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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

27 Novembre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Isola 10

Dawson, Isla 10
Miguel Littin, 2009
Fotografia Miguel Ioan Littin
Benjamín Vicuña, Cristián de la Fuente, Pablo Krögh, José Bertrand, Sergio Hernández, Luis Dubó, Matias Vega, Horacio Videla, Alejandro Goic, Caco Monteiro, Andres Skoknic, Elvis Fuentes, Pedro Villagra, Jose Martín.
Roma 2009, concorso.

A 36 anni dal golpe di Pinochet, il cileno Littin (La tierra prometida, 1972, Actas de Marusia: Storia di un massacro, 1976, Alsino y el Cóndor, 1983, La ultima luna, 2005)) rielabora nella memoria il drammatico periodo del campo di concentramento sull’isola di Dawson (Stretto di Magellano) dove furono costretti ministri, deputati e dirigenti dell’Unitad Popular. Il dolore per la sconfitta di Allende e del disegno di una società socialista è ancora oggi vivo. Il film trasmette un sentimento di profonda amarezza mista a rabbia per le ingiustizie (e torture) subìte. Littin si rifà al libro dell’ex ministro Sergio Bitar (Vicuña), Isla 10, scritto ad Harward dopo la liberazione. I prigionieri si aiutano l’un l’altro per sopportare la prigionia e la violenza esercitata su si loro dai “cani da guardia” della dittatura. La regia sembra non aver bisogno di “aggiornamenti” stilistici, quasi che Littin volesse riaffermare la validità di un cinema anni Settanta non ancora morto. La figura di Allende appare in pezzi di documentario che si fondono senza contraddizione stilistica con il “diario di un prigioniero di guerra” e il tempo trascorso fino a noi si azzera in una provocazione politica: «Passato, presente e futuro – dice l’autore – costituiscono una sola verità». E «La memoria non si restaura, si risveglia».

Il mio nome è Khan

My Name Is Khan
Karan Johar, 2010
Fotografia Ravi K. Chandran
Shah Rukh Khan, Kajol, Steffany Huckaby, Carlo Marino, Douglas Tait, Tanay Hemant Chheda, Harmony Blossom, Shane Harper, Sheetal Menon, Jennifer Echols.
Berlino 2010, fc. Roma 2010, evento speciale.

Cresciuto secondo il principio insegnatogli dalla madre, che vi sono solo due tipi di persone, le buone e le cattive, Rizvan (Shah Rukh Khan, il Tom Cruise di Bollywood) continua a vedere il mondo con occhio scevro da pregiudizi. Il fatto di soffrire della sindrome di Asperges, che si traduce in una lieve forma di autismo, non gli impedisce di applicare alle situazioni quotidiane la sua notevole intelligenza e capacità anche pratica. Indiano di origine, musulmano di religione, il giovane si è trasferito a San Francisco, vive col fratello e con la cognata e si mantiene vendendo cosmetici nei saloni di estetica femminile. È in uno di questi ambienti che s’innamora di Mandira (Kajol), induista e madre di un bambino. Il matrimonio sembra funzionare. Dopo i primi momenti di “sbigottimento”, Mandira impara a comportarsi con Rizvan utilizzando il suo codice di comportamento e integrandolo con la propria simpatia. Khan (da pronunciare usando l’epiglottide, com’egli tiene a sottolineare) non è un tipo facile, vede le cose in modo radicale e diretto, gli è facile scoprire il male anche quando questo si annida in persone che sembrano voler agire secondo Allah. Questo principio di schiettezza “innocente”, applicato alla nuova realtà dell’11 settembre 2001, determinerà una svolta drammatica nella vita della famigliola. Il figlio di Mandira, proprio mentre stava affezionandosi a Rizvan, rimane vittima dell’aggressività insensata di alcuni ragazzi più grandi, prede del nuovo pregiudizio antislamico. Sopraffatta dal dolore, Mandira allontana da sé Khan. Potrà tornare da lei solo quando sarà riuscito a incontrare il presidente americano, giacché la promessa di Rizvan è appunto di andare da Bush per dirgli: «Il mio nome è Khan e non sono un terrorista». Un compito “impossibile”, ma Khan si avvia, zaino in spalla, verso il suo sogno di libertà e di riscatto. O meglio, siamo noi a vederlo così: per lui l’impresa è normale. Sarà un lungo viaggio il suo e meno male che nel frattempo arriverà Obama. Si è pensato a un Forrest Gump del dopo 11 settembre. Si può andare anche più indietro, fino a Jerry Lewis e a quel suo modo “sconvolgente” di usare lo straniamento e l’inadeguatezza del singolo verso una certa società come un modo rivoluzionario di mostrarne l’assurda opacità. Il film di Johar, lungo (165 minuti) e ricco di mezzi, ha il pregio di coinvolgere lo spettatore in discorsi non facili attraverso un piano espressivo “semplice”. La bravura di Khan mantiene il personaggio su un livello di coerenza interna che regge bene l’impatto con la più riconoscibile referenzialità della seconda e ultima parte, quando la società americana si mostra come contesto credibile, senza tuttavia togliere al racconto il suo carattere di favola della realtà.

Precious

Precious
Lee Daniels, 2009
Fotografia Andrew Dunn
Gabourey ‘Gabby’ Sidibe, Mo’Nique, Paula Patton, Mariah Carey, Lenny Kravitz, Sherri Shepherd, Nealla Gordon, Stephanie Andujar, Amina Robinson, Chyna Layne, Xosha Roquemore, Angelic Zambrana, Nia Fraser.
Cannes 2009, Certain Regard. Oscar 2010, Mo’Nique atrnp.

L’Oscar all’attrice non protagonista, Mo’Nique, dice la verità sul senso profondo del film. Nelle prime sequenze la protagonista si presenta con le parole che introducono a una specie di diario intimo che, nel seguito, guiderà passo passo lo spettatore nel groviglio socio-psico-pedagogico entro cui si sviluppa la storia della diciassettenne afroamericana di Harlem. Siamo nel 1987: «Il mio nome è Clareece “Precious” Jones. Mi piacerebbe avere un fidanzato di pelle bianca con dei bei capelli. Desidererei stare adesso sulla copertina di una rivista, ma prima voglio avere un video sul canale BET. Mamma dice che non so ballare e in più mi dice che sarebbe far vedere il mio grande culo in tutte le maniere. Tutti i giorni dico a me stessa: qualcosa accadrà. Mi libererò o qualcuno lo farà per me». La “preziosa” ragazzina (Gabourey Sibide) è incinta per la seconda volta, violata dal padre, il quale ha mostrato alla moglie Mary (Mo’Nique) di preferire a lei la figlia. Precious, vistosamente sovrappeso, sogna di essere una ragazza normale, ma il suo rendimento a scuola è vicino allo zero e in casa la madre, «come una balena sul sofà, non fa altro che mangiare» e ogni tanto chiama la sua bambina «sacco di grasso di merda». La donna odia Claricee, convinta che sia lei la causa della solitudine cui si sente condannata: «Dopo tutto ciò che è successo, chi mi amerà?». Così, tende a mantenere, come disoccupata, la posizione di socialmente assistita. Precious non sa leggere né scrivere ma è tutt’altro che stupida. Ha sete di esperienza e presto si accorge di dover uscire dalla prigionia materna. Accetta di essere traferita nella scuola “alternativa”, dove ciascuno insegna a uno – “Each One Teach One”. La compagnia di altre ragazze, afflitte da problemi diversi ma che comunque hanno in comune una posizione difficile nella società americana, funzionerà come giusta cura per la coscienza della protagonista. Non sarà certo facile, ma alla fine, con l’aiuto di una brava insegnante (Patton), Precious mostrerà di volere riappropriarsi della sua vita. Emozionante, coinvolgente, istruttivo. Ma, fin qui, anche piuttosto ovvio. Grazie alla buona regìa di Daniels (Shadowboxer, 2005), abbiamo apprezzato l’efficace integrazione tra sogno individuale e situazione reale (i flash inseriti a punteggiare analogie e contrasti nella mente di Clareece), abbiamo seguito con interesse le lezioni, o meglio le sedute pedagogiche “alternative” attraverso le quali i singoli livelli di esperienza si trasmettevano reciprocamente producendo nelle partecipanti aperture e consapevolezze impensabili nella scuola “normale”; abbiamo partecipato alla sofferenza della “cicciona” al cospetto del proprio crudele destino, in un’America piegata alle impietose differenze e alle ritualità tassative; abbiamo per altro notato come non tutta quella società sia piattamente disponibile alla dittatura massmediologica (un infermiere dell’ospedale dove Precious partorisce dichiara la propria contrarietà al sistema McDonalds e preferisce mangiare le “schifezze” che passa quel convento). Bene, tutto dalla parte giusta. Ma la forza del film viene dall’arte. E l’arte è nel personaggio di Mary. La sorprendente rappresentazione del male profondo e insondabile è il dono che ci viene dalla prova di Mo’Nique (Shadowboxer, 2005, Phat Girlz, 2006) attrice perfettamente calata nel ruolo. La presenza di Mary impedisce allo spettatore di consolarsi con il lieto fine, rende la storia inquietante e non risolvibile con un passaggio accomodato. Mentre Precious, forte dell’autonomia acquisita, si avvia a curarsi dei suoi due figli, resta l’angoscia di quella madre, di quella donna “irrecuperabile”, figura vagolante in una coscienza collettiva non ancora pacificabile. «Tu non mi vedrai più», le dice la figlia. Ma forse non basta.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart