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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

26 Marzo 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Frozen

Frozen
Adam Green, 2009
Fotografia Will Barratt
Emma Bell, Joe Lynch, Kevin Zegers, Ed Ackerman, Eileah Vanderbilt, Kane Hodder, Adam Johnson, Christopher York, Peder Melhuse.

La seggiovia si ferma. L’impianto non riaprirà che nel prossimo weekend. Per una sciagurata disattenzione del personale addetto, Emma Shawn e Dan, unici sciatori rimasti appesi in completa solitudine, non potranno resistere al congelamento. Questo si capisce subito. E allora? Il regista riesce a trasmetterci l’angoscia dei tre giovani nello spettrale paesaggio montano, innevato e gelido. La sedia che penzola a 30 metri dal suolo diviene presto un mondo a parte, il luogo disperato di una resistenza psicologica e fisica “impossibile”. Le tre storie personali – Shawn (Lynch) e Dan (Zegers) sono amici da sempre, Emma è la ragazza di Dan – emergono dai frammentari dialoghi tenuti vivi nella speranza di mantenersi comunque vigili. E si sente anche che qualcosa di più grave accadrà. Da qui in poi non possiamo rivelare. Il seguito del film di Green (Hatchet, 2006, uscito nel 2010) è a dir poco atroce. La tensione e la sofferenza quasi fisica dello spettatore arriva ai limiti del sopportabile. Per questo ci si aspetta una catarsi finale. Non possiamo rivelare, ma di certo senza catarsi saremmo semplicemente vittime di sadismo. E la prima parte del thriller, prima della seggiovia, confermerebbe la sua inadeguatezza diciamo stilistica.

Sotto il vestito niente – L’ultima sfida

Sotto il vestito niente – L’ultima sfida
Carlo Vanzina, 2010
Fotografia Carlo Tafani
Francesco Montanari, Vanessa Hessler, Richard E. Grant, Giselda Volodi, Virginie Marsan, Claudine Wilde, Paolo Seganti, Mario Cordova, Alexander Doetsch, Elena Cotta, Vincenzo Zampa, Francesco Barilli, Ernesto Mahieux, Srefano Molinari.

Dario Argento, De Palma… Ma no! Vanzina è Vanzina, il suo thriller è trasparente. Sotto il vestito tutto. Come fu già, del resto, per il primo “Sotto il vestito” (1985). Dopo un quarto di secolo, riemerge la passione dell’autore per il genere thriller. Anzi, come sembrerebbe più giusto dire, per il thriller di genere. Abbiamo detto autore e infatti non si può negare che l’autore vi sia: a patto che non si parli di cinema “d’autore”, che per  i Vanzina (Enrico sceneggiatore e Carlo regista, ma lavorano veramente in fusione) è quasi una parolaccia – la sceneggiatura è firmata anche da Franco Ferrini, oh come sono lontani quei dodici numeri della rivista “Cinema & Film”, usciti tra il 1966 e il ’70 con Ferrini nel comitato di redazione. La ditta Vanzina – che siano vacanze natalizie o barzellette in giro per il mondo, misteri giallastri o monnezze riciclate – è riconoscibile per la semplicità del tratto, accentuatasi negli anni con l’accumulo dei film, anche diversissimi l’un l’altro ma sempre più esplicitamente programmati in funzione di una leggibilità convenzionale. Commedie senza commedia, thriller senza suspence, ma commedie e thriller con tutti gli ingredienti riconoscibili e bene in evidenza, come per una preoccupazione di non togliere tranquillità allo spettatore. Tale trasparenza si coniuga poi senza alcun contrasto con l’altra, che in un certo senso la precede sul set, laddove la personalità e la consistenza fisica degli attori e degli scenari deve confrontarsi con la finzione. E si affida, com’è giusto che sia, alle angolazioni e ai tagli, alle durate, alle invenzioni nei rapporti inquadratura-sequenza. Qui la semplicità diviene provocatoria, senza segreti. E, paradosso, nella “sfilata” delle componenti, l’ultimo interesse del thriller è l’assassino, giacché dall’inizio si è percepita l’inutilità del “rinvio” a vantaggio del costruttivismo tipologico di cui vive il racconto. Sì, una qualche “umanità” spunta dalle movenze dell’ispettore Malerba (bravo Montanari), nonostante l’irrilevanza del background fashion-supposto e la superficialità delle reazioni degli altri personaggi agli stress della vicenda. Ma sta di fatto che, non si sa come, finisce per risultare più importante la nascita della figlia del poliziotto (la moglie incinta lo ama e ne rispetta il lavoro) a fronte dell’intrigo vagolante tra spionaggio industriale (i disegni per la nuova sfilata di moda del famoso stilista) e sessualità famigliare (etero e omo). L’alta moda? Non se ne vede. Se ne percepisce piuttosto un sotterraneo complesso, da cui la necessità di risarcirne le frustrazioni morali (ambizioni e vita sregolata) con il “premio” alla protagonista femminile (Hessler), salvata dall’inferno dei lussi e rispedita al banchetto di fioraia svedese dov’era stata pescata in un momento di non ben chiarita emergenza drammatica. E resta la semplicità di fondo, sostanzialmente non intaccata dalle lunghe spiegazioni del finale, che denunciano la meccanicità dell’intreccio. Resta il gusto della “nuvoletta” sulla bocca degli attori, lo strano piacere del disimpegno anche espressivo.

Non lasciarmi

Never Let Me Go
Mark Romanek, 2010
Fotografia Adam Kimmel
Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell, Charlie Rowe, Charlotte Rampling, Sally Hawkins, Kate Bowes Renna, Nathalie Richard, Andrea Riseborough, Domhnall Gleeson, Hannah Sharp, Christina Carrafiell, Luke Bryant.

A mezz’aria. Romantico e thriller, fantascientifico e drammatico, sociopolitico e moralista, immaginario e realistico, attuale e passato. Si potrebbe continuare. Tratto dal romanzo di successo del giapponese/britannico Kazuo Ishiguro, il film dell’americano Mark Romanek (One Hour Photo, 2002) ci fa stare col fiato sospeso, non tanto per capire quale sia il vero tema quanto per decidere (dobbiamo farlo noi) quale sia il genere e quindi la chiave interpretativa più utile alla comprensione del racconto. Siamo nell’Inghilterra del secolo scorso (anni ’90). I tre ragazzini che all’inizio vediamo a scuola, Kathy (Meikle-Small), Ruth (Purnell) e Tommy (Rowe), frequentano un istituto cupo, le cui atmosfere fanno pensare almeno all’Ottocento. Educati molto rigidamente (dirige Rampling con scontata durezza), i tre protagonisti trovano comunque il modo di scoprire in se stessi le normali pulsioni della loro età, lasciando uno spiraglio per l’arrivo del sentimento amoroso. E siccome il loro si va configurando come un terzetto, amicizia e gelosia si fondono in un tutt’uno dal sapore anche pedagogico. Un minimo sospetto che qualcosa di non del tutto chiaro si svolga in quella scuola rigorosamente recintata (proibitissimo varcarne il cancello) sarà il caso di coltivarlo, giacché d’ora in poi cominceremo a sospettare che, finite le scuole elementari e medie, il futuro riserverà ai tre delle sorprese. O meglio, le riserverà a noi spettatori, mentre, stando all’aria vagamente “compresa” del loro comportamento, i ragazzi sembrano pronti ad affrontare il destino. Se non abbiamo letto il romanzo, siamo svantaggiati. L’unico indizio, in verità abbastanza insistito, è la parola “donazioni”: se teniamo presente la primissima sequenza che, ripresa nel finale, andrà a chiudere il film in un flash narrativo (usualissimo), forse riusciremo a sorvolare sulle nuances generiche (di genere) che continuano a confonderci le idee e saremo salvi. Più difficile il cammino di Kathy (Mulligan), Ruth (Knightley) e Tommy (Garfiel), man mano che l’adolescenza se ne va e il “sacrificio” delle donazioni diviene ineluttabile. Stretti nella morsa di un dovere “umanitario” (così sembra) stabilito da un qualche programma sociale di cui non si fa mai cenno, i giovani destinati a donare il proprio corpo per la salute mondiale – l’alternativa sarebbe il ritorno, voluto da nessuno, ai tempi del cancro e della sclerosi multipla – hanno un’unica via per tentare di ritardare l’esecuzione del programma: dovranno dimostrare di amarsi, di essere innamorati. Il problema è che sono sempre stati in tre e la coppia formatasi non è stata quella giusta. Come finirà? Lasciamo perdere. Il problema con cui usciamo dalla proiezione è divenuto, nel frattempo, più radicale. Fino a che punto vale la pena di tentare un “perfezionamento” sistematico dell’umanità? Sarà una vita più vera? Sono discorsi che, se non fatti con la dovuta coerenza e intensità espressiva, rischiano di perdersi in un esercizio di stile. La complessità di uno scrittore come Ishiguro ha già trovato “traduzione” cinematografica nel film Quel che resta del giorno (1993), ma il paragone con la regìa di James Ivory rischierebbe di essere impietoso.

Amici, amanti e…

No Strings Attached
Ivan Reitman, 2011
Fotografia Rogier Stoffers
Natalie Portman, Ashton Kutcher, Cary Elwes, Lake Bell, Kevin Kline, Olivia Thirlby, Greta Gerwig, Talia Balsam, Ophelia Lovibond, Adhir Kalyan, Brian H. Dierker, Jake M. Johnson, Matthew Moy, Mollee Gray, Ben Lawson, Phil LaMarr.

«Amici che fanno sesso»? «Non è possibile»: proposta respinta. O meglio, tentativo “teorico” di respingerla. Adam (Kutcher), aspirante scrittore di soggetti televisivi, non è mai stato convinto che si potesse avere un rapporto con una ragazza restando semplicemente amici, così cerca di resistere. E però, se proprio la ragazza insiste, cercherà almeno per un po’ di fare buon viso al suo gioco. Emma (Portman) gli ha detto di no quand’era una quattordicenne e ora, da medico impegnato in una struttura di emergenze, lo vuole convincere a godersela con lei “no strings attached”. I sentimenti, le coccole, i fidanzamenti e i matrimoni non sono che parole al vento, meglio non avere legami e non essere prigionieri di inutili stupidaggini. Il sesso e via. Durerà? Adam, da parte sua, non attraversa un buon momento, dato che il padre Alvin (Line), divo della Tv, ha pensato bene di mettersi con la ex di suo figlio. Gente disinvolta, ambienti di persone evolute. Il linguaggio è diretto, spiritoso, i comportamenti sono adeguati al livello sociale. Senonché, una bella mattina Emma e Adam si risvegliano nello stesso letto, ben accoccolati e ancora vestiti. È un segnale forte. Lei, quasi disperata, sente che il suo castello di finta indifferenza può crollare da un momento all’altro e tenta di rafforzare la barricata. Lui crede che sia giunto il momento di farla veramente finita. Quel che potrà accadere non è difficile da immaginare. Sceneggiatrice (Elizabeth Meriwether, Il calamaro e la balena, 2005) e regista (Ghostbusters 1984, I gemelli 1988, La mia super ex-ragazza 2006) suppliscono però all’ovvietà del finale con la precisione assoluta della composizione. La commedia cammina come un orologio perfetto, tutte le attese sono soddisfatte in un impressionante meccanismo rispettoso e sorridente. Nessuna paura di legami troppo stretti.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart