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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

15 Gennaio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Vi presento i nostri


Little Fockers
Paul  Weitz, 2010
Fotografia Remi  Adefarasin
Robert De Niro, Ben Stiller, Owen Wilson, Blythe Danner, Teri Polo, Jessica Alba, Laura Dern, Harvey Keitel, Barbra Streisand, Dustin Hoffman, Jack Axelrod, Daisy Tahan, Laksh Singh, Clent Bowers, Olga Fonda, Colin Baiocchi, Kevin Hart, Yul Vasquez, Thomas McCarthy, Sergio Calderon.

Terzo capitolo della giostra famigliare americana, della famiglia di Greg Focker (Stiller), bene assortita e aggiornata (sms, Youtube, Wikipedia, ecc.), simpatica, un po’ tradizionale e un po’ “moderna”. Continuano a confrontarsi le generazioni, figli e genitori, mogli e mariti e coppie di suoceri, ora anche con la partecipazione semidecisiva di due gemellini, Henry (Baiocchi), e Samantha (Tahan), recenti rampolli del timido infermiere e della sua cara Pam (Polo). Il passaggio di regia da Jay Roach (Ti presento i miei, 2000, Mi presenti i tuoi?, 2004) a Paul Weitz (American Dreamz, 2006) segna un punto a vantaggio di una non timidissima virata del contenuto verso una predilezione “progressista” meno nascosta. Proprio mentre il ruolo del suocero sembra consolidarsi nel non intaccabile moralismo dell’ex agente Cia, impegnato a francobollare il genero per assicurarsi della sua dignità di successore alla guida della famiglia, l’eccessiva rigidità patriarcale porterà Jack Byrnes (De Niro) alla “sconfitta”. Infatti arriva il momento in cui Greg, esasperato dall’avversità dei casi che lo affliggono – non ultimo l’assedio della quasi ninfomane Andi Garcia (Alba) – esplode in un salutare rifiuto della “protezione” e del prefigurarsi per lui di un destino da “Fotterpadrino” (Fotter, non più Focker); e reagisce fino allo scontro fisico con Jack durante la festa di compleanno dei pargoli. Trionfo dell’autonomia, nella completa felicità di tutti, genitori/suoceri compresi, specialmente i due più eccentrici, Bernie (Hoffman) e Rozalin (Streisand). Il “vecchio” Jack avrà rischiato di rimanerci secco, a causa del cuore malandato (ma De Niro appare in gran forma!), il risultato è però soddisfacente: il mondo intero (sì insomma, la famiglia americana) si salverà, sol che sappia tirarsi fuori dalle frustrazioni del momento. Il quadretto finale, incorniciato in battute “estremamente” trasgressive e trasudanti felicità – un consiglio ai ragazzini: «Se volete giocare con le caccole, fatelo quando sono secche» – risarcisce lo spettatore dal sistematico preannuncio di ogni singola gag durante tutto l’arco del film.

Kill me please

Kill Me Please
Olias Barco, 2010
Fotografia Frédéric Noirhomme
Aurélien Recoing, Benoît Poelvoorde, Saul Rubinek, Bouli Lanners, Virgile Bramly, Zazie De Paris, Daniel Cohen, Virginie Efira, Muriel Bersy, Nicolas Buysse, Ingrid Heiderscheit, Jerome Colin, Ewin Ryckaert, Stéphane Malandrin, Olga Grumberg, Vincent Tavier, Bruce Ellison, Clara Cleymans, Gerard Rambert, Stéphanie De Crayencour, Philippe Grand’Henry, Philippe Nahon.
Roma 2010, concorso: Marc’Aurelio d’Oro

Un’appropriata fotografia in bianco&nero accentua il paradossale “immaginario del suicidio” che il regista belga,  al suo secondo lungometraggio (il primo Snowborder, del 2002, non si è visto in Italia), propone in forma di horror/noir trasognato, con una carica di ironia più che sufficiente a suscitare risate sarcastiche. La materia è stimolante. Il Dr. Kruger (Recoing, The Horde) ha pensato bene di offrire agli aspiranti suicidi la possibilità di togliersi la vita senza dover soffrire le pene corporali e spirituali legate alle usuali tecniche dell’autosoppressione. Purché abbiano i mezzi economici per farlo (si intuisce che non debbano essere miseri), gli aspiranti al trapasso volontario possono chiedere ospitalità nella clinica di Kruger, fornita di tutta l’attrezzatura medica necessaria e di ogni confort anche psicologico. Kruger stesso li assisterà personalmente, esaudirà i loro “ultimi desideri”, lasciando che ciascuno si prenda tutto il tempo necessario ad affrontare  l’atto decisivo e sempre comunque pronto ad accogliere eventuali ripensamenti dell’ultimo minuto. Unica condizione: il sorso di bevanda avvelenata farà effetto nel tempo massimo di tre minuti e non ammetterà rimedio. La varietà tipologica degli speciali ospiti è tale da costituire di per sé il divertimento più intrigante. Delineati con un tratteggio che non sfora mai nel  campo della farsa, i personaggi hanno un netto carattere di verosimiglianza, che ci fa riflettere sulle molte ragioni ipoteticamente valide per un taglio definitivo con l’esistenza, ragioni solo in apparenza personali ma, a veder bene, non così “intime” come potrebbe sembrare. Tanto che, al dunque, Kruger si accorge di come la morte sia molto meno controllabile e gestibile di quel che egli credesse. Il film, in origine, doveva intitolarsi Dignitas. Si chiama così l’associazione svizzera per l’eutanasia assistita.

La versione di Barney

Barney’s version
Richard J. Lewis, 2009
Fotografia Guy Dufaux
Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike, Minnie Driver, Rachelle Lefevre, Scott Speedman, Bruce Greenwood, Macha Grenon, Jake Hoffman, Anna Hopkins, Thomas Trabachi.
Venezia 2010, concorso: Leoncino d’oro.

Il suo medico gli chiede: «Che macchina hai?» e Barney non sa rispondere, non ricorda più. Già una volta ha dovuto prendere il taxi, convinto che la sua auto fosse stata rubata, mentre le chiavi erano accuratamente custodite in ufficio. L’Alzheimer non perdona l’ebreo-canadese Barney Panofsky (Paul Giamatti) e lo colpisce in maniera grave proprio quando la memoria gli servirebbe per dare, a se stesso e agli altri, la versione giusta dei momenti critici della sua vita complicata. Infatti un poliziotto, il quale ha seguito per anni la non mai chiarita sparizione di Boogie (Scott Speedman), l’amico artista e scrittore col quale Barney ha vissuto giorni “esistenzialisti” nella Roma degli anni ’70 (purtroppo l’ennesima rappresentazione di maniera), ha scritto una biografia che lascia intendere la responsabilità di Barney. Una pistola regalatagli come regalo di nozze dal padre poliziotto sregolato in pensione (Dustin Hoffman), tre mogli “senza pace”, due figli e l’impresa televisiva “Produzioni Assolutamente Inutili”, cioè soap opera di successo che egli, produttore, disprezza e di cui quasi non vuole sentir parlare: è Barney, ma di lui non abbiamo detto ancora niente e sarà difficilissimo dire ancora qualcosa perché la sua vita è un cumulo di strane reazioni alla casualità degli eventi. In fondo, l’unico elemento sicuro che abbiamo per seguire un filo è la capacità del bravissimo Giamatti – qui all’altezza della sua prova migliore (Sideways, di Payne Alexander, 2004) –  di legare il succedersi delle vicende del protagonista in modo da darcene un resoconto insieme sbalorditivo e commovente, divertente e paradossale, eccentrico e umanissimo. Il personaggio è molto diverso da come viene descritto negli appunti di presentazione del film: «un uomo ordinario alle prese con una vita straordinaria». Diremmo invece che Barney trasforma tutto ciò che incontra nella vita in qualcosa di straordinario perché non è un uomo comune. Il suo carattere emotivo, la sua intelligenza e sensibilità ne fanno una persona estremamente reattiva alle sollecitazioni degli eventi quotidiani. “Sfortunato” nel primo matrimonio con la “leggera” Clara (Rachelle Lefevre), Barney ha una strana botta di “fortuna” proprio durante la festa del secondo matrimonio, con la ricca “Mrs P.” (Minnie Driver). Fortuna nel senso che, sebbene ubriaco fradicio (ma quanto alcol in questo film!), lo sposo resta fulminato dall’attrazione per una delle invitate, Miriam (Rosamund Pike), e segue l’impulso di non lasciarla fino alla fine. Non andrà tutto liscio, ma da qui in poi il racconto assume comunque un andamento più concentrato, unitario e coinvolgente. Dopo un avvio alquanto frammentario, ricco di possibili spunti anche polemici, più lasciati però all’intuizione dello spettatore che riconoscibili in una rappresentazione esplicita, il film – tratto dal romanzo di Mordecai Richler – piega deciso verso la “grande storia d’amore”, scegliendo il versante romantico sia pure “corretto all’ironia” e senza lasciarsi prendere dal sentimentalismo.


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Bart