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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

12 Febbraio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Gianni e le donne


Gianni e le donne
Gianni Di Gregorio, 2010
Fotografia Gogò Bianchi
Gianni Dio Gregorio, Valeria De Franciscis Bendoni, Alfonso Santagata, Elisabetta Piccolomini, Valeria Cavalli, Aylin Frandi, Kristina Cepraga, Michelangelo Ciminale, Teresa Di Gregorio, Lilia Silvi, Gabriella Sborgi, Laura Squizzato, Silvia Squizzato.
Berlino 2011, fc.

Un pensionato a caccia di sesso? Siamo lontanissimi. Nessuna contaminazione con la “verità” del falso vivere di cui rischiamo di restare imbevuti, immersi come siamo nello stereotipo delle news. Di Gregorio conferma la delicatezza del tratto che già gli ha fruttato nel 2008 a Venezia (Pranzo di Ferragosto) il Leone del Futuro. E mette ancora in campo se stesso, il volto e il corpo, per continuare il racconto della propria vita, giunta ora alle soglie della profonda maturità. «E va bene, sì mamma» – continua a dire alla vecchietta (De Franciscis Bendoni) che gli condiziona le giornate e di cui, però, non riesce a “liberarsi”. In casa ci sono anche sua moglie e sua figlia col fidanzato, ospite fatale che in un certo senso aiuta proprio a capire l’immutabilità della condizione dello stesso protagonista. Quella di Gianni è la storia di un cocco di mamma che accetta con ironia e con pazienza la dolce prigionia che, ormai a sessant’anni, lo immalinconisce ogni giorno di più. Consapevole del proprio destino, accetta con ritrosia le sollecitazioni di Alfonso (Santagata), l’amico avvocato che lo invita a non rinunciare al desiderio sessuale, e non può fare altro che constatare, man mano, l’inutilità dei timidi tentativi con le donne più giovani che la vita sembra proporgli – la vita che continua indifferente a girargli attorno, segnando il tempo di un lungo tramonto. Vicino per sensibilità al De Sica di Umberto D, il regista lascia libertà al sentimento delle piccole cose e al rapporto che con le cose hanno gli attori, limitandosi a soluzioni tecniche elementari e a volte perfino legnose, quasi per un’esagerata discrezione nell’intervenire sul flusso dell’azione. Di Gregorio è un autore “semplice”, ma non ingenuo. Si mostra, per così dire, arreso al cospetto della tecnica, come sperando che lo perdoni della sua invadente umanità.

Rabbit Hole

Rabbit Hole
John Cameron Mitchell, 2010
Fotografia Frank G. DeMarco
Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Sandra Oh, Dianne Wiest, Jon Tenney, Giancarlo Esposito, Patricia Kalember, Tammy Blanchard, Mike Doyle, Julie Lauren, Phoenix List, Miles Teller, Sandi Carroll, Jay Wilkinson, Ursula Parker.
Roma 2010, concorso

Il tema non è certo originale. La perdita di un figlio può provocare nei genitori un dolore difficile da elaborare. Può essere psicologia da rotocalco. Resta da vedere la forma artistica. I genitori in crisi sono Becca (Kidman) e Howie (Eckhart). La regia è dell’attore John Cameron Mitchell, passato dietro la cinepresa nel 2001 con la storia di un cantante rock transessuale, Hedwig – La diva con qualcosa in più, seguìto poi da Shortbus, il locale notturno “dove tutto è permesso” (2006). Il riferimento letterario è il lavoro teatrale del premio Pulitzer 2007, David Kindsay-Abaire. Moglie e marito cercano di far fronte in ogni modo alla disgrazia che è capitata loro. Hanno caratteri forti, non privi di umorismo, sono persone evolute. Approdano ad uno di quei gruppi di ascolto in cui si svolgono pratiche di autocoscienza colletiva, ma stentano a prendere la cosa sul serio. Specialmente Becca non ne vuole sapere e diserta le sedute con convinzione. Preferisce, casualmente, di vedere un po’ cosa succede accostandosi al giovane Jason (Teller), proprio quello che ha avuto la sfortuna di travolgere il piccolo Danny (List) e di stroncare la felicità dei suoi genitori. Jason è un fumettista che riversa nel disegno i propri turbamenti, un ragazzo sensibile e attraente. Meglio accettare il dono gentile dei suoi fumetti, pensa Becca, piuttosto che continuare a confrontarsi con lo sgradevole ricordo ripropostole sistematicamente da sua madre, in competizione dolorosa con lei per la perdita del figlio 34enne vittima della droga. Un po’ più difficile la via della consolazione per Howie, il quale rischia di perdersi in una vaga prospettiva mistica, salvato soltanto dalla piega ridicola che la cosa può prendere. In sostanza, il vero protagonista del film è il complesso dei dettagli un po’ assurdi ma tanto usuali che vanno a comporre l’improvvisa situazione “luttuosa”; quel qualcosa di impalpabile, incredibile,  imprevedibile, impossibile da evitare, che ci sprofonda nella tana di Rabbit, dietro alle meraviglie di un’Alice, meraviglie capaci di stravolgere tutto ciò che fino a un minuto prima ci era sembrato normale, consolidato, sicuro. Riusciranno i nostri eroi? Siamo nel recinto di Hollywwod, la salvezza non è improbabile. «Facciamo un barbecue», suggerisce Howie a Becca. «E poi?», domanda lei scettica. «Poi succederà qualcos’altro», risponde lui. Bravi gli attori. La Kidman si è impegnata molto.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart