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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

12 Marzo 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il gioiellino

Il gioiellino
Andrea Molaioli, 2010
Fotografia Luca Bigazzi
Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa,mLisa Galantini, Vanessa Compagnucci, Maurizio Marchetti, Igor Chernevich, Jay O. Sanders, Gianna Paola Scaffidi, Adriana De Guilmi, Alessandro Adriano,Renato Carpentieri, Roberto Sbarrato, Alessandro Signetto.

Amaro finale, anche un po’ sarcastico: «Però, che anni meravigliosi che abbiamo avuto…». Già, quando Sisinho era “incedibile” e quando un Presidente del Consiglio non faceva una piega se un Tanzi della Parma Calcio e della Parmalat in crisi andava a trovarlo. Furono gli anni del tracollo di quel “gioiellino” di azienda che per allargarsi troppo sui mercati internazionali affogò nel latte. O meglio, nei soldi liquidi inesistenti, rimpiazzati con i falsi bilanci e con la speculazione in borsa. Inutile anche il viaggio in Russia, mondo lontano e ben più tosto, «paradiso in cui è difficile entrare e da cui è impossibile uscire». Nel film di Molaioli cambiano i nomi dell’azienda e dei protagonisti di quel crac. Il gioiellino di famiglia si chiama Leda, il patron è Rastelli (Girone), il suo principale collaboratore, Tonna, è il ragionier Botta ed ha il volto di Servillo. La vicenda, dal 1992 al 2003, è sceneggiata con cura e rappresentata con quella sorta di discrezione stilistica che aveva già contraddistinto La ragazza del lago (2007), opera prima del quarantaquattrenne regista romano. Ma il film stenta a trovare  una sua autonomia dal referente, prova a cercare una sua dimensione specifica, grazie soprattutto alla forte personalità di Servillo, ma resta in bilico tra docufiction e thriller, quasi affidandosi alla capacità di “riconoscimento” che lo spettatore informato potrà esercitare ricordando la “storia vera”. Viene servito un “piatto freddo” e, al dunque, il vero protagonista risulta essere il tentativo di aggiornamento in prospettiva internazionale, la dimensione provinciale, piccola e ristretta, di un’impresa poco più che paesana, trovatasi a fare i conti con l’aggressiva e nuova “creatività” finanziaria, in un mondo per il quale il motto di Rastelli, «Oltre al prodotto, dei valori», assume un significato patetico.

Gangor

Gangor
Italo Spinelli, 2009
Fotografia Marco Onorato
Adil Hussain, Samrat Chakrabarti, Priyanka Bose, Tillotama Shome, Seema Rahmani.
Roma 2010, concorso

Momento vero o momento giusto? È il dilemma fondamentale del fotoreporter. Applicata all’attività dell’indiano Upin (Hussain), la scelta del tipo di clic diviene decisiva, per il caso specifico e per il contesto. Upin viene inviato a Purulia, a nord di Calcutta, nel Bengala occidentale, una delle zone dove più evidente è la drammaticità delle condizioni di sfruttamento in cui vivono e lavorano le donne; armato della sua Nikon fotograferà l’India “invisibile”, quella che non fa notizia. Il reportage dovrà servire anche per smarcherare una certa “pornografia”, che troppo spesso viene scambiata per informazione. Ma le buone intenzioni di Upin rischiano di complicare la situazione, soprattutto quella di Gangor (Bose), una delle tribali, la cui bellezza attrae il reporter. Immortalata mentre a seno scoperto allatta il suo bambino, la donna finisce in prima pagina e la conseguente notorietà suscita scandalo a Purulia. Per Gangor è la fine. Upin si sentirà coinvolto in una crisi di coscienza e cercherà di salvare la sua “vittima” dalla condanna cui va incontro. Tornerà nel villaggio a cercare la donna, vagando disperatamente nei luoghi di una società  ex-primitiva e scoprendone  il degrado. Nel frattempo, cresce tra le tribali la coscienza della propria inaccettabile condizione. Spinelli (Roma Paris Barcellona, 1990), anche direttore del Festival di cinema asiatico di Roma, ha girato il film appunto a Purulia, con una troupe mista, italiana e indiana, in mezzo alle lavoratrici stagionali utilizzate nell’edilizia, nella costruzione di fornaci di mattoni e per asfaltare le strade. Ha ispirato il regista un racconto di Mahasweta Devi, una delle maggiori scrittrici indiane, originaria del Bangladesh. Sul piano artistico, il risultato è deludente. Le immagini corrono appunto il rischio di restare al servizio proprio di quella “pornografia” che è nel mirino di Upin.

Tutti al mare

Tutti al mare
Matteo Cerami, 2010
Fotografia Maurizio Calvesi
Marco Giallini, Italia Occhini, Vincenzo Cerami, Anna Bonaiuto, Libero De Reinzo, Francesco Montanari, Ambra Angiolini, Claudia Zanella, Franco Pistoni, Sergio Fiorentini, Elena Radonicich, Giorgio Gobbi, Rodolfo Laganà, Ninetto Davoli, Ennio Fantastichini, Gigi Proietti.

Mostri-comparsa nel chiosco sul nulla, umanità-tic davanti al mare della smemoria, caratteri degradati dal disuso e mescolati alla rinfusa in mancanza di una giusta differenziata – da Fellini a Pasolini, con Sordi che sghignazza tra le quinte. Non è certo il solito filmetto-barzelletta. Le battute in romanesco piovono a grandine ma rispondono anche a un senso complessivo affatto ridanciano. E un certo sapore documentario (i tipi sono “veri” e rimandano a situazioni attuali, riconoscibili) sale a tratti fino alla poesia formando metafore dal profumo andante. Maurizio (bravo Giallini) gestisce un chiosco sul litorale romano, dove dall’alba fino alla notte s’intreccia il viavai di gente strana e comune, persone segnate dai vizi usuali del vivere. Il mare fa da linea di fuga e insieme da muro invalicabile, recinto entro cui è lecito fare pazzie ma da cui è impossibile liberarsi: un luogo teatrale che evoca Cinecittà senza indicarla, chiama personaggi “dalla strada” accogliendoli sul palco della finzione; un pentolone dove la normalità è surreale e senza riscatto, dove la Tv si fa “ospite” in carne e ossa (Pippo Baudo) mentre l’arrivo dell’ennesimo barcone dall’altro mondo ne cancella forse per sempre la falsa magia. Su tutti la figura-macchietta (macchia difficile da lavare) dello “smemorato” Proietti, cognato di Maurizio in cura psicoanalitica, al quale lo «psico-coso» ha «tirato fuori tutta l’infanzia». Ora per lui la memoria di ogni parola è un nuovo miracolo dell’esistenza. Memorabile l’incontro con l’amico-mai-visto-prima Laganà, un duetto in “minore” che definisce il limite nostalgico di un’arte tendente ormai alla sparizione, la maestria discreta dell’intervento “secondario”, cancellato oggi dalle luci piene dello spettacolo elettronico.

I ragazzi stanno bene

The Kids Are All Right
Lisa Cholodenko, 2010
Fotografia Igor Jadue-Lillo
Julienne Moore, Annette Bening, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson, Yaya DaCosta, Kunal Sharma, Eddie Hassell, Zosia Mamet, Joaquin Garrido, Rebecca Lawrence, Lisa Eisner, Sasha Spielberg, James MacDonald, Margo Victor.
Berlino 2010 concorso. Roma 2010 fc. Golden Globe: Film commedia, Annette Bening atr.

Tema attuale e serio, commedia brillante con risvolti drammatici, cast di alto profilo, grandi interpretazioni. Prodotto eccellente. California oggi. Una coppia di donne vuole un figlio. Il desiderio di maternità si realizza grazie alla banca dello sperma. Nel film, le lesbiche sono Jules (Moore) e Nic (Bening). I figli sono due, Joni (Wasikowska) e Laser (Hutcherson). Joni è arrivata ai 18 anni, l’età del passaggio dal liceo al college e anche l’età che le permette di esaudire la richiesta del fratello ancora quindicenne: conoscere il loro padre biologico, il “donatore” che ha permesso alle “Moms” di diventare madri. L’impatto è incoraggiante. Paul (Ruffalo), il quale al momento della “donazione” aveva 19 anni, si dimostra disponibile, un simpatico scapolo. Jules e Nic sono momentaneamente tenute all’oscuro. Ma presto Paul entrerà nel sistema famiglia e le cose non saranno più lineari. Si sviluppa un gioco delle parti e dei ruoli che funziona da testo critico verso una possibile e forse necessaria, comunque presente nel quadro sociologico dei nostri anni, riformulazione allargata dei rapporti padri/madri/figli. Al suo quarto film, la regista Cholodenko (High Art 1998, Laurel Canyon 2002, Cavedweller 2004 – solo il secondo uscito in italia), coinvolta nella tematica in prima persona, mette in scena un serrato contest di codici. Ciascuno dei personaggi, mentre realizza il comportamento secondo il proprio modello standard (di radice tradizionale) coglie al volo l’occasione per “aggiornarlo” in funzione della circostanza. E tutti si evolvono, le madri ripescando dentro di loro sentimenti e desideri assopiti e riorganizzando ragionamenti isteriliti dalla nuova abitudine, i figli osservando il movimento e ridisegnando se stessi e le proprie aspettative. La perfezione dei dialoghi (sceneggiatura scritta dalla regista in coppia con Stuart Blumberg, La ragazza della porta accanto 2004) attribuisce agli eventi, ai cambi d’umore, ai ripescaggi delle coscienze, all’evoluzione dei sentimenti, la qualità di una rappresentazione critica e piacevole. Accoppiata rara.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart