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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

15 Giugno 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Niente può fermarci

Niente può fermarci
Regia Luigi Cecinelli, 2013
Sceneggiatura Luigi Cecinelli, Ivan Silvestrini
Fotografia Claudio Zamarion
Attori Emanuele Propizio, Federico Costantini, Vincenzo Alfieri, Guglielmo Amendola, Maria Chiara Augenti, Serena Autieri, Paolo Calabresi, Massimo Ghini, Gian Marco Tognazzi, GĂŠrard Depardieu, Carolina Crescentini, Anna Dalton, Eva Riccobono, Lucia Ocone, Simone Montedoro, Pierluigi Di Lallo.

Lasciamo stare il “viaggio di formazione”, la difesa delle “diversità” e temi similari. Ma lasciamo anche un po’ stare il genere italocommedia superleggera e super dinamica da accoppiare allo scontrino di entrata in discoteca. Sono due rischi interpretativi complementari che vanno evitati, come ogni volta che – quasi sempre – la confezione autorialproduttiva tenda ad “incartare” il prodotto, mascherandone per ragioni di botteghino proprio i possibili spunti di senso. Luigi Cecinelli, al secondo lungometraggio (Visions è un horror del 2006) e con sostanziosa esperienza di corti, video musicali, spot, progetti televisivi, regie teatrali, ci dà qui un divertente lasciapassare giustificativo per una consolazione di cui abbiamo bisogno – così sembrerebbe dettarci il contesto socio-antropologico. Massimo Ghini, Serena Autieri, Gianmarco Tognazzi, Paolo Calabresi sono i genitori di quattro ragazzi, della fascia che – diciamo – non ha problemi ad arrivare alla fine del mese; consegnano i loro pargoli a una clinica attrezzata (quanto bene e quanto efficacemente sarà da vedere) per specifiche cure psichiche. I giovani mostrano con tutta evidenza disturbi quali web-dipendenza (Emanuele Propizio/Augusto), sindrome di Tourette (Vincenzo Alfieri/Guglielmo), narcolessia (Guglielmo Amendola/Mattia), compulsione ossessiva verso l’igiene (Federico Costantini/Leonardo). L’estate è alle porte, la probabilità di migliorare la propria salute è meno che minima, i quattro decidono la fuga. Mèta agognata? Nulla di originale: Ibiza, dove la movida impazza. Gli originali sono invece loro, con i disturbi che li rendono “diversi” e stridono nel quadro dei comportamenti standardizzati. Quanto stridono? Lo verificheremo strada facendo. Intanto, una bella autostoppista (Maria Chiara Augenti) si aggiunge al gruppo e il contadino volontario Henry (Gérard Depardieu) propone l’alternativa alla bella vita offrendo vino e figlia (Anna Dalton), ma senza successo. Arrivati a Ibiza, i “disturbati” avranno modo di dimostrare come l’integrazione nella “normalità” sia non solo possibile ma del tutto obbligatoria e perfino facile. La regia è perfettamente funzionale alla facilità. Supertrasparenza nella costruzione dei tipi,  ossequio totale al ritmo pubblicitario dei tagli di montaggio, lo stile fonde l’istanza integrativa proveniente dalla società con la forma del contenuto. E niente potrà fermare la giustificazione.

Killer in viaggio

Sightseers
Regia Ben Wheatley, 2012
Sceneggiatura Jane Levick
Fotografia Laurie Rose
Attori Alice Lowe, Steve Oram, Eileen Davies, Roger Michael, Tony Way, Seamaus O’Neill, Monica Dolan, Jonathan Aris, Aymen Hamdouchi, Tom Meeten, Kenneth Hadley, Stephanie Jacob, Christine Talbot, Richard Lumsden, Richard Glover.
Premi Empire Awards 2013: Miglior film inglese, Courmayeur 2012: Leone Nero.

Giro, vedo… e mi trovo nel baratro. Seguire Tina (Alice Lowe) e Chris (Steve Oram) nel loro “viaggio della vita” è cosa simpatica, almeno all’inizio, salvo poi ritrovarsi nel gorgo di un’avventura nera, fatta di episodi “insignificanti” il cui destino è un imbuto che ci infila nella botola dell’inconscio, inospitale e irresoluta. Commedia sì, se la morte è irrilevante, se gli incidenti della gita in roulotte non somigliano troppo a condanne fatali per una colpa che può essere nostra, a persecuzioni del caso calamitate dal carattere delle scelte minime quotidiane. Una morte dietro l’altra, lo spostamento della vacanza di piacere della coppia si fa progressivamente disgraziato, fino alla sorpresa finale, sigillo mostruoso di una catena malefica e insospettata. I dettagli non vanno raccontati, ovvio. Del resto, i due personaggi, mentre sembrano normalissimi amanti in cerca di qualche giorno di libertà e di svago, si rivelano invece molto atipici, hanno caratteri di spiccata incompatibilità eppure di inestricabile reciproca influenza. Ma – qui forse è il punto – sono l’uno dall’altra infinitamente lontani. E la loro profonda “opposizione”, però, che li sposa e li rende inseparabili nella catena di paradossali e “nere” indifferenze, segna le variazioni delle giornate in un crescendo anche esilarante di piccoli accadimenti irrimediabili. L’invenzione dell’avventura viene dal teatro e passa per la forma televisiva prima di tradursi in cinema. Il cammino attraverso i linguaggi rafforza la specificità autoriale dell’opera, con Alice Lowe e Steve Oram impegnati a vivere profondamente il loro mondo, concluso e misterioso ma pungente al minimo tentativo di approccio esterno. La campagna inglese, scenario del fatale campeggio, si rivela inospitale ai limiti dell’horror. Non vi sono scene “forti”, ma aspettatevi delle sorprese che vi richiederanno una buona dose di umorismo insieme a una solida resistenza alla contrarietà del vivere. Bravissimi gli attori nel risolvere in commedia il destino di “killer in viaggio” che è in ciascuno di noi. Apprezzabile l’intelligenza del regista, perfino eccessiva nel dosaggio ripetitivo degli incidenti che finiscono per attenuare la sorpresa, prefigurando in maniera un po’ prescrittiva una fruibilità settoriale (film-cult).

Il caso Kerenes

Pozitia copilului
Regia Calin Peter Netzer, 2013
Sceneggiatura Razvan Radulescu, Calin Peter Netzer
Fotografia Andrei Butica
Attori Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache, Ilinca Goia, Natasa Raab, Florin Zamfirescu, Vlad Ivanov, Adrian Titieni.
Premi Berlino 2013, Orso d’Oro e premio Fipresci.

La madre tiene “prigioniero” il figlio. Sono borghesi benestanti e il giovane si può permettere di vivere per proprio conto, con una ragazza che non va a genio – inovinate a chi? – alla mamma medesima. La quale è una donna importante, architetto, ammanicata con tutta la struttura scientifico/amministrativa del Paese, medici, avvocati, ecc. Insomma siamo nella borghesia risorta a Bucarest dalle ceneri del comunismo. Le borse, le scarpe, gli abiti, i cellulari e le sigarette, gli imbrogli sono in perfetta linea col mondo che conta. I conti psicosociali non tornano alla perfezione. Il regista rumeno (trasferitosi in Germania con la famiglia fin dall’infanzia) li ripassa con cura prendendo spunto da un incidente d’auto. Barbu Kerenes investe e uccide un ragazzo in strada e rischia anni di prigione. Cornelia, la madre, cerca di salvarlo destreggiandosi negli uffici della polizia e coinvolgendo figure importanti della città. La Giustizia in alcun luogo è uguale per tutti, si deve sapere. Al processo si può arrivare in tanti modi. Netzer, già vincitore col primo film, Maria, a Locarno nel 2003, ha ora ribadito la sua vocazione festivaliera a Berlino e inquadra specialmente il rapporto madre-figlio nelle sue implicazioni ambientali che finiscono per essere metafora della dimensione intima e viceversa, come dev’essere in un universo borghese che si rispetti. La regia ha il merito di non farsi predicativa e di apparire come uno sguardo oggettivo. La psicologia c’è ma non si vede. La lezione sembrerebbe anche ovvia: tutto il mondo (borghese) è paese e c’è una madre possessiva/protettiva per ciascun figlio (borghese). L’ottica della cinepresa e i tagli di montaggio colgono il materiale profilmico con uno spiccato senso della concretezza, perfino la registrazione di pratiche d’ufficio come la denuncia dell’incidente nel posto di polizia ci fa immergere in un film “d’azione”: è il modo con cui i dettagli sono legati tra loro. I nuovi ricchi e la corruzione sono il panorama preoccupante che emerge, con precisione chirurgica, dal millimetrico e glaciale sguardo dell’autore. [Film designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.]

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. CosĂŹ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sorditĂ . Chiedo scusa.
Bart