalongo si è fatto aiutare per la sceneggiatura da Daniele Luchetti, regista de La scuola già nel 1995. Pur vincitore del David di Donatello, quel film, divertente, amaro e lucido, era parso come frenato da qualche sofferenza proprio nella sceneggiatura, nei passaggi da bozzetto umoristico a discorso serio. Il lavoro di Jalongo si apre con una “scenetta” in classe – siamo a Roma, nell’Istituto Pestalozzi. «A 15 anni – avverte il regista in una nota – un ragazzo in media ha passato più tempo davanti alla tv che sui banchi di scuola». E il film subito esemplifica. Il professore chiede: «Rivoluzione e poesia, quale poeta vi viene in mente?», segue scena muta. Poi un ragazzo si decide a rispondere: «Mariacoski». È il primo e unico momento umoristico. Per il resto, il film oscilla tra documentario e fiction, raccontando in maniera esemplificativa momenti della crisi multiforme che coinvolge insegnanti, studenti e famiglie, dove ciascun personaggio sembra arrendersi all’importanza del proprio ruolo, denunciando una “impossibilità” a concludere. La stessa “impossibilità”, pare, che blocca la scuola vista nel quadro sociale complessivo. La denuncia colpisce per essere solo di poco aggiornata rispetto a una situazione per la quale si potrebbe risalire direttamente a una quarantina di anni fa. Il ritardo, nel cinema, diviene più vistoso se il prodotto mostra caratteristiche di fruibilità televisiva, per l’appunto. Sicché una certa indefinitezza dei temi rischia di risolversi nella digeribilità degli episodi, verosimili in sé ma poco realistici per coerenza interna, dato che non riescono ad assumere valore espressivo compiuto. La passione pedagogica e umana della professoressa Daria Quarenghi (Golino), complicata dal momento difficile con il marito, il prof. Aldo Talarico (Amato), si dimostra inadeguata verso Alex Donadei (Forti), studente anch’egli immerso in un complicato groviglio di famiglia. Talarico, d’altra parte, è poco più di un cantautore fallito e usa la chitarra a scuola con la disperazione dell’insegnante ancora in cerca di successo. Il contesto è quello che è: mentre il collegio dei docenti è invischiato nel pensiero/linguaggio sclerotizzato di una scuola ormai “finita”, pasticche, assemblee e occupazioni studentesche arrivano allo spettatore come un rumore il cui volume finisce per essere più alto del suo significato. E soprattutto, il senso del già visto, che viene paradossalmente proprio dalla “novità” del film, risulta disperante anche per le sorti della scuola. Nota positiva, l’interpretazione del giovane Fulvio Forti, alla sua prima prova di attore.

Stanno tutti bene

Everybody’s Fine
Kirk Jones, 2009
Fotografia Henry Braham
Robert De Niro, Drew Barrymore, Kate Beckinsale, Sam Rockwell, Lucian Maisel, Damian Young, James Frain, Melissa Leo, Katherine Moening, Brendan Sexton III, James Murtaugh, Austin Lysy, Chandler Frantz, Lily Sheen, Seamus Davey-Fitzpatrick, Mackenzie Milone, Kene Holliday, Mandell Butler, Lou Carbonneau, E. J. Carroll, Dabargo Sanyal Ben Schwartz, Caroline Clay, Jayne Houdyshell.

La notizia la dà Frank Goode (De Niro) alla moglie defunta. Vedovo da pochi mesi e a riposo dopo una vita di lavoro in fabbrica pensando al bene della famiglia, l’uomo finisce col nascondere la verità alla madre dei loro quattro figli. Davanti alla sua tomba parla con lei e le riferisce che «Stanno tutti bene». Si è invece accorto che la sua famiglia era ed è tutt’altro che perfetta.  I quattro figli non l’hanno tenuto al corrente e la moglie fingeva di non sapere. Frank desiderava da molto tempo di riunire David (Lysy), Amy (Beckinsale), Robert (Rockwell) e Rosie (Barrymore) attorno allo stesso tavolo. Ma i suoi ragazzi, ormai grandi, vivono e lavorano lontano, a New York, a Chicago, a Denver, a Las Vegas, e non hanno risposto al richiamo. Così, Frank si è messo in viaggio e li è andati a trovare.  E al termine della triste e deludente ricognizione non se la sente di dire la verità. Nemmeno a se stesso. Jones (Nanny McPhee – Tata Matilda, 2006) si è ispirato al soggetto di Giuseppe Tornatore, traducendo le situazioni italiane del 1990 in volti americani di oggi. La differenza tra il Matteo Scuro interpretato da Marcello Mastroianni e questo Frank/De Niro è profonda, è già nella stessa costruzione del racconto, sviluppato, il primo, sulle sfumature e sui rimandi metaforici, insieme relativi al contesto e all’intimità dei personaggi; “ripulito”, il secondo, di ogni possibile ambiguità. La sceneggiatura di Kirk Jones è caratterizzata da una nettezza narrativa per nulla scalfita dai macchinosi inserti “memo” (flash) con i quali Frank “giustifica” più volte le conseguenze attuali del suo rapporto con i figli bambini. È una nettezza che detta l’interpretazione senza lasciare allo spettatore il minimo dubbio e costringe l’attore a muoversi con una compostezza che a tratti risulta decisamente fittizia. Letto in trasparenza, il film lascia vedere un De Niro “solo con se stesso”, come se l’interprete non avesse il modo di esprimere a pieno il proprio potenziale. Certo a vantaggio del “messaggio”, ma a scapito del linguaggio, vistosamente mirato verso un target più basso rispetto alla stessa forma del contenuto.

Unstoppable – Fuori controllo

Unstoppable
Tony Scott, 2010
Fotografia Ben Serenin
Denzel Washington, Rosario Dawson, Chris Pine, Jessy Schram, Elizabeth Mathis, David Warshofsky, Kevin Chapman, Jeff Wincott, Kevin Dunn, Victor Gojcaj, Andy Umberger, Ethan Suplee.

Il treno 777 è impazzito, inarrestabile. Chi lo fermerà? «Ispirato a eventi reali», si legge in testa al film. Ma è inutile esibire l’”autenticità” dell’accaduto come referente quando il film è costruito in funzione di una suspense la cui credibilità è tutta interna alla successione delle sequenze. Non saranno certo le immagini dell’armamentario delle news attivatosi alla notizia che un merci, senza personale e senza freni – fuori controllo, sta piombando verso una serie di centri abitati a farci restare incollati alla poltrona. Attualità e verosimiglianza esterna, di per sé, non hanno necessariamente a che fare con la suspense. Il discorso cambia se  vediamo il film come un “giocattolo” che funzioni bene. Scott non è nuovo a operazioni di questo tipo, da Top Gun (1986) a Déjà vu – Corsa contro il tempo (2006), a Pelham 123 – Ostaggi in metropolitana (2009). Il “condimento” psicologico, il rimando a situazioni sentimentali che coinvolgano i protagonisti nel pieno dell’azione non sono elementi strutturali, hanno un’importanza minima rispetto all’aspettativa di conoscere l’esito dell’avventura. Così è anche stavolta, anzi di più. Non abbiamo vere indicazioni, se non qualche annotazione stereotipa, per distogliere l’occhio dai treni, dai binari, dall’assordante rumore del procedere di macchine imponenti e minacciose. Sono già quegli oggetti stessi a farci impressione per la loro consistenza “bestiale”. Quando interviene il calcolo delle possibilità tecniche di evitare il disastro che si profila, quasi non ne siamo interessati, tale è la portanza di quel treno, la sua forza “incosciente”, la sua implacabilità nel procedere come obbedendo a un destino misterioso. L’attrazione non era facile, né da costruire né da mantenere durante i 99 minuti del film, paradossalmente per la banalità dell’incidente iniziale e per la prevedibilità dello sviluppo dell’azione relativo al genere. Ma si sa che il bello dei generi sta proprio nel rapporto tra ripetitività e variabilità degli elementi costitutivi. In questo senso, il catastrofico non è molto diverso dal western e così via. La differenza, riguardo al valore estetico, sta nella capacità del regista di usare il montaggio, inteso nel senso più ampio, della moviola e della sceneggiatura. Scott evita da maestro la ridondanza, sviluppa la progressione con una coerenza che non vuole intromissioni. Frank, conduttore esperto (Washington), e Will, capotreno alle prime esperienze (Pine, Star Trek), trovatisi nella drammatica emergenza, hanno appena il modo di accennare a loro situazioni personali. Non c’è il tempo, essi stessi se ne rendono conto. Ignari di ciò che li attende, sono impegnati su una vecchia locomotiva per un normalissimo trasferimento. Improvvisamente vengono informati che sta venendo loro “incontro” il gigantesco convoglio impazzito. La circostanza li farà eroi, al di là dei consigli e degli ordini che vengono dal centro operativo via telefono. E non siamo interessati più di tanto alla loro sorte individuale, “sappiamo” che alla fine si dovranno salvare. Seguiamo invece col cuore in gola lo sferragliare martellante e irrefrenabile del bestione sulla rotaia. La macchina inanimata sale in primo piano, è la vera protagonista di una meccanica che non ammette distrazioni. La sua portata psicoanalitica vince.

The Social Network

The Social Network
David Fincher, 2010
Fotografia Jeff Cronenweth
Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake, Armie Hammer, Max Minghella
Roma 2010, evento speciale fc.

Non è questa la sede per un dibattito sulle valenze socio-psico-antropologiche, politiche ecc. del fenomeno Facebook, legato all’uso del Web. Sarebbe come trattare seriamente la materia della magia recensendo Harry Potter. Restiamo quindi al film. Dal libro The Accidental Billionaires di Ben Mezrich e con l’aiuto dello sceneggiatore Aaron Sorkin (La guerra di Charlie Wilson), David Fincher (Fight Club, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button) monta con ritmo mozzafiato – per seguire le raffiche di battute dei protagonisti occorre allenamento alla fruizione audiovisiva, se si pensa che gli esperti ci dicono che normalmente lo spettatore non specializzato coglie più o meno il 30% di quanto (sonoro compreso) passa sullo schermo – la “favola” meravigliosa di Mark Zuckerberg, lo studente di Harvard che in una notte del 2003 passò dalla febbrile attività di hackeraggio alla presidenza di una nuova società di informatica. Mark (Eisenberg, The Village, Il calamaro e la balena), genietto del computer, chiede aiuto al compagno di studi Eduardo Saverin (Garfield), bravo in matematica ed economia, per un algoritmo che potrà risolvere un problemino sfizioso, un giochino divertente tra i frequentatori del college i quali potranno scegliere la ragazza che preferiscono tra serie di coppie di foto messe online. Il gioco funziona e mostra presto possibilità di sviluppo grandiose. E rischi di tutti i tipi, a livello interpersonale (invidie, avidità, concorrenze sleali, corrosione dei sentimenti) e a livello collettivo (comunicazione, pubblicità, mercificazione). Tutti, ormai, conoscono Facebook, o se lo sono fatto raccontare. La meraviglia consiste nella sua apparente semplicità: non c’è bisogno di competenza tecnica per fruirne. In questo senso, lo scambio di informazioni è così “magico” da poter bypassare anche la “scuola” dei maghetti di Hogwarts. Più gli scambi tra Mark e compagnia vanno a velocità supersonica, trafiggendo perfino la percezione auditiva, più sarà “facile” l’identificazione referenziale (una volta si diceva “rispecchiamento”) da parte dello spettatore, specialmente giovane e giovanissimo. In sostanza, ciò che si ammira di Mark è la genialità “assoluta”, rafforzata e autorizzata dallo stesso atteggiamento del personaggio, un ragazzo che ha l’aria di andare dritto per la sua strada, azzerando, se necessario, qualsiasi ostacolo, trattando gli altri con “giustificata” sufficienza e trasformando (riducendo?) la vita in un esercizio di abilità. In fondo, Mark non è nemmeno interessato al denaro (una montagna di milioni che gli piovono addosso in un batter d’occhio grazie all’evoluzione commerciale del Web). Se deve difendersi in una causa amministrativa da chi lo accusa di scorrettezza, lo fa per vincere, per dimostrare la propria superiorità. Ormai ricco, si può permettere anche di avere ragione pagando. L’importante è difendere il proprio genio. Fincher, regista che di pubblicità e spettacolo, specie di musica, se ne intende (i video per Madonna e per i Rolling Stones), riesce a dare l’impressione di aver affrontato la materia bene a fondo, senza tuttavia impegnare il pubblico in una fruizione specialistica. Guarda un po’ quel ragazzo, è proprio un genio, un mago del computer! In realtà, il fenomeno non è così semplice e lo stesso Mark del film (restiamo al film, lo abbiamo detto) forse non se ne rende conto.


Letto 2988 volte.


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Bart