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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

18 Dicembre 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

The Tourist

The Tourist
Florian Henckel von Donnersmarck, 2010
Fotografia John Seale
Johnny Depp, Angelina Jolie, Paul Bettany, Timothy Dalton, Steven Berkoff, Rufus Sewell, Christian De Sica, Neri Marcorè, Alessio Boni, Daniele Pecci, Nino Frassica, Raoul Bova.

I veri turisti siamo noi. Il regista tedesco ci invita, per seguire le evoluzioni dei protagonisti, a fare dei bei giri a Parigi e specialmente a Venezia, dal Canal Grande alla laguna, per le calli e fin dentro le stanze dogesche dell’hotel Danieli. Il turista Depp, invece, nei panni del professore di matematica americano in Europa per consolarsi da un’amore infranto, è “falso”. E della vera identità della Jolie saprete nel sottofinale. Ripidissima e imbarazzante la discesa artistica dell’autore de Le vite degli altri (Oscar film straniero 2006), da quell’opera severa sui metodi della dittatura della Repubblica Democratica Tedesca per la conservazione del comunismo reale a questo lussuoso, stereotipo e statico thriller sulle sorti del criminale Alexander Pearce, ladro di milioni, ricercato dal gangster che ha derubato e dagli inglesi che da lui pretendono le tasse. La sua donna, Elise (Jolie), mentre sta andando a incontrarlo (si sono separati perché lui, in fuga, ha dovuto cambiare faccia), s’imbatte in Frank, il turista americano. Seguendo le indicazioni che a distanza le dà Alexander, crede che sia proprio Frank l’uomo da “incastrare” per il malefico gioco. Il sospetto, pensate un po’, è che finirà per innamorarsene (ma non si vedranno scene d’amore). L’interesse dello spettatore non cresce, bloccato dall’insufficienza di credibilità della messa in scena. Gli attori, tutti (e perciò il sospetto è che la responsabilità maggiore sia del regista), sembra che stiano giocando a fare il cinema. Depp (lo Sweeney Todd, il Nemico pubblico!) è irriconoscibile, Jolie fa quasi per tutto il film la bella statuina e cerca invano l’espressione misteriosa. Gli altri contributi sembrano francamente sprecati, Paul Bettany (l’ispettore Acheson), Timothy Dalton (il capo ispettore Jones), Steven Berkoff (il gangster supercrudele Shaw): troppa grazia. E poi gli italiani, Interpol, carabinieri e presenze in borghese. Marcorè, al Danieli, accompagna alla suite i “turisti” Elise e Frank e strappa un sorriso. Boni, Pecci, Frassica e Bova hanno accettato di essere poco più che comparse. De Sica, a denti stretti, in abito grigio, mette in gabbia Frank e poi lo rilascia.

La bellezza del somaro

La bellezza del somaro
Sergio Castellitto, 2010
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Sergio Castellitto, Laura Morante, Enzo Jannacci, Marco Giallini, Barbora Bobulova, Gianfelice Imparato, Nina Torresi, Emanuela Grimalda, Lidia Vitale, Renato Marchetti, Erica Blanc, Valentina Mencarelli, Valerio Lo Sasso, Pietro Castellitto.

Circolo vizioso. La borghesia “malata” tenta di divertirsi con i propri disturbi. Ne uscirà difficilmente. Si sa, l’omeopatia non sempre risolve. Non ha risolto con il realismo/rispecchiamento e non risolve, pare, col surrealismo all’italiana. La cura inefficace viene da Castellitto. Alla terza prova da regista (Libero Burro, 1998, Non ti muovere, 2004), l’attore accentua il “nervosismo” non solo della propria interpretazione – ma diremmo della visione del mondo – bensì lo trasmette a tutta la compagnia. Dall’inizio alla fine, senza un momento di respiro, i personaggi mitragliano lo spettatore – diremmo sono mitragliati essi stessi – con una serie infinita di battute “significative”, a volte anche divertenti ma sempre esclusivamente votate alla definizione implacabile dei disturbi di cui sopra. Soprattutto dominante, al di là del significato, è l’intensità del suono – diremmo frastuono – con cui le voci arrivano stressate al nostro orecchio, tanto che la metà delle parole non riusciamo nemmeno a capirle. Non sappiamo se tale effetto fosse nelle intenzioni di Margaret Mazzantini, autrice del soggetto e della sceneggiatura, ma il film risulta frenetico e urlato al punto da sembrare “detto” tra i tuoni e i lampi di un temporale definitivo. È appunto il vizio che riassume in una cifra complessiva i diversi disturbi e mentre li racconta li riproduce fino all’autodenuncia espressiva. Sostanzialmente si tratta del rapporto genitori-figli fissato al momento attuale, in un intreccio di situazioni dalla cui trasparenza emergono le dissoluzioni prospettiche dell’architetto Marcello Sinibaldi (Castellitto) e di sua moglie Marina, psicoanalista (Morante). Genitori “moderni” – diremmo modernisti. Rosa (Torresi), la loro figlia diciassettenne, 9 in greco e una gran voglia di andare al di là del suo ragazzzetto somaro, un bel giorno si presenta col nuovo “fidanzato”. È l’ultrasettantenne Armando (Jannacci). Si vivono attimi di sconforto. Meno male che l’evento accade durante una beata sosta campagnola di fine-settimana (sì, in Toscana), popolata da parenti, amici e pazienti che ormai fanno parte della famiglia allargata. Così, la trovata paradossale può smorzarsi in una rappresentazione collettiva e confondersi nel “rumore” generale. Ne fanno parte lo stesso somarello vagamente bunueliano e l’insistita citazione bergmaniana del Settimo Sigillo, alibi per una “pazzia” troppo denunciata. Il vero risulta falso e il falso vuol essere fin troppo vero, come la confessione del padre alla figlia: orfano, per essere stato casualmente concepito in volo, quando la propria madre era hostess in uno dei primi boeing; o come la pacata presenza del saggio Armando, ridotta da Marcello a significato sociologico, sia pure ironico: se i nostri figli non hanno lavoro, giustamente si buttano su chi la pensione ce l’ha.  Il finale edulcorato non lo raccontiamo, ma comunque non cambia la sostanza dello spettacolo vizioso.

La banda dei Babbi Natale

La banda dei Babbi Natale
Paolo Genovese, Sophie Chiarello, 2010
Fotografia Giovanni Fiore Castellacci
Aldo, Giovanni, Giacomo, Angela Finocchiaro, Sara D’Amario, Silvana Fallisi, Lucia Ocone, Antonia Liskova, Giorgio Colangeli, Giovanni Esposito, Massimo Popolizio, Cochi Ponzoni, Mara Maionchi.

Sono forti a bocce e stanno per arrivare alla finale del torneo. Ma sono anche un po’ (molto) incasinati. Aldo fa la vita del mantenuto e ha il vizio delle scommesse, Giovanni, veterinario, si barcamena in equilibrio tra una moglie e una “fidanzata” che attende di sposarlo; Giovanni, medico e vedovo vittima del proprio Super-Io, è frenato dalle apparizioni della moglie in sogno e non riesce ad accettare la corte di una collega più giovane. È la notte del 24 dicembre. Un incastro pazzesco di coincidenze costringe Aldo, Giovanni e Giacomo a indossare le divise da Babbo Natale e tentare un certo furto in appartamento. La loro non è una vera banda, ma il problema sarà spiegarlo alla polizia. La sfortuna vuole che l’ispettore sia una donna, Irene Bestetti (Finocchiaro), la quale ci tiene molto a raggiungere marito e figlioli per trascorrere in famiglia la sera di Natale. Burbera ma comprensiva, Irene ascolterà le giustificazioni di Aldo, Giovanni e Giacomo. Vedrete che alla fine le cose si aggiusteranno. Intanto veniamo fatti partecipi dello strano e divertente intreccio. L’espediente narrativo consiste in una serie di flash e cioè di scenette che, una dopo l’altra, ci fanno entrare nelle personalità dei personaggi. Il terzetto dei comici si mostra in buona forma, confermando arguzia nell’analisi dei costumi (nessuna volgarità) e lucidità di presenza scenica. Il fatto di dare ai tre protagonisti i nomi propri degli attori è indice di una trasparenza demistificatoria che non guasta nel panorama di falsi realismi “leggeri”, specialmente in periodo natalizio. Il film scorre con un ritmo non forsennato, adatto alla comicità di Aldo, Giovanni e Giacomo, comicità svolta sul filo del paradosso e con alcuni momenti di progressione irresistibile. Nella colonna musicale si ascoltano quattro canzoni inedite cantate da Mina.

MegaMind 3D

MegaMind 3D
Tom McGrath, 2010
Animazione

Nello spazio, i “buchi neri” minacciano l’esistenza dei mondi. Da due pianeti in pericolo arrivano sulla Terra due piccoli alieni, inviati dalle loro famiglie affinché possano salvarsi. Il destino cattivo di MegaMind (voce di Will Ferrell nella versione originale) lo fa sbarcare in un penitenziario dove sono racchiusi supercriminali cattivissimi dai quali viene adottato, MetroMan (voce di Brad Pitt) sbarca invece nella casa di una buona famiglia. Le opposte vocazioni costringeranno i due a combattersi senza tregua. MegaMind, contrastato da MetroMan (la citazione di Superman è esplicita), riesce però a prevalere e a dominare MetroCity. A questo punto sembra non avere più nemici, la sua vita non ha più ragion d’essere? Senza avversari il Male si annoia! Così, MegaMind pensa di provvedere egli stesso, in modo da potersi misurare finalmente con un degno avversario. E crea Titan. Senonché la creazione  si dimostrerà “difettosa”. A salvare il mondo il nuovo supereroe non ci pensa nemmeno e anzi rischia di essere più cattivo di MegaMind. Molto interessante e certo non semplice la vicenda messa insieme dalla Dreamworks. La metafora è anche più complessa di quella sottostante alla serie Shrek. Mentre il rospo verde manteneva pur sempre sembianze umane, pregi e difetti, problema della famiglia, amore e potere, pericolo di alienazione (autenticità e altro-da-sé), la supercattiveria di Megamind è fredda, frutto di programmazione elettronica. La “simpatia” del protagonista e delle figure che gli sono attorno, compresa Roxanne di cui un po’ stranamente subisce il fascino, contrasta con la trasparente natura del personaggio. MegaMind sembra non avere dimensione. La “malvagità” delle sue azioni non risponde ad una fisicità che sia in qualche modo palpabile. È sostanzialmente un essere indifferente, verso di sé e verso il proprio contrario. La sua vita trae necessità dal paradosso del dualismo irrefrenabile, tanto che, pur di continuare a combattere (a vivere?) sarà forse costretto a diventare buono. Superbuono, ovviamente. E quindi fittizio ancora una volta. La macchina prende coscienza di sé? «I film dei supereroi non saranno più gli stessi», avverte la locandina. La scommessa è che il senso di tale svolta arrivi ai piccoli spettatori, magari “solo” percettivamente.

American Life

Away We Go
Sam Mendes, 2009
Fotografia Ellen Kuras
John Krasinski, Maya Rudolph, Carmen Ejogo, Catherine O’Hara, Jeff Daniels, Allison Janney, Jim Gaffigan, Samantha Pryor, Conor Carroll, Maggie Gyllenhaal, Josh Hamilton, Bailey Harkins, Brendan and Jaden Spitz, Chris Messina, Melanie Lynskey, Colton Parson, Katherine Vaskevich, Jerome Walter Stephens, Brianna Eunmi Kim, Paul Schneider.

Un figlio. Indifferente il luogo dove nascerà? E no! ciascun luogo ha la sua storia. Verona (Rudolph) è incinta di sei mesi, con Burt (Krasinski) fanno una coppia sulla trentina, senza le basi per vivere. È la vita di oggi, nel Colorado come in altre parti del mondo. Burt si occupa di assicurazioni, venderebbe “future” ma la verità è che se non contasse sull’appoggio dei genitori, per lui non avrebbe nemmeno più senso tirare a campare nella stessa città. E infatti, quando Jerry e Gloria (Daniels e O’Hara) decidono all’improvviso, squinternati come sono, di cambiare aria, Burt e Verona si guardano negli occhi e si mettono in macchina. Troveranno una città, un luogo degno della nascita della loro bambina. Mentre il pancione continua a crescere, seguiamo le tappe della ricerca. Phoenix, Tucson, il Winsconsin, Montreal, Miami, ripassiamo la geografia statunitense e mettiamo in fila tipi umani, i quali poi, tutti insieme andranno a fare un quadretto della società americana degno di riflessione. Parenti e amici mostrano, ben oltre le relative caratterizzazioni, il denominatore di un modo di vivere vario e uguale, secondo stereotipi, per cui il viaggio di Burt e Verona si trasforma via via nella “disperata” fuga che giustifica in pieno il titolo originale del film: Andiamocene via. Il tema è trattato in maniera simpatica e il lavoro di Mendes non perde per questo di senso critico. Si sorride e si riflette, si apprezza la bravura di tutti gli attori. Il cast è degno di un regista che può vantare successi come American Beauty (1999), Era mio padre (2002), Revolutionary Road (2009). Peccato che il finale, la chiusura, addolcisce forse un po’ troppo la pillola.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart