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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

27 Febbraio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Manuale d’amore 3

Manuale d’amore 3
Giovanni Veronesi, 2011
Fotografia Tani Canevari
Robert De Niro, Crlo Verdone, Riccardi Scamarcio, Monica Bellucci, Michele Placido, Laura Chiatti, Donatella Finocchiaro, Valeria Solarino, Emanuele Propizio.

Cast da occasioni importanti per una commedia d’uso, non oltre l’attesa di un normale trattamento del tema fittizio. Giunto alla terza tappa, il giro delle situazioni “amorose” che Veronesi si è proposto di esaurire nel contesto delle “leggerezze” all’italiana, scandisce tre situazioni distinte per fascia d’età – giovinezza (Scamarcio), maturità (Verdone) e “oltre” (De Niro) – mascherando abilmente il genere “a episodi” con una sceneggiatura implicativa, in modo da oliare la macchina delle relazioni di quel tanto da far sembrare “organico” il discorso della similarità e dell’analogia. Ma in sostanza, non si va molto oltre l’esile filo conduttore del personaggio letterario di Cupido (Propizio), “tassista dell’amore”, il quale ci invita a osservare l’evoluzione ideale in tre fasi di un (medesimo) uomo alle prese con l’avventura amorosa. Sulla “giovinezza” del pur bravo Scamarcio si può tranquillamente sorvolare, di bozzettismo a tesi (paesino “pazzo” toscano, scappatella “involontaria” con Chiatti e sostanziale fedeltà alla promessa sposa Solarino) ce n’è già abbastanza. La “maturità di Verdone, passabile, giocata senza troppe forzature e con qualche allusione semidiretta all’attualità, restituisce al cinema l’attore troppo spesso sottratto all’arte dal regista-sé-medesimo. Il giornalista conduttore di Tg dalla sessualità compressa incappa in una Finocchiaro in cura psicoanalitica e si salva dallo scandalo per il rotto della cuffia. Perde “soltanto” stima e affetto di moglie e figlia. Ma poi si passa “oltre” ed entra in scena nonno De Niro. Il toro ex scatenato fa due smorfiette giusto per mantenere l’impegno e, simpaticamente (e un po’ misteriosamente) rende madre la Bellucci. Qui il più bravo è Placido, portiere-verità di condominio e padre di Monica, impegnato a tener su il ritmo di un film statico e tutt’altro che necessario.

Unknown – Senza identità

Unknown
Jaume Collet-Serra, 2011
Fotografia Flavio Martinez Labiano
Liam Neeson, Diane Kruger, January Jones, Aidan Quinn, Bruno Ganz, Frank Langella, Sebastian Koch, Olivier Schneider, Stipe Erceg, Rainer Bock, MIdo Hamada, Clint Dyer, Karl Markovics, Eva Löbau, Helen Wiebensohn, Merle Wiebensohn.
Berlino 2011, fc.

Collet-Serra (La maschera di cera, Orphan) approfitta di un attore come Neeson (Schindler’s List, Gangs of New York, K-19: The Widowmaker, Le crociate) per montare un filmacchione di genere vago, diciamo thriller d’azione con un sentore di intrigo internazionale e targarto Ogm, con l’idea di dare a un certo principe arabo, Shada (Hamada), il merito di appoggiare la ricerca scientifica, biotecnologica, buona per il post-petrolio. Il racconto, basato sull’alto (eccessivo?) dosaggio di mistero in evoluzione, cerca sostegno nel succedersi meccanico di sequenze “provvidenziali”, tipo salvavita, in cui il protagonista, privato dell’identità, sembra continuamente sull’orlo del precipizio e deve fare ricorso a una perfetta dose di intelligenza+forza+destrezza per salvarsi da implacabili persecuzioni e per ritrovare se stesso, in una Berlino ancora segnata da rimembranze oltremuro, cancellabili, sembra di capire dal bravissimo Ganz ex agente della Stasi, solo con un tè al veleno. Basterebbe svelare qualche particolare in più per togliere il gusto del thriller, che non manca del tutto. Ma nel complesso il marchingegno risulta alquanto pretenzioso. Per carità non parliamo di Hitchcock. C’è troppa confusione tra incidenti e “incidenti” e tra ecologia e buoni sentimenti. Meno male che la tassista bosniaca (Kruger), meritevole per l’aiuto che dà al Dottor Harris (Neeson), non risentirà troppo della perdita del suo taxi.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart