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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

2 Aprile 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

The Ward – Il reparto

The Ward
John Carpenter, 2010
Fotografia Yaron Orbach
Hamber Heard, Mamie Gummer, Danielle Panabaker, Lyndsy Fonseca, Jared Harris, Mika Boorem, Laura-Leigh, Sali Sayler, Susanna Burney, D. R. Anderson, Sean Cook, Jillian Kramer.

Perché Kristen (Heard) viene rinchiusa in quel reparto psichiatrico, misterioso e lugubre? La ragazza non riesce a farsene una ragione. Vi sono altre quattro “pazienti”, non meno “disturbate”. Kristen cerca di stabilire con loro un qualche rapporto, ma tutto resta nel vago. Una sola sensazione si va delineando, il bisogno di uscire, di andar via da quel luogo, da quella “ingiustificata” prigione, dove medici e infermieri hanno un’aria per nulla rassicurante. Kristen sente crescere dentro di sé la paura che qualcosa di “non umano” stia accadendo. Specialmente nel buio della notte si sente aggredita da presenze estranee e mostruose. Ma non abbiamo elementi per capire, nemmeno noi. Non ci resta che attendere una spiegazione che, prima o poi, il regista si deciderà a fornirci. Intanto andiamo avanti di sequenza in sequenza, pronti a ricevere le solite “frustate di paura”, come in un horror che si rispetti. E di rispetto Carpenter ne merita. È lui il medesimo autore della serie Halloween, partita nel 1978 con La notte delle streghe e arrivata, con altre regie, fino al 2007 (The Beginning, di Rob Zombie); ed è lui, il regista di Fog, di La cosa, di Essi vivono. Apparentato con Bava e Argento, Carpenter è anche evaso in territori più “ariosi” e impegnati, come per 1997 – Fuga da New York. Ma qui, in questo Reparto, qualcosa non funziona. Abbiamo il sospetto che i personaggi non vivano di vita propria, specie le ragazze ricoverate insieme a Kristen. Poi, quando nel finale interviene il Dottor Stringer (Harris) con una dettagliata spiegazione, finalmente capiamo di che pasta sono fatti i personaggi. Ma è troppo tardi. Cadono le illusioni e la chiave psicoanalitica non è sufficiente a recuperare il thriller perduto. Attenzione, non è nemmeno colpa di Carpenter. O meglio, il regista deve rimproverarsi soltanto di averci messo in condizioni di inferiorità rispetto al film, rappresentando l’interno e l’esterno della protagonista senza distinzioni formali – e si sa che, al cinema tutto ciò che vediamo abbiamo il diritto di prenderlo per “vero”. Altrimenti siamo alla mercé dell’esperto e delle sue spiegazioni. E non è bello.

Mia moglie per finta

Just go with it
Dennis Dugan, 2011
Fotografia Theo  van de Sande
Adam Sandler, Jennifer Aniston, Nick Swardson, Brooklyn Decker, Dave Matthews, Bailee Madison, Kevin Nealon, Griffin Gluck, Nicole Kidman, Elena Satine, Rachel Specter.

Impenetrabile. Non per l’idea che sembra dare vita al racconto, idea del tutto “elementare”, trasparente e di facilissima arguzia. Danny Maccabee (Sandler) fa il rubacuori fingendo di essere sposato, la fede al dito gli funziona da attrazione verso le donne. Ma nel risvolto vedremo che proprio la donna (Aniston), madre di due bambini, che tutti i giorni gli sta vicina come assistente (Danny è un chirurgo plastico), si dimostrerà la più adatta a divenire la sua compagna. Altro che matrimonio alla Hawaii con la giovane-schianto Palmer (Decker). Senonché la strada per arrivare al risultato finale sarà un po’ complicata. Preso dalle prorompenti fattezze di Palmer, proprio con lei Danny ha voluto fare eccezione alla regola e ha nascosto la fede. E a Palmer gli uomini sposati non piacciono! Quindi Katherine, l’assistente, è chiamata a fingersi moglie sul punto di divorziare e perfino contenta di vedere il marito felice con la bella ragazza. La finzione va realizzata per bene. C’è il finto nuovo compagno (Swardson) di Katherine, c’è anche l’ex amica/nemica di college (nientemeno che Kidman, impegnata in una particina sproporzionata) e insomma c’è tutta una fittissima trama di mini-situazioni fittizie, poggianti su un tappeto paradossale di rappresentazioni estranee, nel complesso e nel dettaglio, a un sistema referenziale che non sia “americano”. Un linguaggio, cioè, impenetrabile. Il solo modo per comprenderlo è accettarlo in blocco così com’è. Così la scarica ininterrotta di battute, allusioni, spiritosaggini, simpatie, sconvenienze e amorevoli sminuzzamenti si manterrà composta nell’insieme comportamentale e ideologico in cui è nata ed entro cui tende inesorabile a riprodursi. E non nuocerà alla salute dello spettatore, sempre meno abituato a distinguere tra realtà e finzione e sempre più assuefatto all’inganno della “storia vera”. C’è anche il rischio che il film sia divertente. O almeno istruttivo. Per chi fosse interessato a un confronto di codici (e di valori artistici), la memoria può andare a Fiore di cactus, di Gene Saks (1969), con Walter Matthau, Ingrid Bergman e Doldie Hawn.

Poetry

Lee Chang-dong, 2010
Fotografia Kim  Hyunseok
Yoon  Hee-Jeong, Lee  Da-Wit, Kim  Hira, Ahn  Nae-Sang.
Cannes 2010: Lee  Chang-dong sc.

Più che sulla poesia, è un film su alcune difficoltà, nella comunicazione e nel comportamento (sociale sarebbe parola ridondante). Difficile definire la poesia, difficile vivere poeticamente, difficile trovare l’ispirazione, difficile coniugare la bellezza poetica con la realtà violenta e con l’estraneità delle situazioni in cui ci troviamo. Difficile dirlo e trasmetterlo direttamente in maniera univoca, difficile comporre una metafora per dirlo. Si va incontro alla disperazione. L’Alzheimer, forse, la malattia di un mondo vittima della smemoria, della debolezza dei collegamenti, delle deduzioni, dei pensieri collettivi, storici. In punta di piedi ma con energia provocatoria – questo lo stile del regista coreano, (Oasis, 2002, Secret Sunshine, 2007) – il film percorre l’arduo sentiero di un racconto impossibile (la sceneggiatura, dello stesso Lee Chang-dong, è stata premiata a Cannes e, insieme alla regia, agli Asian Fims Award di Hong Kong), incarnandosi nella sensibilità della protagonista. Mija (bravissima Yoon Hee-Jeong) si prende cura del nipote adoloscente, la cui madre si fa viva di rado. Il ragazzo, indifferente, disordinato e chiuso, fa parte di una combriccola di coetanei. In sei violentano per mesi una ragazzina, la quale finisce per suicidarsi. Mija lo viene a sapere dai genitori dei giovani, riunitisi per trovare una soluzione che impedisca lo scandalo a scuola. Ci si quoterà per indennizzare la madre della vittima, una contadina della zona. Come farà Mija a trovare i 5 milioni che le servono? L’unica sua attività consiste nell’assistenza a un anziano invalido, il quale, “prima di morire” vuole provare un’ultima emozione aiutandosi col Viagra. I tempi stringono e la vicenda è arrivata all’orecchio di un giornalista. Siamo nel giallo, che c’entra la poesia? Gli è che il fatto capita a Mija, signora di una certa età dall’animo sensibile, la quale fin da bambina ha sognato di diventare poetessa. E adesso si è iscritta a un corso di poesia. Sì, c’è un insegnante che cerca con parole semplici di spiegare alla sua classe di appassionati apprendisti e apprendiste come sia possibile, seppur difficile, scrivere poesie: «Per scrivere una poesia bisogna vedere. Questa è una mela, ma forse una mela finora non l’avete mai vista per davvero. Un foglio di carta bianco può essere un mondo prima della creazione. In ognuno di voi c’è la poesia, è nel vostro cuore». E via dicendo. I ragazzini violentatori ne restano fuori, ma fino a un certo punto. Certo non dobbiamo aspettarci davvero che ci venga chiarito il problema del linguaggio poetico – c’è da temere piuttosto che da un momento all’altro si affaccino in aula un Giovanni Allevi o un Federico Moccia. Ma c’è un particolare, uno degli allievi poeti è un poliziotto. Le sue battute “spiritose” e volgarotte “offendono” la poesia ma piacciono alle signore della classe. E comunque, poesia a parte, un poliziotto è sempre un poliziotto. L’aggancio è un po’ meccanico ma può funzionare. Quanto alle corrispondenze più interne, l’esercizio diviene più complicato. L’insegnante di poesia sostiene che «basta sentire le cose e scrivere ciò che si sente, come se si prendessero appunti», ma sarà così? Mija sembra crederlo e porta con sé un taccuino, si ferma spesso ad annotare sensazioni e pensieri. Oh il cinguettio degli uccelli, cosa cantano? La delicata nonna va dalla madre della suicida a nome dei genitori dei cattivi ragazzi, per proporre l’indennizzo, ma sul viottolo di campagna incontra delle susine mature a terra, ne resta incantata e dimentica di parlare di soldi. Avanza l’Alzheimer o vince la poesia? Dipende dalla serietà con cui vogliamo affrontare il discorso. Se il cinema è coreano, pare vinca la poesia.

La fine è il mio inizio

Das Ende ist mein Anfang
Jo Baier, 2010
Fotografia Judith  Kaufmann
Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvárt, Nicolò Fitz-William Lay.

Una vita in giro per il mondo a vedere come e perché il mondo cambia, le ragioni, i torti, la fame, la morte, le guerre, i grandi rivolgimenti e anche i piccoli casi, le situazioni più circoscritte, i continenti e la natura; e infine di nuovo la terra e il paese natio, dove tornare per vivere la fine. Viverla sapendo che il male l’ha resa vicina e ascoltando dentro di sé la lezione della vita, ora che l’universo e l’io si possono sentire come tutta una cosa. Dal Vietnam alla Cina e all’India, infine la Toscana, la casa in campagna e vicino ai monti dove immaginare sparse le proprie ceneri. Letteratura? Anche, certo. Tocca al figlio Folco (Germano) l’ultimo compito, di salire al monte e dalla cima far volare la polvere del padre Tiziano Terzani, il quale così ha lasciato detto. Terzani (Ganz) è stato un giornalista/filosofo, ha fatto tesoro delle più diverse esperienze che gli sono capitate e poi ha cercato di tirare il filo d’un ragionamento non astratto bensì pieno di sentimento, unendo le idee alle sensazioni e lasciandosi morire con attenzione e con passione, quasi per non lasciarsi sfuggire l’occasione di un estremo godimento. Ha voluto accanto a sé, insieme alla moglie Angela (Pluhar), il figlio facendolo tornare da New York per dettargli il racconto di com’è andata la propria vita. Ma non un succedersi di avvenimenti, piuttosto la composizione poetica d’un rimuginare conclusivo. Arriva anche la figlia Saskia (Osvárt), con il nipotino in grembo, pronto al cambio di generazione. Tutto sommato una fiaba istruttiva, “tratta dalla realtà” e approdante a un orizzonte cosmico alquanto scontato. Ma poi c’è il cinema e tutto cambia. Vecchio con la barba bianca, Ganz dà corpo e anima al personaggio fino a convincerci di stare soffrendo (non è un termine del tutto negativo, lo vediamo) la fine. Il regista (il tedesco Baier viene dalla televisione e anche questo – diremmo soprattutto questo – è una sorta di miracolo, forse anche più importante del racconto stesso) si comporta come se il testo scritto non vi fosse: lascia che siano la cinepresa e la moviola a fissare e montare, col sonoro in diretta, il ritmo della vita che se ne va, che sosta ed esita, che approfitta d’un ultimo respiro per confermare lo slancio di un sentimento, il ricordo di una scelta, il tempo di uno sfogo. Padre e figlio vivono le registrazioni come appunti d’un tessuto che va conformandosi al disegno non pregresso, che invece si delinea nelle inquadrature, nel tempo degli stacchi. Si apre una porta, si entra in una stanza, si siede con Folco accanto all’uomo che muore in pace e racconta, sospira, fa battute, si prende anche in giro. Mentre Ganz fa il miracolo di divenire Terzani senza mai, tuttavia, nascondersi dietro di lui, Germano, con una delle sue più convincenti interpretazioni, lo “assiste” rendendolo credibile fino in fondo, col mettere in gioco anche il proprio corpo, il proprio sorriso e la propria “rugosa” passionalità, contenuta e verosimile. Quando il film finisce, sembra di aver attraversato l’eternità, che invece è la storia. Eppure non siamo stanchi.


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Bart