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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

29 Gennaio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Qualunquemente

Qualunquemente
Giulio Manfredonia, 2010
Fotografia Roberto Forza
Antonio Albanese, Sergio Rubini, Lorenza Indovina, Nicola Rignanese, Davide Giordano, Mario Cordova, Luigi Maria Burruano, Alfonso Postiglione, Veronica da Silva, Salvatore Cantalupo, Asia Ndiaye, Antonio Gerardi, Massimo Cagnina, Maurizio Comito, Manfredi S. Perrotta, Liliana Vitale, Massimo De Lorenzo, Antonio Fulfaro, Sebastiano Vinci.

Palazzo Chigi? Il Quirinale? No, Cetto La Qualunque non gliela farà. La sua malandrineria, la sua arroganza, la sua cafonaggine non sono all’altezza di certi traguardi. L’ipotesi finale del film è solo abbozzata per eccesso, tanto per tener fede alla cifra comica e all’idea di Albanese (suoi il soggetto e la sceneggiatura, in tandem con Piero Guerrera e con la collaborazione del regista) di portare sul grande schermo il personaggio che in Tv ha avuto il meritato successo. La storia del boss calabrese che torna al paesello dal Sudamerica dopo 4 anni di galera è qualunquemente circoscritta a una situazione troppo locale per rendere credibile una proiezione a livelli assoluti. Più verosimile pare la filosofia di fondo su cui poggia la scelta espressiva del bravissimo attore e dell’intelligente regista (È già ieri, 2003, Si può fare, 2008). Nei panni di Cetto, Albanese toglie il coperchio a un contenitore di “opinioni” diffuse e sotterranee, “idee” che nessuno o quasi ammette di avere e che, invece, hanno in molti. Solo il linguaggio scientifico non ha sottintesi. Tutte le altre forme, dal linguaggio comune ai capolavori dell’arte, contengono, in maniera più o meno esplicita, un bagaglio di ulteriori possibilità interpretative. Anche l’allocuzione  più banale non è mai definibile come univoca, esauribile come compiuta. Cetto convoglia su di sé l’alone del “non detto” che molto spesso è sotteso alle generiche e usuali false moralità del “vivere civile”. È lo stesso meccanismo che ha attirato sui personaggi di Alberto Sordi – specie del primo Sordi, il più “cattivo” – l’ammirazione del vasto pubblico. Certo bisogna essere anche bravi e stiamo appunto parlando di gente speciale. Albanese ha fiutato l’aria, l’ha respirata e la conseguente “emissione” risulta essere di alta qualità… maleodorante. Lo spettatore ride e ringrazia l’attore per avergli tolto l’imbarazzo di dover ammettere che, insomma sì, a volte per avere successo, anche in politica – sia pure a livello locale -, è ammissibile un po’ di spregiudicatezza. E un po’ di volgarità, a patto che si vada al sodo, non guasta. Un villaggio abusivo, niente ricevuta fiscale alla cassa, zero tasse, e “pilu” per tutti. Il maestrino concorrente candidato alla guida del paesello vi sembra che abbia ragione di lamentarsi dei soprusi anche mediatici che deve sopportare perfino davanti alle telecamere? Ma si tratta di una piccola emittente privata e Cetto è talmente simpatico.

Il discorso del re

The King’s Speech
Tom Hooper, 2010
Fotografia Danny Cohen
Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, Michael Gambon, Timothy Spall, Anthony Andrews, Eve Best, Dominic Applewhite, Tim Downie.

Il discorso è quello con cui il Duca di York, incoronato l’11 dicembre 1936 re d’Inghilterra col nome di Giorgio VI (Colin Firth), preannuncia al popolo la guerra contro la Germania nazista. Quel discorso alla radio è per il sovrano un grande risultato personale. Il fratello maggiore, Edoardo VIII (Guy Pearce), succeduto a Giorgio V (Michael Gambon), ha abdicato scegliendo l’amore per Wallis Simpson (Eva Best) e Bertie (così è stato soprannominato fin da piccolo il futuro re) non si sente in grado di salire al trono. La ragione è nella sua grave balbuzie che a volte gli impedisce di emettere qualsiasi suono. Lo salva la moglie Elisabetta (Helena Bonham Carter), la futura regina madre, la quale lo mette in contatto con il logopedista australiano Lionel Logue (Geoffrey Rush). Bertie e Logue formeranno una coppia di amici che, al di là della cura tecnica del difetto psicosomatico del re, incarnerà una significativa valenza dialettica tra tradizione e spirito critico, secondo il dettato di un perfetto umorismo inglese ottimamente espresso dalla bravura dei due attori. Firth supera in pieno la prova della balbuzie, evitando il pericolo della maniera e trasformando il difetto in una sorta di suspence “dignitosa” (si tratta del re) a cui si rimane appesi per tutto il film. Rush si prende il carico di sottolineare con discrezione ma anche con energia l’importanza dell’aiuto che viene dal basso – Logue è un esperto che entra in contatto con Bertie senza avere le dovute credenziali scientifiche, come invece pretenderebbe l’Arcivescovo di Canterbury (Derek Jacobi). Quanto alla regia, il film si svolge senza particolari accentuazioni, lasciando ai due protagonisti il modo di dare vita al proprio ruolo. Senza di loro, Il discorso del re sarebbe forse non più che un ottimo prodotto televisivo (Tom Hooper vanta nel settore alcuni premi Emmy), con gli appartamenti reali, con Elisabetta moglie premurosa, con l’abbazia di Westminster, con Churchil (Timothy Spall) e con Baldwin (Anthony Andrews). Ma Firth è un re speciale, che può cambiare le sorti di una monarchia e il suo logopedista pensa a dargli la parola. La coppia ha l’aria di voler restare nella storia.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart