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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

22 Maggio 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

The Tree of Life

The Tree of Life
Terrence Malick, 2010
Fotografia Emmanuel Lubezki
Brad Pitt, Jessica Chastain, Hunter McCracken, Sean Penn, Fiona Shaw, Joanna Going, Laramie Eppler, Tye Sheridan, Jesssica Fuselier, Irene Bedard, Kari Matchett, Crystal Mantecon, Kimberly Whalen, Will Wallace, Zach Irsik, Jackson Hurst, Michael Showers, Anne Nabors, Robin Read, Margaret Hoard, Chris Orf, Brayden Whisenhunt, Cole Cockburn, Jodie Moore, Tom Townsend, Tamara Jolaine, Erinn Allison.
Cannes 2011, concorso.

La vita è un albero che possiamo veder crescere, dare i suoi frutti e morire. È così nella simbologia di diverse religioni e culture, una per tutte l’Ebraismo. A livello di espressione, un’ovvietà consolidata. Il film di Malick (I giorni del cielo, 1978, The New World, 2005) pianta il simbolo nel Texas e focalizza il racconto simbolico nei passaggi generazionali di una famiglia degli anni ’50, dando a pensare che in America quel periodo costituisca ancora un problema da sistemare. Ma non è sociologia. Il film ha una “voce interiore”, narrante, introspettiva, che subito all’inizio si sbilancia pesantemente ponendo una dialettica vitale tra Natura e Grazia. Entro questi due paramatri si svolge ed è considerabile la Vita. Mentre la Natura fa – diciamo così – i propri comodi («Sparge sale sulle ferite che dovrebbe curare»), la Grazia asseconda le inclinazioni umane, aggiustando e riformulando le evenienze della storia («Il mondo è andato a rotoli, la gente è avida») e traducendole (si spera) in risultati armoniosi. Qualcuno può pensare alla Grazia divina o alle doti dello Spirito, all’Anima, qualcun altro alla concezione estetica del mondo. Fate voi, ma – dice Malick – dovete scegliere tra la vita della Natura e la vita della Grazia. La partita è questa e vedrete che la vince la Grazia. Il marine O’Brien (Pitt) ha le idee chiare: nella vita i buoni non combinano nulla; e si dispiace molto quando vede che Jack (McCracken), il più grande dei suoi tre figlioli, non solo tende a ribellarsi a lui ma non sarà mai l’uomo volitivo e virile che suo padre vorrebbe formare. Infatti il risultato – lo vedremo – è un Jack adulto (Penn) indeciso e quasi stordito fra i grattacieli metropolitani.  A livello dell’espressione particolare, tutto è reso con uno stile tranquillo, perfino ossequioso di certi stereotipi sulla vita in famiglia, con il padre esageratamente rigido e autoritario, i figli stressati dalle assurde imposizioni, la madre (Chastain) sensibile, amorosa ed eroica nella sopportazione e nella gestione degli equilibri. La Vita comunque continua. Anzi continuava, giacché il quadro che vede in primo piano Pitt non è che il largo flash suscitato dall’ultimo avvenimento, quello con cui comincia il film e che qui non riveliamo. Diciamo che si tratta dello spunto drammatico da cui si determina la “riconsiderazione” interiore di tutta una generazione. La vita si dibatte tra Natura e Grazia. E allora? La novità è lo stile complessivo del film, quando dal racconto particolare si passa al montaggio del “reale” con l’immaginario e si viene catapultati in una riformulazione universaleggiante, nella visione cosmica che unisce i grandi fenomeni naturali terresti alle immagini “fotografiche” dell’Universo e va indietro fino al Giurassico per dire che, insomma, viviamo in una medesima vita complessiva, soggetta alla medesima legge (Natura-Grazia, non la ripetiamo). Qui Malick si produce in una traduzione vertiginosa che, tolta la dignità formale delle immagini singole, si risolve in una rappresentazione sostanzialmente caleidoscopica (nel senso letterale del “bel vedere”), tanto che il coinvolgimento della dimensione “famiglia” ne suona – come dire – inadeguato. Per quanto “belle” e cucite con grande cautela, le sequenze dell’Universale sono riducibili, a livello del senso, all’amorevole indicazione della mamma che indica il cielo al suo bambino e dice: «Lassù è dove vive Dio».

Pirati dei Caraibi: oltre i confini del mare

Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides
Rob Marshall, 2011
Fotografia Dariusz Wolski
Johnny Depp ,Penélope Cruz, Geoffrey Rush, Ian McShane, Kevin McNally, Astrid Berges-Frisbey, Sam Claflin, Gemma Ward, Stephen Graham, Richard Griffiths, Roger Allam, Anton Lesser, Greg Ellis, Damian O’Hare, Oscar Jaenada, Christopher Fairbank, Bronson Webb, Paul Bazely, Richard Thomson, Yuki Matsuzaki, Keith Richards, Sebastian Armesto.

E quattro. Dopo La maledizione della prima luna (2003), La maledizione del forziere fantasma (2006) e Ai confini del mondo (207), i Pirati dei Caraibi si spingono Oltre i confini del mare. Medesimo divertimento. Johnny Depp ci crede e non ci crede, si rivolge a noi con i suoi occhioni arrendevoli e furbi, come per giustificarsi del ruolo un po’ troppo leggero e mistificatorio, ma nello stesso tempo l’attore è consapevole di avere una parte importante nella trasmissione del gioco e quindi nella conservazione dell’illlusione. I pirati non sono cattivi fino in fondo, anzi sono perfino simpatici, costretti a rappresentare una funzione non trascurabile nelle sorti del mondo, relativamente all’epoca in cui Spagna e Inghilterra andavano a vela alla conquista del primato mondiale. Il fatto che il film sia divenuto anche videogioco, libro, parco di divertimenti Disney non è che una conferma di come ciascun tema, anche il più serio sia riducibile a spettacolo e per di più a commedia (vedi Dante!). Qualche novità nel racconto, soprattutto nei personaggi, c’è. Ma è variazione, non variante. La vecchia passione di Jack Sparrow, Angelica – nome suscitatore di metafore rinascimentali -, compare nelle sembianze di Penélope Cruz, spagnola sì l’attrice ma non facilmente immedesimabile nella parte che fu di Keyra Knightley. Poi avviene che il Barbossa di Geoffrey Rush viene relegato in panchina e titolare della “cattiveria” scende in campo Ian McShane con la maglietta di Barbanera. Tra un inseguimento e uno scontro per vincere nella corsa alla fonte dell’eterna giovinezza, i giudici dei tribunali prendono la mazzetta e pare diventare sempre più difficile distinguere le diverse identità, anche al di là delle singole persone. Ad Angelica che si mostra gelosa e chiede cosa mai Jack ci facesse in un certo convento spagnolo, Sparrow risponde con nonchalance: «L’ho scambiato per un bordello» e aggiunge: «ero in buona fede». E come mai a bordo del veliero tutti gli ufficiali sono stati trasformati in zombi? per star dietro a una moda di cinema di genere? No, spiegano a Jack: gli è che così «si lamentano molto meno». Infine, prima che arrivi l’ultima interminabile parte, ecco la mitica invenzione delle sirene, minaccia mortale, ostacolo “imbattibile” da superare per arrivare alla fonte. E in verità, la situazione è più che verosimile. Fatti due conti, non si vede come il religioso e buon Philip (Sam Claflin) possa resistere a lungo alla sconvolgente bellezza della più speciale delle sirene, Syrena (Astrid Berges-Frisbey). Infine la novità decisiva,la regìa affidata a Rob Marshall. Il passaggio dai musical (Chicago e Nine) all’avventura supercodificata risulta non poco strano. Per fortuna c’è il 3D per chi volesse addirittura prescindere dalla specifico generico e tuffarsi senza ritegno nell’avvolgimento volumetrico.

Il ragazzo con la bicicletta

Le gamin au vélo
Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2001
Fotografia Alain  Marcoen
Cécile de France, Thomas Doret, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Egon Di Mateo, Olivier Gourmet.
Cannes 2001, concorso

Ricerca del padre, dinamismo “neoralistico”, groviglio interiore, soluzione “altra”. La struttura è seria e offre possibilità profonde. I fratelli Dardenne, già vincitori di due Palme d’Oro con Rosetta (1999) e con L’enfant (2005), questa volta scelgono un piano espressivo “per ragazzi”. Con discreta dignità puntano la cinepresa principalmente sul dodicenne Cyril (Thomas Doret) e ne descrivono le reazioni, tipiche di un bambino abbandonato dal padre. E con la tipicità introducono anche il tema del rapporto tra vicenda personale e problemi socio-pedagogici nella società di oggi. Il motivo per cui Guy Catoul (Jérémie Renier) vuole liberarsi del figlio non è approfondito, ne parla in modo sbrigativo il padre stesso con Cyril in un raro e forzato incontro, parla di difficoltà economiche che lo costringerebbero a fare il cuoco nel locale di quella che sembra essere la sua donna attuale, ma il ragazzo non rimane affatto convinto e si dispera, continua a cercare in tutti i modi il riaggancio col padre che lo ha sbattuto in un istituto. Meno male che, casualmente, Cyril trova l’appoggio di una brava giovane, la parrucchiera Samantha (Cécile de France, brava anche l’attrice), la quale lo aiuta a venir fuori dalla crisi con un atteggiamento più che corretto – da esperta educatrice, cercando di ricostruire in Cyril il giusto equilibrio di responsabilità e scelte. Tutto liscio per la teoria. La regìa vi aggiunge un pizzico di poesia, mostrando il coinvolgimento emotivo e quasi sentimentale dei due protagonisti («E’ caldo il tuo respiro», si lascia sfuggire Cyril). È l’affetto sincero e man mano profondo di Samantha (di fronte all’aut-aut del suo compagno, lei preferisce tenersi il ragazzo con la bicicletta) a salvare Cyril da un brutto coinvolgimento con un pusher capobanda di periferia che poi farà la fine (un po’ troppo scontata e “alleggerita” da ulteriori possibili complicanze) che si merita.

Il dilemma

The Dilemma
Ron Howard, 2011
Fotografia Salvatore Totino
Vince Vaughn, Kevin James, Jennifer Connelly, Winona Ryder, Channing Tatum, Queen Latifah, Amy Morton, Chelcie Ross, Rance Howard, Guy Van Swearingen, Troy West, Laura Whyte, Grace Rex, Mike McNamara.

L’amicizia, il matrimonio, la carriera. I tre elementi del sistema sarebbe bene che funzionassero armoniosamente. Così hanno sempre pensato i due amici Ronny (Vaughn) e Nick (James) e continuano a pensarlo specie ora che sono in un momento decisivo per i loro affari, giacché stanno preparando la presentazione di un fantastico progetto di motore d’auto: elettrica ma con il “suono” di una rombante fuoriserie. Sul matrimonio, in verità, i due hanno idee non proprio uguali, Nick è felicemente (sembra) sposato con Ginevra (Ryder) mentre Ronny resta convinto del proprio celibato. Tuttavia il single rispetta la scelta dell’amico e anzi si preoccupa della sua felicità. Senonché non tutto sembra filare liscio e quando Ronny scopre che Ginevra è tutt’altro che fedele, un dubbio atroce lo assale: dire tutto a Nick, rischiando di traumatizzarlo a pochi giorni dal fatale appuntamento di lavoro che potrebbe segnare la svolta della loro carriera? Lo scioglimento del nodo è reso ancor più difficile da un certo segreto che Ronny si porta dentro da anni lontani, antecedenti al matrimonio dell’amico, quando ebbe rapporti con Ginevra. Sostenuta da dialoghi brillanti e di stampo teatrale, la sceneggiatura di Allan Loeb (Noi due sconosciuti, Mia moglie per finta) “dimostra” una tesi molto semplice: nessuno ha una sola vita e la verità può trovarti sempre. Le personalità dei protagonisti sono indagate secondo i codici della commedia americana classica, aggiornata sui ritmi dei nostri giorni e sulle allusività contemporanee, la più vistosa delle quali può essere il ricorso “terapeutico” ai colloqui psicologici di gruppo. Il dilemma pone questioni sottili, al di là della facciata sempliciotta. Il fisico del ruolo di Ronny e Nick è leggermente sfasato, di quel tanto da suscitare ironia interpretativa senza però intaccare la credibilità dell’ipotesi: divertiamoci ma fino a un certo punto, riflettiamo ma non seriamente fino in fondo. Il vero dilemma viene da pensare che sia se vivere o meno la finzione del film.


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Bart