Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

19 Febbraio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il padre e lo straniero

Il padre e lo straniero
Ricky Tognazzi, 2010
Fotografia Tani Canevari
Alessandro Gassman, Amr Waked, Ksenia Rappoport, Leo Gullotta, Nadine Labaki, Emanuele Salce, Lavinia Biagi, Emifio Lavella, Claudio Spadaro, Mohamed Zouaui, Leonardo Della Bianca, Ilary Branco, Zohra Mouj, Widad Bouhya, Giuseppe Manfridi.
Roma 2010, fc.

«Guarda dove mi sono andato a cacciare», dice tra sé Diego (Gassman) quando capisce che l’incontro occasionale con il siriano Walid (Waked, Syriana, 2005), lo sta portando verso una situazione oltremodo complicata. E più o meno, la stessa considerazione ipotizziamo che starebbe bene nella mente del regista, nel vedere che il libro di Giancarlo De Cataldo da cui è partito non produce il necessario effetto drammatico; e che lo stesso genere giallo scelto per la rappresentazione del tema mostra, nelle mani degli sceneggiatori (lo stesso De Cataldo, Graziano Diana, Simona Izzo e Ricky Tognazzi), di non trovare la giusta misura cinematografica. Il tema è il sofferto amore dei genitori per i figli disabili. Gassman, visibilmente a  disagio nella parte di padre di Giacomino (Della Bianca), non riesce a dare uno sviluppo credibile al ruolo. E lo stesso si può dire per la Rappoport, moglie e madre comprensiva e affettuosa ma bloccata in una parte didascalica.  E mistero sul “mistero”, lo straniero Walid, ricco e sfuggente padre del piccolo Yusep, anch’egli gravemente handicappato. Fino alla fine non si capisce bene la necessità del riferimento ad un mondo e ad una cultura orientaleggiante. Inutili gli spostamenti in Medioriente. Meno che mai sembra giustificata la proposta di Walid a Diego, di una “fratellanza” in nome del dolore derivante dall’amore per i rispettivi figli. Quando nel finale scopriamo il motivo per cui lo straniero ha scelto Diego per l’improbabile amicizia, ancor più il film crolla sotto il peso di una troppo meccanica motivazione. Neanche Gullotta, sempre comunque bravo, riesce a salvarsi, nei panni dell’esponente “umano” dei Servizi segreti: in tutti i modi tenta di “spiegare” a Diego quanto poco misterioso sia il mistero da cui si sente oppresso.

Sono il numero quattro

I Am Number Four
D. J. Caruso, 2011
Fotografia Guillermo Navarro
Alex Pettyfer, Teresa Palmer, Dianna Agron, Timothy Olyphant, Kevin Durand, Callan McAuliffe, Judith Hoag, Jake Abel, Beau Mirchoff, Emily Wickersham, Brian Howe, Tucker Albrizzi, Cody Johns, Patrick Sebes, Jeff Hochendoner.

I Mogadoriani sono alti e malvagi, hanno il soprabito lungo e nero, hanno un fiuto speciale indicato dai solchi che segnano ai lati le loro narici. Sono alieni che vengono da noi, alla caccia di pochi altri alieni, salvatisi dal pianeta Lorien sulla Terra, in seguito allo sterminio della specie operato appunto dai Mogadoriani. In pericolo è specialmente il giovane John Smith (Pettyfer), essendo il quarto della serie di nove da eliminare. I primi tre sono andati. Sono terribili, i Mogadoriani, hanno una forza spaventosa e si portano dietro alcuni draghi mostruosi, capaci di sbranare qualsiasi cosa. Ma John crescerà, andrà al liceo e presto si renderà conto del “dono” speciale avuto in eredità. Attraverso le sue mani passa un’energia luminosa e calda, buona per annientare il nemico. È una forza difficile da descrivere, meglio lasciarsi prendere dagli effetti speciali, grazie ai quali tutto è possibile. La dose di suspence, pur notevole, non è certo dovuta – qui la caratteristica del film, tratto dal romanzo di Jobie Hughes e James Frey – a dubbi sull’esito degli scontri. Più coinvolgente, invece, lo spettacolo della “crescita” del ragazzo, il quale man mano acquista consapevolezza della propria forza e autonomia delle proprie azioni. Resiste dapprima all’innamoramento e poi cede all’attrazione di Sarah (Agron), ben consapevole che i Lorieniani s’innamorano una volta e per sempre. Vita da studente, la sua, ma fino a un certo punto giacché la condizione in cui si trova lo mette in difficoltà: non deve lasciar trapelare la propria origine, ricercato com’è dai Mogadoriani. Lo aiuteranno il suo guardiano e protettore Henri (Olyphant), la ragazza Numero Sei (Palmer), dal destino analogo a quello di John,  e  l’incontro con Sam (McAuliffe), un altro “studente”, che i compagni di scuola prendono in giro a causa della sua fissazione per gli alieni. Il regista Caruso, specialista in thriller/azione (Disturbia, Eagle Eye), sembra rivolgersi a un pubblico giovane e propenso a lasciarsi prendere in un gioco immaginario piuttosto “ingenuo”. Non tutto è chiarissimo nel susseguirsi delle situazioni, ma si capisce che ciò che conta è l’attrazione fiabesca.

Come lo sai

How do you know
James L. Brooks, 2010
Fotografia Janusz Kaminski
Reese Witherspoon, Paul Rudd, Owen Wilson, Jack Nicholson, Kathryn Hahn, Domenick Lombardozzi, Mark Linn-Baker, Shelley Conn, Molly Price.

Amore e nevrosi o, se preferite uno strano mal d’amore di cui soffre Lisa (Witherspoon). Sembrerebbe trattarsi dell’indecisione nella scelta tra due possibili uomini, Matty (Wilson), brillante giocatore di baseball, e George (Rudd), impegnato in affari e soprattutto nella difficile successione al padre Charles (Nicholson), vero e “pazzesco” criminale della finanza. In realtà Lisa, per colpa di un intreccio obbiettivo, cioè casuale, di circostanze e dettagli, viene investita da un turbine di aut-aut, che ad ogni momento la devia dall’una e dall’altra parte, nascondendole la sostanza stessa dei propri sentimenti. Tutto sembra nascere dalla delusione che la ragazza prova per l’esclusione dalla squadra di softball di cui sperava di poter fare parte. Ma, come può accadere, caduto un obbiettivo importante al quale ci si era legati per la prosecuzione della vita, si rischia di trovarsi scoperti e quasi privi di direzione. Ed è allora che ogni particolare può divenire decisivo e può segnare la svolta. Così, al di là del pretesto iniziale della “sconfitta” sportiva, emerge dalle giornate di Lisa una qualità esistenziale tipica del nostro tempo, fatto di molte aperture apparenti e di altrettante conseguenze determinanti. Una sceneggiatura (scritta dallo stesso Brooks, già regista di Voglia di tenerezza, Qualcosa è cambiato, Spanglish) perfetta nel rendere naturale lo svolgimento delle casualità, tiene in equilibrio la sorte non solo di Lisa ma anche di Matty, Goerge e Charles, tre personaggi molto diversi ai quali man mano ci affezioniamo, proprio per l’”onestà” con cui affrontano la fusione tra i loro destini e quello della ragazza. E il finale non ci sembrerà nemmeno tanto scontato quanto lo sarebbe stato senza la “leggerezza” del tratto registico. Se, visto il film, riflettiamo sul senso da dare al titolo, ci accorgiamo che appunto in quella sorta di interrogativo implicito sta il segreto di molte delle cose che ci succedono giorno dopo giorno.

Amore & altri rimedi

Love and Other Drugs
Edward Zwick, 2010
Fotografia Steven  Fierberg
Jake Gyllenhaal, Anne Hathaway, Oliver Platt, Hank Azaria, Josh Gad, Gabriel Macht, Judy Greer, George Segal, Jill Clayburgh, Kate Jennings Grant,  Katheryn Winnick, Kimberly Scott, Nikki Deloach, Natalie Gold, Megan Ferguson.

Jamie Randall (Gyllenhaal) è un brillante giovanotto in ascesa nell’America della metà degli anni Novanta. Sveglio di mente, consapevole forse delle conseguenze del rampantismo del decennio precedente, passa non appena può dal campo dell’elettronica di consumo a quello della vendita dei prodotti farmaceutici. Promotore supergasato, Jamie tende a sfruttare appieno le sue doti di sciupafemmine, bilanciando al meglio i frutti del fascino tra risultati della vendita e godimenti sessuali. La prima metà del film è giocata sulla cifra di un cinismo palesemente caricato con ironia forzuta e quasi violenta. Zwick (Vento di passioni, L’ultimo samurai, Blood Diamond – Diamanti di sangue), mentre segue le evoluzioni del personaggio, non trascura di gettare l’occhio su ciò che accade intorno, mettendoci al corrente con disinvolta brutalità circa la spregiudicatezza del connubio medicina-farmaceutica nel quadro di una concezione spiccatamente commerciale della salute. Ma non tutto è male, nemmeno all’inferno. Ed ecco che tra la folla di ragazze in attesa di divertimento ne spunta una del tutto speciale, diversa e molto più attraente. È Maggie (Hathaway, attrice dalla forte personalità, già ammirata in Il diavolo veste Prada e in Becoming Jane, ritratto della scrittrice Jane Austen, una “donna contro”), la quale mostra grande trasporto negli incontri con Jamie, ma sembra trattenuta da una strana ritrosia quando la loro situazione tende ad evolvere verso il sentimento. I due fanno di tutto per mostrare perfetto accordo nell’imporsi la strategia dell’”evitare una storia”, ma abbiamo l’impressione che alla lunga finiranno per cedere all’amore. Impressione più che fondata. Il regista si mostra debole anch’egli, abbandona progressivamente il contegno iniziale e vira fino al patetico. Proprio mentre il successo del venditore di farmaci esplode grazie alla novità del Viagra, un’altra novità, triste e drammatica, emerge da parte di Maggie. Il morbo di Parkinson che l’ha colpita dall’età di 26 anni si rivela inesorabilmente e lei cerca con tutte le forze di impedire che Jamie si senta “obbligato” a restarle accanto. Ma il ragazzo, prima così spregiudicato e “indifferente”, ora è colpito al cuore e prenderà la decisione più giusta. La svolta è un po’ brusca e rischia di annullare, o almeno indebolire molto, la tensione critica della prima parte. Notevole, per sensibilità e bravura, l’interpretazione dei due protagonisti.

Il cigno nero

Black Swan
Darren Aronofsky, 2010
Fotografia Matthew Libatique
Mila Kunis, Natalie Portman, Winona Ryder, Vincent Cassel, Janet Montgomery, Toby Hemingway, Barbara Hershey, Kristina Anapau, Ksenia Solo, Sebastian Stan, Christopher Gartin.

La musica di Chajkovskij c’è. Ci sono le ragazze trasformate in cigni da un incantesimo e c’è la Regina dei cigni, anche se qui non è più la Odette del balletto rappresentato al Bolshoi di Mosca nel 1877 con la coreografia di Julius Wenzel Reisinger. Ora Odette è Nina e la differenza non è solo nel nome. Siamo a New York, oggi. Più che nero, il cigno di Aronofsky è… “noir”, o meglio, la fantasia del regista immerge il dramma romantico in un mood psicoanalitico “americano” che trasforma la storia del Lago dei cigni  in una grossolana fantasticheria basata sulle tensioni “interiori” di una ballerina tutt’altro che misteriose. Cresciuta dalla madre (Hershey) ex ballerina in una gabbia affettiva  che la protegge e insieme la irrigidisce nel perseguimento della perfezione tecnica, Nina (una Portman perfettamente commisurata col ruolo) sogna di impersonare la Regina dei cigni. Quando viene selezionata da Thomas Leroy (Cassel), direttore artistico di un’importante compagnia, la giovane pensa che finalmente sia giunto il momento. Ma la duplice valenza del personaggio (cigno bianco e cigno nero, purezza e sensualità) non è nelle sua corde, Nina non riesce a liberarsi dalla “prigionia” materna. Affascinata da Thomas e perfino da Lilly (Kunis), la concorrente che l’ambiguo pigmalione le mette contro, la ragazza dovrà combattere con se stessa, con la propria frigidità. Seguendo questa traccia, il film vive una specie di doppia vita. Le scene legate al rapporto tra Nina e la madre sono realizzate in una cifra estetica “volgare”, divulgativa e sconfinante a tratti nell’horror più scontato. Quando invece Aronofsky dimentica The Wrestler e si concentra su Nina, sfoltendo le connotazioni didascaliche e lasciando all’attrice il compito di esprimere il disagio psicologico del personaggio, la “nuova Odette” può materializzarsi secondo una propria dignità artistica, anche di una certa consistenza. E la derivazione dal capolavoro ottocentesco si fa più comprensibile, il trasferimento nella frenesia del successo dei nostri giorni sembra meno arbitrario.

Il Grinta – La vendetta

True Grit
Ethan e Joel Coen, 2010
Fotografia Roger Deakins
Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper, Dakin Matthews, Paul Rae, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Jarlath Conroy, Roy Lee Jones, Ed Corbin, Leon Russom, Bruce Green, Peter Leung, Marcello Murphy, Jake Walker, Don Pirl, Nicholas Sadler, Brian Brown, Joe Stevens, David Lipman.

Arkansas, 1870. La quattordicenne Mattie Ross (Steinfeld) vuole vendicare la morte del padre e assolda lo sceriffo Rooster Cogburn (Bridges) per catturare Tom Chaney (Brolin), l’assassino in fuga, ricercato anche dal ranger texano LaBoeuf (Damon). Agli occhi di Mattie, Cogburn è una specie di orco. Voce cavernosa e andamento trasandato, ha fama di maneggiare spietatamente pistola e fucile senza troppo andare per il sottile. Lo chiamano il Grinta. Caparbia e per nulla arrendevole, Mattie decide si seguirlo nell’avventurosa caccia all’uomo in territorio indiano. Vanno a formare una coppia assortita al contrario: trasgressivo e “anarchico” il vecchio, sfrontatamente pura la ragazzina. Favoloso. Non certo nel senso usuratissimo della parola, quando si giudicano i più vari aspetti del “reale”, riducendone il “positivo” a un grado quasi-zero; nel senso tecnico, invece, del raccontare la fiaba. Il romanzo di Charles Portis, True Grit, aveva già fruttato nel 1969 il film di Henry Hathaway, Il Grinta. E John Wayne nella parte del protagonista aveva avuto l’Oscar, un riconoscimento più che altro iconologico. I Coen rileggono il libro a modo loro, avidi come sempre di verità, cioè alla ricerca del diverso da strappare al normale. Fiaba per disvelare. A oltre quattro decenni dal primo Grinta, non poteva venire dai due fratelli un semplice remake, l’occhio non poteva essere ingenuo. Il mito del West selvaggio di fine Ottocento andava riletto secondo un linguaggio consapevole dei risvolti attuali di una storia per troppo tempo bloccata sugli stereotipi della ruvidezza essenziale e della buona sostanza “primitiva” – addirittura primordiale, stando al proverbio biblico che leggiamo in testa al film: «L’empio fugge anche se nessuno lo insegue». Disvelare senza cancellare. Proprio attraverso il mantenimento e l’accentuazione del tono, il carattere fiabesco del racconto funziona da tornasole verso la rigidità e rozzezza del vecchio mondo western, dove la morale si serve anche della brutalità per affermare e conservare i princìpi di convivenze spesso forzose. Ed è la cadenza quasi trasognata delle scene a rendere “verosimili” i fulminanti inserti di violenza, rappresentata in dettagli “surreali” che ne rafforzano l’assurdità del portato. Notevolissima l’interpretazione della ragazzina, al suo primo film. Jeff Bridges conferma una sua sorta di congenialità, già apprezzabile in Crazy Heart (Scott Cooper, 2009), per il personaggio in decadenza. Costumi, scenografia e fotografia formano un corpo espressivo unico, come raramente capita di vedere al cinema.


Letto 3558 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart