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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

19 Marzo 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Nessuno mi può giudicare

Nessuno mi può giudicare
Massimiliano Bruno, 2010
Fotografia Roberto Forza
Paola Cortellesi, Raoul Bova, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Giovanni Bruno, Hassani Shapi, Valerio Aprea, Lillo, Lucia Ocone, Awa Ly, Raul Bolanos, Maurizio Lops, Pietro De Silva, Caterina Guzzanti, Massimiliano Delgado, Massimiliano Bruno, Dario Cassini.

Ma come sono brave certe escort. Costrette a vendersi per sopravvenuti casi della vita, fanno il mestiere quel tanto che basta per risolvere il problema, poi porta spalancata ai buoni sentimenti di madri e di figlie. Nessuno le può giudicare male. Specialmente “innocente” è Alice (Cortellesi), recalcitrante al compromesso, lei che viene dalla vita agiata – villa con piscina, marito trafficone, spirito romanesco tendente a ripulirsi. Abituata a essere servita, finisce per dover traslocare nel popolare Quarticciolo. Rimasta improvvisamente vedova, ha avuto in eredità una montagna di debiti. E allora… escort, ma solo per un po’. Nel nuovo contesto Alice però non si troverà così male. Accolta da una varietà popolaresca di tipi, finirà addirittura per trovare l’amore giusto, Giulio (Bova). Il giovane gestisce uno scalcinato internet point e non ha più soldi degli stranieri che lo frequentano, ma il suo cuore è buono, è nel glorioso formato “Poveri ma Belli”. La Cortellesi si destreggia bene pur dando l’impressione di buttare un po’ via l’intelligenza nel volere ad ogni costo “vendere” l’autenticità. Papaleo è Papaleo, la sua costruzione del personaggio “minore” è sempre perfetta. Per l’attore Bruno (Il giorno + bello, Questa notte è ancora nostra) si tratta del primo film da regista. Tra le commedie superleggere di casa nostra, questa è collocabile tra le meno volgari, ma certo il metodo della casistica dettagliata nel tratteggiamento delle figure potrebbe senza danno farsi un tantino più discreto.

Sorelle Mai

Sorelle Mai
Marco Bellocchio, 2010
Fotografia Marco Sgorbati, Gian Paolo Conti
Pier Giorgio Bellocchio, Elena Bellocchio, Donatella Finocchiaro, Letizia Bellocchio, Maria Luisa Bellocchio, Gianni Schicchi Gabrieli, Alba Rohrwacher, Valentina Bardi, Silvia Ferretti, Irene Baratta, Alberto Bellocchio, Anna Bianchi.
Venezia 2010, fuori concorso.

1965, I pugni in tasca. Fatto in casa, a Bobbio (Piacenza), dove Bellocchio è nato nel 1939. Dopo 45 anni, cinema ancora fatto in casa. E mai la domenica. Sei capitoli. Sembrano ritagli di tempo, ricordi – si vede per un momento anche il Lou Castel di allora, segno di riconoscimento non necessario ma emozionante – e ricordi profondi, personali, intimi. Però non privati, invece storici. Storia, piccola storia di Val Trebbia, e storie personali lottano e bruciano sulla graticola espressiva producendo una tensione quasi insostenibile: thriller senza assassino, un vero e proprio A-avatar, ricerca di smarcheramento, indagine non “spettacolare” né “internazionale” sulle ragioni socio-analitiche di vite deboli di senso. «La nostra città esiste da più di duecento anni, ma vaffanculo», mormora il protagonista alla fine. Il protagonista è Giorgio (Piergiorgio Bellocchio, figlio del regista). Ce l’ha con quel certo modo che molti hanno, forse troppi, di vivere tutta una vita mangiando dormendo facendo figli e morendo. E ce l’ha, in fondo, con se stesso, cui è toccata la sorte, dopo aver visto passare i sogni di un sentire diverso e le malinconie di una coscienza oggettivamente non rimediabile, la sorte paradossale di filmare con una piccola telecamera, quasi novello “regista di matrimoni”, l’ultimo spettacolo, soggettivo e provinciale, di Gianni (Schicchi Gabrieli), l’amico di famiglia che lo ha visto crescere e tornare più volte a Bobbio, a trovare le zie (Letizia e Maria Luisa, sorelle di Marco), testimoni patetiche e insieme incrollabili conservatrici di ferrei sentimenti minimali. Vestito da modugnesco “Uomo in frack”, Gianni chiama Giorgio, ormai divenuto regista, a testimone dello sfinimento che per una volta, l’ultima, lo fa sentire protagonista. E cosa può fare Giorgio se non riprendere la scena per poi restarne allibito? In parallelo vive nel film la bambina Elena (Elena Bellocchio), figlia di Sara (Finocchiaro), sorella di Giorgio dalle vane aspirazioni d’attrice e dal destino di mamma. Dalle elementari alla terza media, Elena traccia un segno non semplice, che riflette, indica e disvela l’impulso ai giorni nuovi, la dinamica inarrestabile verso l’ennesima incoscienza, tra espansivi affetti e ricerche di protezione. Forse è la storia che si ripete, forse è una probabilità altra. Di sicuro è al femminile. Le fasi biografiche si susseguono negli episodi il cui realismo è dato anche da un certo sapore di esercitazione, di laboratorio e soprattutto dalle circostanze, diverse nei tempi, della realizzazione. Il fattore documentario è attinto dall’arte nelle fasi proprie dello svolgimento, “indipendente” dalla macchina cinema e rispettoso del respiro umano, del passare dei decenni e del trasformarsi dei materiali. Sul filo della conguenza ma forse unico momento non omogeneo, il pur gustoso paragrafo del consiglio di classe, col preside Alberto Bellocchio e con la professoressa di latino e greco Rohrwacher impegnati nel salvataggio dalla bocciatura di uno studente distratto-non-distratto. Contribuiscono al bel risultato i suoni in diretta e la fotografia, forme tanto discrete quanto provocatorie nella loro anti-confezione.

Beyond

Svinalängorna
Pernilla August, 2010
Fotografia Erik Molberg Hansen
Noomi Rapace, Ola Rapace, Outi Mäenpää, Ville Virtanen, Tehilla Blad
Venezia 2010, Settimana della critica: film

«Ho sempre pensato di non aver fatto abbastanza». Il pensiero tortura la finlandese Leena a proposito della sorte del fratellino che lei, ancora bambina, lasciò nelle mani degli assistenti sociali, intervenuti nella crisi tra i suoi genitori. Il primo film da regista dell’attrice svedese Pernilla August – Fanny e Alexander (Ingmar Bergman, 1982), Con le migliori intenzioni (Bille August, 1992), Star Wars I e II (George Lucas, 1999 e 2002), Gli innocenti (Per Fly, 2005), Una soluzione razionale (Jorgen Bergmark, 2009) – è tratto dal bestseller Svinalängorna, di Susanna Alakoski, racconto drammatico dei rapporti difficili e violenti di una coppia di finlandesi trasferitisi in Svezia, del loro disadattamento nel nuovo contesto sociale e delle tristi conseguenze nell’educazione e nella crescita dei loro due figli. Leena (la bravissima Noomi Rapace, La ragazza che giocava con il fuoco, Uomini che odiano le donne), ormai sposata e madre di due bambine, non riesce a liberarsi del peso dell’infanzia trascorsa nel disordine familiare e segnata da episodi che hanno fortemente inciso sul suo carattere e su quello del piccolo fratello. Il “segreto” che la donna porta con sé chiede di emergere quando arriva la telefonata che la chiama ad assistere agli ultimi giorni di sua madre. Nella memoria di Leena è da colmare il vuoto che ella stessa ha voluto mantenere per anni, il distacco con cui si è difesa dalla “persecuzione” dei ricordi. La regista sceglie la soluzione dei flash ricorrenti, con i quali dà sostanza interiore al “ritorno” di Leena nella casa abbandonata, senza più il padre e con la madre in fin di vita all’ospedale. L’alternanza di presente e memoria, mentre contribuisce al recupero dei sentimenti verso i genitori – tra dolore e amore –  contiene lo sviluppo drammatico del passato entro un quadro di analiticità, utile alla comprensione non solo soggettiva del tema. Tensione e compressione caricano il volto della protagonista di un pathos molto consapevole.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart