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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

20 Novembre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Noi credevamo

Noi credevamo
Mario Martone, 2009
Fotografia Renato Berta
Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Luigi Pisani, Andrea Renzi, Rebato Carpentieri, Guido Caprino, Ivan Franek, Stefano Cassetti, Franco Ravera, Michele Riondino, Roberto De Francesco, Toni Servillo, LucaBarbareschi, Fiona Shaw, Luca Zingaretti, Alfonso Santagata, Peppino Mazzotta, Anna Bonaiuto, Giovanni Calcagno, Vincenzo Pirrotta.
Venezia 2010, concorso.

Contro il “romanzo” del Risorgimento, Martone (Morte di un matematico napoletano, 1992, L’amore molesto, 1995, L’odore del sangue, 2003) ritaglia un trentennio della storia italiana (1828-1862) e lega il sogno d’indipendenza dell’élite ottocentesca all’istanza democratica che, sia pure a livello semicosciente, proveniva dal basso, dai contadini meridionali. Due facce della medaglia che non arrivarono a comporsi in un disegno omogeneo, tanto che ancora oggi l’Italia repubblicana soffre di quelle origini confuse. Nel film, ispirato al romanzo di Anna Banti, ci sono Mazzini (Servillo) e Crispi (Zingaretti), ma le loro figure sono tenute in sottordine rispetto ai tre protagonisti, Domenico (Lo Cascio), Salvatore (Pisani) e Angelo (Binasco), espressione del paese “reale”, dove idealità e bisogni si fondono al di qua della mitizzazione storiografica. Si va  dalle adesioni alla Giovane Italia e dalla clandestinità delle sette carbonare, le cui prime attività vengono brutalmente represse dai Borboni, alla serie di fallimenti cui vanno incontro i tentativi insurrezionali, compresa la delusione per l’incompiutezza dell’azione garibaldina. Supportato dall’intelligentissima interpretazione fotografica di Renato Berta, mai indulgente in sottolineature stilistiche e sempre attento a un rapporto discrezionale e antiretorico con gli “oggetti” in gioco, il regista procede per tutta la prima metà del lungo film (170 minuti) alla costruzione di quadri non-progressivi, la cui interdipendenza ha valore conoscitivo e insieme discorsivo.  Insurrezione e democrazia sono i due parametri secondo i quali si sviluppa una dialettica che brucia, per così dire, al proprio interno la concretizzazione del discorso, lasciando in sospeso la soluzione dei problemi, sia visti dalle posizioni intellettuali e/o fideistiche, sia subiti nella forzata inconcludenza dell’operatività popolare. Poi, la seconda parte lascia spazio alla fiction e Martone cede al richiamo televisivo. Le scene si fanno più “facili” da seguire e, paradossalmente, la “ferocia” di alcune sequenze aiuta a trasferire sul piano emotico la forma del contenuto. Ciò nonostante, il film conserva una forte carica riflessiva e in buona misura provocatoria (non è una contraddizione), specialmente nel contocinquantenario dell’Unità d’Italia.

I fiori di Kirkuk

Golakani Kirkuk
Fariborz  Kamkari, 2010
Fotografia Marco Carosi
Morjana Alaoui, Ertem Eser, Mohammed Zaoui, Mohammed Bakri, Maryam  Hassouni
Roma 2010, concorso

Iraq 1988. La dittatura di Saddam Hussein, il genocidio dei Curdi, il dramma di una ragazza araba, laureata in medicina all’Università di Roma e protagonista di una storia d’amore che esalta il ruolo delle donne in un contesto esplosivo come quello che porterà alle conseguenze che tutti conosciamo. Najla (Alaoui) torna in medioriente, a cercare l’uomo che ama, Sherko (Eser), il quale cura i clandestini rifugiati a Kirkuk, 250 chilometri da Bagdad.  Najla può vedere il suo uomo solo di sfuggita, ma fa in tempo ad accorgersi della corruzione e del disordine che ne rendono quasi vano il sacrificio. Traffica in medicine scadute lo stesso cugino della donna, la quale deve lottare contro l’ostilità della propria famiglia mentre s’intensifica la resistenza a Saddam. La situazione si fa sempre più complicata.  Sherko viene catturato e un ufficiale dell’esercito, Mokhtar (Zaoui), s’innamora di Najla. In un finale drammatico, sarà la donna a decidere del proprio destino. Ha già voltato le spalle alla classe degli aggressori, ora passerà volutamente tra le vittime. Di sapore antico, il cinema dell’iraniano Kamkari indulge al facile montaggio del melodramma: sangue, morti e amore, in uno scenario che vuol essere documentario ma che finisce per fare da sfondo a una storia d’amore contrastato. Apprezzabile tuttavia la valorizzazione del ruolo femminile in un contesto dove solitamente alla donna non viene dato alcun risalto. La musica del film è dell’Orchestra di Piazza Vittorio, nata a Roma, nel quartiere multietnico dell’Esquilino.

Io sono con te

Io sono con te
Guido Chiesa, 2010
Fotografia Gherardo Gossi
Nadia Khlifi, Mustapha Benstiti, Ahmed Hafiene, Mohamed Idoudi, Fadila Belkebla, Djemel Barek, Carlo Cecchi, Giorgio Colangeli, Fabrizio Gifuni, Denis Lavant, Robinson Stévenin, Jerzy Stuhr.
Roma 2010, concorso.

Il sottotilo, «La storia della ragazza che ha cambiato il mondo», contribuisce in maniera chiara a fare del film di Chiesa (Babylon, 1994, Lavorare con lentezza, 2004) un film a tesi. La madre di Gesù è protagonista. Racconta in prima persona della nascita, dell’infanzia e dell’adolescenza del figlio con una semplicità che azzera ogni traccia di miracolosa sacralità, restituendo alla storia il suo valore femminile. Maria non parla d’istinto. Sono trascorsi molti anni… Di spalle, in controluce sul limitare di una grotta (il film è stato girato nelle campagne della Tunisia), ricorda con misurate parole descrittive il proprio vissuto, a partire dai giorni che la videro, giovanissima, “assegnata” in moglie a Giuseppe (Benstiti), vedovo con due figli. Siamo a Nazareth, nella Galilea di duemila anni fa. Nessuna insistenza sulle circostanze “miracolose” che portano Maria a ritrovarsi improvvisamente incinta. La cinepresa si sposta sull’ambiente d’attorno, cogliendo la rigidità del sistema patriarcale e il clima di violenza nei rapporti con il dominio romano. La scelta dell’attrice-non-attrice Nadia Khlifi per dare volto alla ragazza-madre di Gesù si rivela indovinatissima. Il suo sorriso dolce si accoppia alla determinatezza delle scelte, anche le più controcorrente, come quella di “salvare” l’indemoniato, bandito dal villaggio. E il bambino Gesù fin da piccolo mostra di intuire  direttamente l’importanza del comportamento della madre, senza bisogno di spiegazioni. Procedendo la storia, arcaicità culturali e soprusi sociali vengono sorpassati e risolti da una nuova visione, intuita più che “illustrata”, né resa didascalica dalla regia; visione affidata alla presenza stessa del bambino che cresce e si allontana dai genitori, va a parlare con i sapienti mentre il sorriso di Maria si va facendo più consapevole nel volto della seconda interprete del ruolo, Rabeb Srairi. Se l’intenzione di Chiesa era di farci sentire, a distanza di due millenni, la vicinanza del mito, l’operazione si può dire riuscita.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart