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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

5 Febbraio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Biutiful

Biutiful
Alejandro  González Iñárritu, 2010
Fotografia Rodrigo Prieto
Javier Bardem, Maricel Alvarez, Eduard Fernandez, Ruben Ochandiano, Cheng Tai Shen, Luo Jin, Hanna Bouchaib, Diaryatou Daff, Guillermo Estrella, Martina Garcia, Ana Wagener, Blanca Portillo, Manolo Solo.
Cannes 2010, concorso: Javier Bardem at.

Molto commovente. Ma certo impressionante per il coraggio di svelare l’inferno nascosto di una bella città europea, conosciuta dai turisti per la qualità culturale e per il piacevole tenore di vita, Barcellona. Gli stessi abitanti borghesi forse ne ignorano normalmente gli aspetti più inquietanti, di cui invece, avverte il messicano Iñárritu, è possibile rendersi conto anche solo camminando per le vie di quartieri come Santa Coloma o Badalona, popolati da stranieri non integrati, cinesi, senegalesi, pachistani, indonesiani, zingari, rumeni. Uxbal (Bardem), il protagonista del film, è nato e vive a Santa Coloma, fa parte della minoranza rimasta lì nonostante il dittatore Franco abbia tentato, negli anni Sessanta, di cambiare il volto a tutta la zona con l’imposizione di migrazioni interne. Ottica documentaria e sguardo interiore si fondono in questo tentativo riuscito di semplificazione narrativa (lo sceneggiatore Guillermo Arriaga è stato sostituito da Armando Bo e Nicolas Giacobone), dopo gli intrecci e le stratificazioni strutturali dei due film precedenti, 21 Grammi – Il peso dell’anima (2003) e Babel (2006). Il risultato è, prima di tutto, poetico. Può non piacere il pesante pessimismo dell’autore e il suo coinvolgerci in una vicenda buia, di sofferenza profonda e angosciosa, ma l’essenziale è che l’arte recitativa di Bardem, premiato a Cannes ex-aequo con Elio Germano (La nostra vita di Daniele Luchetti), sia da leggere oltre il limite specifico della pur notevolissima maestria dell’attore nella gestione del rapporto, stretto e intimo, con la macchina da presa. La realtà infernale di cui Uxbal porta il carico si riflette sul suo volto con una verosimiglianza non direttamente (qui il merito della regìa) referenziale bensì secondo una necessità drammaturgica più larga che include la vicenda del protagonista e la rende credibile. Vediamo un uomo che, già oppresso dalla fatica quotidiana di dover provvedere al misero bilancio della propria famiglia in disgregazione, subisce l’attacco improvviso del cancro e deve sistemare almeno il futuro dei suoi due bambini entro due mesi, il tempo che gli resta da vivere. Finora Uxbal ha tirato avanti arrangiandosi nel mondo confuso dei venditori di strada e spacciatori senegalesi e degli “schiavi” cinesi, cercando anche di aiutarli, diciamo per una non superficiale sensibilità – non a caso l’uomo ricava “mance” dai parenti dei morti presentandosi ai funerali e riferendo ai vivi segnali dell’aldilà. Ma quando l’inferno invade e devasta il suo corpo, di ogni gesto, il più misero, il più normale, si amplifica il senso, risulta determinante la conseguenza. E cresce il dolore di vivere proprio mentre non si vuole morire. Ed è proprio la sofferenza poetica (parola rispettabile) di uno ad assicurare credibilità al racconto tremendo di un mondo, o meglio di una zona di mondo sconosciuta o meglio disconosciuta da altre zone e quindi non risarcibile, né all’interno di sé né al suo esterno. Uxbal è costretto ad accettare una morte che sente di non meritare e per questo è disperato. Mentre il suo dramma sale al culmine della sopportabilità fa male, forse, il regista a rendere un po’ troppo esplicito e insistito il punto di scarico della tensione proprio in vista della soluzione e/o dissolvimento della vicenda. Per esempio, con la sequenza un po’ banale della discoteca, luogo di perdizione assordante dove Uxbal, ormai quasi all’ultimo respiro, si accascia da tramortito ospite. E francamente sarebbe stata forse più efficace una chiusura che non vedesse il protagonista finire alla perfezione il flash con cui il film si era aperto. Dettagli non ne diamo per rispetto dello spettatore, ma di certo si resta con il senso che rinvia a una speranza, per così dire, circolare. Se non è per questo, sarà per un mondo magari più astratto e impalpabile, ma non meno vero. Biutiful. Licenza poetica? E perché no?


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart