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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

7 Maggio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Senza arte né parte

Senza arte né parte
Giovanni Albanese, 2010
Fotografia Ramiro Civita
Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston, Donatella Finocchiaro, Hassani Shapi, Giulio Beranek, Ernesto Mahieux, Ninni Bruschetta, Mariolina De Fano, Paolo Sassanelli, Sonia Bergamasco, Alessandra Sarno, Chiara Torelli, Giusy Frallonardo, Elena Cantarone, Dante Marmone, Guglielmo Ferraiola.

Nel Salento, il Premiato Pastificio Tammaro chiude. Il padrone, volgare e truffaldino, combina il fallimento con l’apertura di una fabbrica “nuova”, tutta meccanizzata. La squadra di operai dello stoccaggio entra in disoccupazione. Ma Enzo (Salemme), Carmine (Battiston) e Bandula (Shapi) rientrano, in nero, come custodi del magazzino, che ora viene occupato da una collezione di opere d’arte. Infatti Tammaro (Sassanelli) ha allargato l’orizzonte dei suoi traffici dalla pasta ai “capolavori” di artisti contemporanei, opere che si vendono bene ai privati e anche all’asta. Opere autentiche o falsificate, poco importa. L’incontro degli operai con l’arte alquanto misteriosa e, per loro, di incomprensibile valore produce una situazione comica e paradossale. Infatti, con l’aiuto di  Aurora (Finocchiaro), moglie di Enzo, e di Marcellino (Beranek), fratello di Carmine, cresce negli operai non specializzati una nuova “coscienza”, per così dire, del valore estetico. Si forma un quintetto di falsari i quali pensano di sbarcare il lunario riproducendo e smerciando in proprio le opere autentiche di artisti famosi e riconosciuti dal mercato. Ma non tutto fila liscio e i falsi artisti rischiano di essere scoperti. Si sviluppa un giochino di finta suspence che non riesce però a modificare l’interesse centrale del film. Albanese, artista egli stesso e alla prima regìa, insiste molto sul tema dell’arte contemporanea, specie la “concettuale”, utilizzando lo stereotipo critico che la mette in ridicolo col solito ritornello del “Che ci vuole? sono capaci tutti”. Curioso, è vero, il cortocircuito dell’incontro “dal basso” con l’Uovo o con la Merda d’artista di Piero Manzoni, col Baco da setola di Pino Pascali, con i Tagli di Lucio Fontana. Ma forse a Carmine, Enzo e Bandula non sarebbe mai venuto in mente di provare a falsificare, per dirne una, un Ritratto di signora van Muyden di Modigliani. Lo stesso film Albanese non avrebbe potuto farlo, per esempio, con le opere di pittori figurativi dell’Ottocento. Resta perciò curiosamente centrale il tema dell’arte-non-arte, trattato ancora una volta – basti ricordare l’Alberto Sordi/Remo Proietti del 1978, in visita alla Biennale con la moglie Anna Longhi/Augusta nell’episodio Le vacanze intelligenti di Dove vai in vacanza? – con semplificazione populista. Comodo il paravento della chiave comica, ma il problema della comprensione dell’arte contemporanea meriterebbe altro trattamento. Ciò senza nulla togliere alla bravura degli attori e in particolare di Salemme, qui più misurato e credibile del solito, né al garbo delle battute con cui la sceneggiatura, di Fabio Bonifacci e del regista, costruisce situazioni a caratteri.

Tatanka

Tatanka
Giuseppe Gagliardi, 2011
Fotografia Michele Paradisi
Clemente Russo, Rade Serbedzija, Giorgio Colangeli, Carmine Recano, Susanne Wolff, Raiz, Sascha Zacharias, Damir Todorovic, Claudia Ruffo, Lorenzo Scialla, Vincenzo Pane, Luisa Di Natale, Enzo Casertano, Alexander Yassin.

L’”inferno” della camorra e la “bellezza” del pugilato nella periferia di Caserta. Dall’omonimo racconto di Roberto Saviano, nella raccolta La bellezza e l’inferno (Mondadori), la storia – inventata ma verosimile – di Michele, un ragazzo “pescato” da Sabatino (Colangeli), allenatore di giovani pugili di una palestra popolare a Marcianise, e salvato dal degrado sociale in cui dominano il culto della prepotenza e l’imperativo della morale parallela dei boss e del loro esercito privato. Michele (Tatanka è il nome che gli indiani d’America danno al bisonte), impersonato da Clemente Russo, vero pugile campione del mondo alla sua prima prova (brillante) d’attore, affronta un destino da eroe della sofferenza, del sacrificio e del riscatto, passando attraverso i drammatici compromessi dettati dall’amicizia con Rosario (Recano), ragazzo per il quale sconta otto anni di carcere e col quale resta invischiato nel giro della malavita; e attraverso l’altro inferno, professionale, della boxe clandestina di Berlino. Ma sempre, dai primi allenamenti all’ultimo trionfo da professionista, Michele avrà in mente le Olimpiadi, il miraggio propostogli inizialmente da Sabatino, e con questo spirito vorrà infine riscattare la propria “nascita” infernale. Gagliardi, già regista de La vera leggenda di Tony Vilar (2006), mockumentary (“falso documentario”) sulla vita di Antonio Ragusa, l’emigrante in Argentina divenuto famoso negli anni ’60 per la canzone “Quando calienta el sol”, replica in parte il metodo del realismo fittizio introducendo rispetto al testo di riferimento (Saviano) alcuni elementi in funzione narrativa che gli permettono anche – diremmo soprattutto – di configurare il film sotto specie di genere. In tal senso l’”energia” del montaggio (Simone Manetti) e della musica (Peppe Voltarelli) corregge l’impronta referenziale del Gomorra di Garrone, trasformando in “verismo espressivo” (la definizione è dello stesso Gagliardi) il “neorealismo” di partenza. L’uso del dialetto nei dialoghi nulla toglie né aggiunge al discorso. In altre parole, se da una parte, sul versante dell’espressione, si supera la formula ormai troppo usuale del “tratto da una storia vera”, dall’altra il riferimento alla letteratura di Saviano risulta fuorviante, eccessivo.


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Bart