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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

11 Dicembre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

RCL – Ridotte Capacità Lavorative

RCL – Ridotte Capacità Lavorative
Massimiliano Carboni, 2010
Fotografia Massimiliano Carboni
Paolo Rossi, Emanuele Dell’Aquila, Alessandro Di Rienzo, Davide Rossi, Daniele Maraniello, Biagio Ippolito.

Il documentario di Ugo Gregoretti Apollon, una fabbrica occupata raccontava nel 1969 l’occupazione operaia della tipografia romana Apollon senza avere l’aria di costruire una finzione, senza mettere in campo il regista/giornalista impegnato e consapevole del cinema e del teatro d’avanguardia, Paolo Rossi, che ora con una mini troupe si reca a Pomigliano d’Arco per i “sopralluoghi” di un film sulla crisi delle Fiat al sud. Nel precedente Omicron (1963) lo stesso Gregoretti aveva utilizzato la fantascienza per un apologo sull’alienazione dell’operaio Trabucco del cui corpo s’impadroniva un extraterrestre. Nel docufilm di Carboni, Rossi, calato nei panni del personaggio-guida, si muove in un set in costruzione, oscillando tra film mascherato da inchiesta e inchiesta mascherata da film. L’impressione è che questo RCL sia utilizzabile con maggiore pertinenza, in un contesto critico (critica cinematografica, sociologia, politica) anziché nella prospettiva di un’azione positiva per un chiarimento fruttuoso del difficile rapporto (difficile nel contesto dato, lì e ora) tra produzione industriale e diritti dei lavoratori. Niente di nuovo, nel cinema, se si ripensa a Tempi moderni di Chaplin e a quell’inarrivabile racconto della catena di montaggio. Lo stesso Carboni lo fa dire esplicitamente a Rossi. Ma niente di nuovo nemmeno rispetto ai tentativi di rendere estetico un certo contrasto strutturale, laddove la condizione operaia lasci trasparire con più evidenza le contraddizioni (la parola è d’epoca ma resiste) che stanno alla base del mondo in cui viviamo. Il “regista” Paolo Rossi scruta il contesto, cammina per le vie dell’ex paesotto agricolo, intervista il sindaco, il parroco, il sindacalista e gli operai cogliendoli in un momento di vita “al naturale”, fuori dalla fabbrica. Sarebbe un ulteriore contributo rispetto a ciò che sappiamo dalla televisione e dai giornali. Ben venga, certo. Ma c’è qualcosa in più e Rossi lo sottolinea. Qui, sul set di Ridotte Capacità Lavorative, la parola d’ordine è: «surrealismo civile». Qui interviene il cinema, tanto che sarebbe non solo inutile ma controproducente descrivere la soluzione espressiva e stilistica con cui il documentario si risolve in film, con cui l’immaginario dello spettatore può seguire i “suggerimenti” della regia, apprestandosi a comporre un quadro non ingenuo, bensì adeguato alla linea metaforica impersonata dal bravissimo comico. Marchionne o non Marchionne, il cinema è cinema. Nota – Lo scrivente, una quarantina di anni fa, ha suonato il Free Jazz nelle cantine romane. Sulla locandina dei concerti c’era scritto: «concerto operai e studenti».

I due presidenti

The Special Relationship
Richard Loncraine, 2010
Fotografia Barry Ackroyd
Michael Sheen, Dennis Quaid, Helen McCroy, Hope Davis, Adam Godley, Mark Bazeley, Marc Rioufol, Kerry Shale, Demetri Goritsas, Nancy Crane, John Schwab, Lara Pulver, Eric Meyers, Rufus Wright, Matthew Marsh.

Non vi aspettate di scoprire segreti della politica internazionale. L’amicizia tra Bill Clinton e Tony Blair è raccontata con taglio televisivo, più nell’ottica del “riconoscimento” (perché lo spettatore dica: sì era proprio così, proprio come l’avevo sempre immaginata e come me l’aspettavo) che seguendo finalità analitiche verso la storia o, meno che mai, tentando approfondimenti drammaturgici. Michael Sheen, dopo The Queen (2006), si riveste da Blair e, ben sapendo che l’imitazione gli riesce, rifà le mosse che dal 1992 catapultarono il laburista britannico sulla scena internazionale. Se nel film di Stephen Frears si trattava di prendere confidenza con la frequentazione della regina d’Inghilterra, qui, già in vista della probabile elezione a premier, Blair vola a Washington e a Parigi per annusare arie amichevoli, dagli uomini di Clinton e da Chirac (Marc Rioufol) in persona. Ed è solo l’inizio dell’espansione di quel sorriso che porterà lo scozzese all’intesa anche non formale col presidente degli Stati Uniti. La maschera di Bill tocca a Dennis Quaid. Pur con qualche rischio di confusione con il cantante italiano Baglioni (ma di Italia, nel film, non si parla mai), l’immedesimazione dell’attore è utile a rinfrescare la memoria delle pesanti responsabilità di Clinton, interne ed esterne. Soprattutto quando interviene lo scandalo Lewinsky e gli argomenti seri, come la crisi del Kosovo e il problema di intervenire per sconfiggere il dittatore Milosevic, rischiano di essere “oscurati” dalla questione della definizione di “atto sessuale”, se cioè il rapporto orale, in quanto consumato con il presidente degli Stati Uniti, possa essere costituzionalmente considerato atto sessuale. Il britannico Blair sarebbe per il no, ma Clinton, ex governatore dell’Arkansas, cede all’ingenuità. Sappiamo come siano andate le cose, sappiamo che ad abbattere Bill fu la sua bugia, il suo tentativo di negare, ma è bello appacificarsi ora, dopo che anche Bush è tramontato, con l’argomento scabroso. E riflettere sulla forza morale e sul valore politico di Hillary (Hope Davis), la moglie del presidente. La vediamo difendere il marito accusando la destra di “cospirazione” in un’intervista al The Today Show (importanza della Tv). Ma ci colpisce anche una battuta detta a tavola, in un pranzo a quattro con Bill, Tony e sua moglie Cherie (Helen McCrory): «Se decidi di sposare una causa, stai lontano dalla Sanità». Parole sante, battute che non ti aspetteresti in un film la cui “meraviglia” è decisamente attribuibile al “privilegio” offerto allo spettatore, di essere testimone, da vicino, dei gesti normali, degli appuntamenti intercontinentali di due grandi della storia che vivono con disinvoltura la “Special Relationship” tra Gran Bretagna e Stati Uniti, lo speciale rapporto che fu tanto caro a Winston Churchill. Il carattere di familiarità dello spettacolo ha giustamente decretato il successo della tramissione televisiva del 29 maggio 2010, quando il pubblico americano ha potuto vedere sulla rete HBO il lavoro di Richard Loncraine in anteprima mondiale.

Cyrus

Cyrus
Jay e Mark Duplass, 2010
Fotografia Jas Shelton
John C. Reilly, Jonah Hill, Marisa Tomei, Catherine Keener, Matt Walsh, Kathy Ann Wittes, Jamie Donnelly, Tim Guinee, Steve Zissis, Diane Mizota, Katie Aselton, Charlie Brewer.
Locarno 2010, Piazza Grande.

Posto che di materia psicoanalitica ve ne può essere a partire da qualsiasi testo, ritagliato da qualsiasi situazione, quando il testo è un film e quando nella rappresentazione il riferimento a pertinenze analitiche è quasi-esplicito, il problema del regista è di non caricare le scene di valore scientifico e di restare quindi all’estetica. Il film in sé non ha proprietà curative. Potrà, se mai, essere preso a pretesto per racconti-altri, da elaborare in funzione psicoanalitica. Perciò il fatto che nel film non vediamo alcuno dei personaggi di Cyrus sottoporsi a terapia va a merito dei fratelli Duplass, autori nel 2008 dell’horror Baghead, passato al Festival di Roma – nel 2010 è uscita da noi la commedia di Lynn Shelton, Humpday-Un mercoledì da sballo, con Mark attore e consulente per la sceneggiatura -, i quali hanno saputo mantenere il lavoro nei confini della commedia. A questa definizione di genere contribuisce non poco il finale “buonista”, dove le cose vanno tutte a posto, anche un po’ forzosamente. Le “cose” consistono in un complesso (non complicato) intreccio sentimentale che coinvolge tre protagonisti a Los Angeles. John (Reilly, Chicago, The Aviator, Radio America) è un tipo incasinato, generoso e all’apparenza sempliciotto, sofferente ormai da sette anni per il divorzio dalla moglie Jamie (Keener, S1m0ne, The Interpreter, Truman Capote – A sangue freddo, Into The Wild). Proprio all’inizio del film, John riceve da Jamie la notizia che il distacco dovrà essere definitivo giacché lei ha deciso di risposarsi. È dispiaciuta per il suo ex e non trascurerà di assisterlo, al bisogno. Senza un attimo di tregua, il caso mette prontamente davanti all’uomo la donna che potrà colmare il vuoto di John. Molly (Tomei, Terapia d’urto, Onora il padre e la madre, The Wrestler) è simpatica e l’intesa con è subito buona, anche sessualmente. Ma c’è una sorpresa. Si chiama Cyrus (Hill, Cambia la tua vita con un click, 10 cose di noi, Funny People), 22 anni, sovrappeso, molto affezionato alla mamma che lo ha cresciuto coccolandolo in maniera esagerata. La mamma è Molly. Cyrus si rivelerà un ostacolo duro da superare, da entrambi i punti di vista, di John e di Molly. Le ragioni sono profonde, tanto che la storia dei tre sembra prendere una piega drammatica e “nera”. La regìa, specialmente nella parte centrale, si destreggia bene nei toni ambigui mettendoci in apprensione per le sorti anche fisiche dei personaggi. Ma le “cose” si sistemeranno. Se poi noi volessimo andare oltre il film, a discutere sulle conseguenze anche gravi che possono comportare gli “egoismi” esclusivi di una madre e di un figlio rispetto all’armonia di una famiglia aperta a nuove esperienze dopo un primo “capitolo” chiusosi non al meglio, resteranno le belle prove offerteci dagli interpreti di Cyrus, con la regìa dei Duplass, discreta e sensibile nei confronti del tema.

In un mondo migliore

Hævnen
Susanne Bier, 2010
Fotografia Morten Søborg
Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Elsebeth Steentoft, Satu Helena Mikkelinen, Camilla Gottlieb, Martin Buch, Markus Rygaard, William Jøhnk Juels Nielsen, Toke Lars Bjarke, Anette Støvelbæk, Kim Bodnia.
Roma 2010, concorso: Gran Premio Giuria e Premio del Pubblico.

Dal rigore danese del Dogma di Lars Von Trier (Open Hearts, 2003) all’approfondimento americano dei sentimenti (Noi due sconosciuti, 2008), continua il cammino della Bier, ora tornata in patria, verso un quadro più complesso di problematiche diversamente articolate, con una sguardo anche pedagogico “individuale” e psicoanalitico e con un occhio a situazioni “umanitarie”, meno lontane di quanto possa sembrare. In primo piano la sofferenza di due bambini, Elias (Rygaard) e Christian (Nielsen). Il timido Elias è figlio di Anton (Persbrandt), medico chirurgo impegnato in Africa a curare i diseredati di quel continente martoriato dalla fame e dalle violenze più feroci. Christian ha perso la madre malata di cancro e non perdona al padre Claus (Thomsen) di averla fatta morire, così crede – e dice: «Non perdo tempo con chi si arrende». Mentre cova in lui la violenza repressa, incontra a scuola Elias e lo difende dal bullismo di ragazzi più grandi. Diventano amici e coltivano risentimento per le arroganze di cui è infestata la vita quotidiana. Specialmente Christian non sopporta che Anton, sbandierando la propria filosofia non-violenta, si lasci aggredire anche fisicamente. E trascina Elias in una “vendetta” molto pericolosa. Le complicanze dell’educazione coinvolgono i genitori dei due bambini. Proprio dall’esito drammatico della “piccola” vicenda (ma attenzione, i bambini prendono tutto sul serio, non solo il gioco) di Elias e Christian, verrà rafforzata la possibilità di recupero dei grandi. Anton trasferirà dall’Africa una profonda lezione di umanità personale che gli farà ritrovare il rapporto con la moglie Marianne (Dyrholm) e Claus avrà la forza di confessare al figlio la ragione segreta di quello che Christian aveva visto come un grave egoismo. Il film ha una carica emotiva capace di dare sostanza estetica ai problemi impersonati dagli attori. Le situazioni sono esemplari e credibili senza per questo scivolare nel didascalico. Il senso drammatico dell’attualità si articola nelle visioni complementari del privato e del sociale, tracciando una prospettiva non propriamente ottimistica. E tuttavia lasciando a ciascuno la possibilità di una riflessione in positivo. Bravi gli attori  e bravissimi i due piccoli interpreti.


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Bart