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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

9 Aprile 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Rasputin

Rasputin
Louis Nero, 2010
Fotografia
Francesco Cabras, Daniele Savoca, Diana Dell’Erba, Ottaviano Blitch, Marco Sabatino, Anna Cuculo, Ola Cavagna, Davide Ranieri, Matilde Maggio, Riccardo Cicogna, Elena Presti, Anara Bayanova, Luciano Rosso, Michele Chiadò, Attilio Cottura, Eleonora Mercatali, Toni Pandolfo.

Tra misticismo e nazionalismo, la “storia vera” di Grigorij Efimovič Rasputin prende forma di videofumetto-inchiesta, articolato in quadri che la fotografia e il montaggio sistemano in una sorta di grafica sdrammatizzante e un po’ didascalica. Il rientro in vita del contadino-monaco siberiano (1869-1916), la cui vicenda “misteriosa” e anche politica appassionò per molto tempo i cercatori d’oro “spirituale”, fa seguito a film e racconti di tutti i tipi che, messi insieme, compongono un guazzabuglio favolistico non moderno. Recupero per quale ragione? I tempi sono confusi. E l’arte cinematografica va perdendosi in labirinti progettuali poco definiti. Buono, per dirla in maniera sbrigativa, in una serata di dibattito televisivo all’indietro, il film del torinese Nero (Golem, Pianosequenza, Hans, La rabbia) ha l’aria di voler rivalutare la figura in oggetto, ma la cassaforte del mistero ha, per così dire, più di una serratura e, alla fine, la chiave giusta non si trova. Rasputin vagola indeciso cercando la propria vera missione, o meglio facendoci (miracolosamente?) arrivare una lettura di sé ancora in qualche modo vendibile. Difficile da assassinare, il monaco, ad ogni tentativo di farlo fuori, rientra in “estasi” e quasi ci prova gusto. Si sente importante per via che ha messo le mani sui destini della famiglia di Nicola II, con i consigli all’ultimo zar di Russia e con le cure al principino Aleksei, ma il suo messaggio non sale, limitandosi ad una trasmissione piuttosto “bassa” di giustificazioni, “spiritose” più che spirituali, e restando invischiato tra sessualità esorcistiche e orgiastiche.

Lo stravagante mondo di Greenberg

Greenberg
Noah Baumbach, 2010
Fotografia Harris Savides
Ben Stiller, Great Gerwig, Jennifer Jason Leigh, Rhys Ifans, Chris Messina, Brie Larson, Juno Temple, Susan Traylor, Koby Rouviere, Sydney Rouviere, Merritt Wever, Zach Chassler, Mina Badie, Mark Duplass, Jake Paltrow, Charlotte Vida Silverman, Blair Tefkin.
Berlino 2010, concorso.

Los Angeles oggi. Roger (Stiller) sente che il passaggio dai 40 ai 41 anni è per lui molto significativo. Esce da un periodo di cura psichiatrica, intenzionato a non fare niente per un po’. È falegname, ma lavora solo per i soldi. In realtà la sua vita si è come interrotta quando, alla fine del college, rifiutò di fare un disco mandando così in crisi gli amici della band con sui suonava. Rifiutò di essere sfruttato. Un senso forte di disagio per come va il mondo gli è rimasto. Non fa che scrivere lettere alle amministrazioni, responsabili del mal funzionamento della società civile, dagli schienali delle poltrone in aereo che non si abbassano, ai clacson troppo rumorosi e via dicendo; al cinema c’è troppa gente, al ristorante le persone si comportano come fossero a casa loro e a casa degli amici solo “stronzate e risatine”, con gli adulti che si vestono da bambini e i bambini che si mascherano da supereroi. Ora Roger passa un periodo a casa del fratello, partito con la famiglia per una vacanza in Vietnam (ultima moda). Gli hanno lasciato il cane, Mahler, da curare e, per ogni evenienza, c’è Florence (Gerwig), 25 anni, assistente competentissima. Si svilupperà una storia, di entusiasmi e di titubanze, di slanci e di rifiuti, mentre tutt’intorno il fastidio per come va la vita dei “normali” non accenna a diminuire. A un certo punto, Roger sbotta: «Io non sono come la gente di Los Angeles che vuole sempre essere al centro dell’attenzione, non sono un idiota che canta il karaoke, che organizza sciarade ogni venerdì sera e balla lo Swing». Florence è attratta e dubbiosa insieme: «Sembra vulnerabile», dice parlando di lui con un’amica. Più chiaro è il resoconto che a Roger fa Ivan (Ifans) – l’antico compagno di musiche che ora sta tentando di rimettere insieme i propri pezzi -, riferendo ciò che gli altri dicono di lui: «La gente pensa che tu menta su cose su cui non c’è bisogno di mentire e che non fai alcuno sforzo, sembri alquanto egocentrico». Proprio questa “incomprensione” reciproca rende a Roger difficile l’esistenza. Gli altri sembrano non accorgersi nemmeno delle difficoltà che egli prova in rapporto anche ai minimi dettagli quotidiani. Sembra una commedia come le altre, ma i temi che sviluppa strada facendo possono coinvolgere il giudizio complessivo su un certo tipo di società che, all’interno del proprio funzionamento, non guarda al di là del “recinto”. E comunque, restando al cinema giacché di cinema si tratta, l’impressione è di assistere a un film che non di farà. Non si farà per il semplice fatto che, a certe condizioni, non si può fare. Anche la soluzione finale, che non staremo a raccontare, non è certo un happy end. E tutto rimane a mezz’aria. Tutto: il tentativo di riagganciare la ex, Beth (Leigh), ora felicemente sposata, la tardiva e casuale re-immersione nella droga («mi dicono che la coca è tornata di moda») e la “predica” ai giovani sconclusionati durante la festa (non richiesta) in casa del fratello assente, il mancato rapporto col bambino di Ivan, forse l’unica nuova esperienza che si sarebbe potuta fare. Il regista Baumbach (Il calamaro e la balena, 2006) mostra di essere molto consapevole di tale “sospensione” e la tira avanti in quanto tale, affidandosi ai dialoghi perfetti e alla buona prova degli attori, sia la Gerwig, recentemente vista nella commedia di Ivan Reitman Amici, amanti e…, sia lo Stiller, non nuovo a “stravaganze” significative e a rappresentazioni dell’impaccio del vivere.


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Bart