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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

23 Aprile 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Se sei così, ti dico sì

Se sei così, ti dico sì
Eugenio Cappuccio, 2010
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Emilio Solfrizzi, Belén Rodriguez, Iaia Forte, Fabrizio Buompastore, Totò Onnis, Gaetano D’Amore, Salvatore Marino, Roberto De Francesco, Gianni Colajemma, Manuela Morabito, Pinuccio Sinisi, Francesca Faiella, Azzurra Martino, Eleonora Albrecht, Carlo Conti.

C’è una svolta nei destini dei protagonisti di Cappuccio. Marco (Giorgio Pasotti), il giovane manager di Volevo solo dormirle addosso (2004), Lorenzo (Fabio Volo), l’avvocato trentenne di Uno su due (2006), e Piero (Emilio Solfrizzi), l’ex cantante di successo di quest’ultimo lavoro del cinquantenne regista di Latina. Sono personaggi i quali, assestati in una vita tranquilla, devono far fronte a una “novità” che li mette in crisi e li rimette in gioco, con conseguenti accentuazioni, se non proprio drammatiche, decisamente riflessive rispetto a una presunta “leggerezza” del progetto commedia. Piero Cicala, ormai sulla sessantina, vive nel ricordo amaro di un successo travolgente, avuto da cantante pop all’inizio degli anni ’80, quando una sola canzonetta, “Io, te e il mare”, gli fece vendere un milione di dischi. Poi più nulla. Dimenticato da tutti, è tornato al suo paesello pugliese in riva al mare e lavora nel ristorante di Marta (Iaia Forte), sua ex moglie, la quale ha voluto divorziare, un po’ per gelosia e un po’ per la frustrazione  che il successo di Piero ha procurato alle sue aspirazioni di cantante neo-melodica. Ed ecco che arriva l’emissario televisivo (Fabrizio Buompastore) a proporre una riapparizione di Cicala nel programma in diretta “I migliori anni”. Piero cede alla tentazione e la sua vita cambia: un po’ costringendolo a ripescare un antico magone artistico (non è mai riuscito a imporre sul mercato il suo vero capolavoro, “Amami di più”, la composizione che sempre avrebbe voluto cantare invece della stupida “hit” del fulmineo successo); e un po’ catapultandolo nel mondo straniante di altre effimere apparenze, come quella di Talita Cortès (Belén Rodriguez), “diva” della moda pubblicitaria e del gossip, incontrata nel grande albergo romano dove il cantante è stato fatto alloggiare per la trasferta televisiva. Questa è la fase più riuscita del film, con una Belén ben misurata nella parte e con la regia di Cappuccio che rappresenta poeticamente un certo “vuoto” dell’apparire senza chiedere agli attori inutili sottolineature. Inadeguatezza e coscienza si amalgamano, per così dire, in Talita e in Piero, spingendoli a perseguire ciascuno la propria strada – «Siamo fortunati, dice la donna, facciamo sempre quello che vogliamo» – in una dimensione trasognata e un po’ grottesca, resa con un tocco a tratti vagamente felliniano. Trascinato in America dalla “simpatia” di Talita, Piero riuscirà finalmente a cantare, in una riunione di italoamericani, la sua “Amami di più” e, soprattutto, potrà tornare a casa con una nuova fiducia in sé, pronto a riavviare la propria carriera d’artista. I tremendi e ancora residuali anni ’80, insomma, sono superabili.

L’altra verità

Route Irish
Ken Loach, 2010
Fotografia Chris  Menges
Mark  Womack, Andrea Lowe, John Bishop, Geoff Bell, Jack Fortune, Talib Rasool, Craig Lundberg, Trevor Williams, Russell Anderson, Jamie Michie, Bradley Thompson, Daniel Foy.
Cannes 2010, concorso.

Fergus (Womack) e Frankie (Bishop), due amici per la pelle sin dalle elementari. Da adolescenti, a Liverpool, marinando la scuola sognano sul traghetto sul fiume Mersey di andare lontano, di viaggiare per il mondo. L’ultima inquadratura del film richiamerà in maniera drammatica quel battello. «Criminali che si vendono come puttane per i soldi, questo siamo noi», dirà Fergus a conclusione della sua indagine sulla sorte subita nel 2007 dal suo amico in Iraq e sulla qualità del lavoro che insieme si erano scelti. In un agguato lungo la strada che unisce la Green Zone al centro di Bagdad, la Route Irish famosa per la sua pericolosità, Frankie viene ucciso, terminando così la sua avventura nelle fila dei “contractors”, agenti della “sicurezza” assoldati da privati. La morte dell’amico addolora Fergus e suscita in lui dubbi profondi sul comportamento dei mercenari, i quali, agiscono tuttora in quelle zone nonostante la legge che ne ha coperto le azioni anche feroci fino al 2009 sia ormai scaduta. Fergus non accetta la giustificazione che gli viene data sulla fine di Frankie – «Nel posto sbagliato al momento sbagliato» – e indaga a livello personale, arrivando a usare gli stessi metodi violenti che ora vorrebbe combattere. Loach, rispetto ai precedenti Sweet Sixteen, Un bacio appassionato e Il vento che accarezza l’erba, sembra cedere a una qualche tentazione di genere, devitalizzando così certe sue sensibilità verso il carattere e le ragioni anche interne dei personaggi. Oltre alla strutturazione del protagonista (buona comunque la prova di Womack), si veda lo sviluppo del rapporto dello stesso Fergus con Rachel (Lowe), la vedova di Frankie con la quale crescerebbe un amore proprio durante il progredire della “ricerca”. I sentimenti sono frenati dal prevalere dell’elemento thriller. E d’altra parte, il thriller trova ostacolo nella sostanza di fondo, che è drammatica. Resta soprattutto la denuncia del carattere affaristico della guerra e delle sue conseguenze in Iraq. Oggi, non è nemmeno poco.

World Invasion

Battle: Los Angeles
Jonathan  Liebesman, 2010
Fotografia Lukas  Ettlin
Aaron  Eckhart, Michelle Rodriguez, Ramon Rodriguez, Bridget Moynahan, Ne-Yo, Michael Peña, Cory Hardrict, Joey King, Lucas Till, Noel Fisher, Taryn Southern, Taylor Handley, Susie Abromeit, Gino Anthony Pesi, Neil Brown Jr., Will Rothhaar, Jadon Gould, Michelle Pierce.

Nell’ultimo giorno prima di uscire dal servizio, guarda un po’, ecco il lavoro più difficile. Al sergente dei marines Michael Nantz (Eckhart) capitano addirittura gli alieni che invadono bellicosi la Terra. Vogliono l’acqua, ché come la nostra nell’universo è difficile trovarne. Tra l’altro, Nantz viene da un episodio che gli ha procurato difficoltà di rapporti, avendo perso un uomo della propria squadra in una situazione non chiarita. Ma bisogna combattere ancora. E che combattimenti! L’invasione sembra irrefrenabile, gli esseri sconosciuti arrivano in California sotto forma di inattese meteore e presto si rivelano imbattibili. Hanno forma strana, come consunta dall’uso che siamo stati abituati a farne nella fruizione di troppi film del genere. Macchine da guerra dalle sembianze umanoidi (ma più grandi di noi e dai corpi “metallici”), gli alieni sono guidati dal un loro centro di controllo che dovrà essere l’obbiettivo principale della difesa americana. Mentre Los Angeles viene pesantemente attaccata, Nantz e la sua squadra sono chiamati al sacrificio definitivo per la salvezza dell’umanità. Ci sono anche dei civili da salvare. Un gran movimento di mezzi e di spari non abbandona mai lo spettatore, tanto che presto ci si convince delle superiori capacità di contrasto dei marines, forti del loro carattere oltre che dell’addestramento fisico e tecnico; tanto che uno della squadra, preso dall’ammirazione per le gesta del suo sergente, lo paragona perfino a John Wayne. La regia di Liebesman (Al calar delle tenebre, 2003, Non aprite quella porta – L’inizio, 2006) quasi sembra tendere a non chiarire, pur fornendo spiegazioni parlate, la regione della presenza aliena. E non sapremo mai, fino in fondo, se per il futuro potremo stare tranquilli. Maggiore rilevanza, nonostante la ricchezza di scene d’azione incalzanti (ma poco progressive), hanno i rapporti umani tra i componenti la squadra dei marines. Il loro compito è di salvare un gruppo di civili rimasto intrappolato nella città, prima che l’aviazione bombardi pesantemente la zona, ma le difficoltà si riveleranno ben maggiori del previsto. Nell’insieme, tra fantascienza, guerra e horror, l’impressione è di una inutilità espressiva e di una ridondanza di contenuto che collocano il film in uno scaffale secondario.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart