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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

30 Aprile 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

I baci mai dati

I baci mai dati
Roberta Torre, 2009
Fotografia Fabio Zamarion
Donatella Finocchiaro, Pino Micol, Giuseppe Fiorello, Carla Marchese, Martina Galletta, Alessio Vassallo, Tony Palazzo, Valentina Giordanella, Gabriella Saitta, Lucia Sardo, Piera Degli Esposti.
Venezia 2010: Controcampo italiano. Sundance: Selezione ufficiale.

Credere e/o rappresentare. Su questi parametri la regista milanese, da sempre soggiogata dal costume meridionale (Tano da morire, Angela), gioca la storia di Manuela, tredicenne di periferia catanese (Librino, per la precisione), la quale, oppressa dalla confusione famigliare – madre semisvampita (Finocchiaro), padre calciatore fallito (Fiorello), sorella atteggiata sull’imbambolamento fatalista -, prende la via di fuga, inventandosi una “visione” della Madonna, la stessa della statua pop-sacra appena inaugurata, per l’orgoglio del parroco Don Livio (Micol), proprio sul piazzale che la ragazzina vede dalla finestra. L’invenzione fa presa sulla credulità popolare e presto la madre Rita si trova a gestire in casa un vero e proprio “santuario”, con la fila di “fedeli” questuanti miracoli che riflettono le esigenze, vere e false, più o meno derivate dalla vita conformata alla fruizione dei mass-media. Il gioco si fa progressivamente più serio fino a che la fantasia si sostituisce alla “realtà”, mettendo in ballo il film stesso (il cinema) in quanto “luogo” della rappresentazione. Infatti, con la soluzione finale, che per ovvie ragioni non anticipiamo, il livello espressivo della rappresentazione, sui toni di un simbolismo grottesco esaspersato, finisce per ribaltare la propria valenza critica in una paradossale proposta neofideistica. Gioca-gioca, “santi” si può anche diventare. Gioca-gioca, prima o poi il “miracolo” ci scappa. Verranno anche, finalmente, i baci della mamma. Ma soprattutto sarà confermato il miracolo cinematografico della finzione.


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Bart