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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

22 Giugno 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Cha cha cha

Cha cha cha
Regia Marco Risi, 2013
Sceneggiatura Marco Risi, Andrea Purgatori, Jim Carrington
Fotografia Marco Onorato
Attori Luca Argentero, Eva Herzigova, Claudio Amendola, Pippo Delbono, Pietro Ragusa, Bebo Storti, Marco Leonardi, Jan Tarnovskiy, Shel Shapiro, Nino Frassica.

La forma del film-indagine/documento, con la quale Marco Risi ha caratterizzato il suo cinema di denuncia, da Soldati 365 all’alba (1987) a Meri per sempre (1988), Ragazzi fuori (1990), Il muro di gomma (1991), Il branco (1994), fino a Fortapàsc (2008), ha preso sostanza da uno sguardo attento alle problematiche contemporanee, di una società – quella italiana – còlta in fase involutiva, imprigionata in disagi e misteri, troppo spesso in pericolo di crisi democratica. Anche stavolta il quadro non è certo ottimistico, si parte dal drammatico destino di un sedicenne, vittima di uno strano incidente stradale, e ci si inoltra nel mondo grigio e fangoso di una Roma opaca, immersa in oscure tensioni di malaffare. Un ingegnere, un avvocato, un progetto commerciale in periferia… Rispetto ai film precedenti, Risi vira decisamente verso il cinema di genere, scegliendo il thriller e tuttavia non rinunciando a percorrere la via difficile della critica sociale e, implicitamente, politica. Il gioco è condotto dall’investigatore privato Corso (Luca Argentero), ex poliziotto di Stato estromesso per questioni “interne” ed ex amante della bella ex attrice Michelle (Eva Herzigova). La donna si rivolge a lui perché tenga d’occhio il proprio figlio, sedicenne appunto, di cui fa fatica a controllare la crescita. L’uomo comincia a seguire il giovane, ma l’”incidente” che si abbatte sul ragazzo crea una prospettiva diversa, l’indagine si fa più scura, sfiora il noir. E la Polizia che dice? Nessuna parola buona da parte dell’ispettore Torre (Claudio Amendola), più Corso mette insieme indizi che portano verso intrighi oltre il “semplice” tema della droga e più Torre tende a frenare l’indagine. Insomma, come dice lo stesso Risi presentando il film, «un thriller dalle atmosfere noir. Con l’eroe, la bionda e i cattivi». In effetti, ci sono le intercettazioni, le foto compromettenti, le discoteche, le feste, gli inseguimenti, le colluttazioni. Ma tutte queste sono le parole del thriller/noir, sono gli ingredienti. Possiamo dire che poi il film, le immagini, i tempi, lo scorrere dell’azione sono purtroppo altra cosa.

Passioni e desideri

360
Regia Fernando Meirelles, 2011
Sceneggiatura Peter Morgan
Fotografia Adriano Goldman
Attori Rachel Weisz, Anthony Hopkins, Jude Law, Ben Foster, Jamel Debbouze, Moritz Bleibtreu, Fernando Meirelles, Mark Ivanir, Katrina Vasilieva, Peter Morgan, Teresa Srbova, Sydney Wade, Vladimir Vdovichenkov,  Gabriela Marcinkova, Dinara Drukarova, Johannes Krisch, Maria Flor, Lucia Siposova, Alex Sander, Juliano Cazarré, Danica Jurcová.

Un intreccio di amori in giro per il mondo, tale che ci si perde e si fa fatica a tenere un filo. Vienna, Parigi, Londra, Bratislava, Rio de Janeiro, Denver, Phoenix  sono luoghi reali e insieme virtuali di un collegamento trasversale di sentimenti e situazioni provenienti da storie diverse, obiettive e intime, difficili da assemblare in un discorso sensato. La parola più giusta è suggerita dalle note stesse di presentazione del film: caleidoscopio. Il cast di tutto riguardo riesce solo a tratti a sostanziare della dovuta dignità artistica il racconto, recuperando la sostanza umana di personaggi/figure le cui caratteristiche vengono dall’attualità del mondo contemporaneo senza che trovino, però, un sufficiente approfondimento. Una qualche coerenza di senso è recuperabile nel concetto di interconnessione (le vie della comunicazione, web, aerei, automobili) al quale si lega l’interdipendenza col suo effetto domino, sempre più avvertibile, di pari passo col progredire della tecnica. E il regista brasiliano (apprezzato a Cannes – City of God 2002 – e a Venezia – The constant gardener 2005) è pronto a cogliere i collegamenti che “uniscono” i destini dei protagonisti, nell’apparente casualità degli eventi. Il problema è che, nel procedere del racconto, gli incastri si rivelano meno misteriosi e “casuali” di quanto ci si potrebbe aspettare, sicché paradossalmente il “complesso” degli accadimenti risulta banale.  Non mancano spunti anche di una certa presa emotiva, come l’incontro in aereo tra la ragazza (Maria Flor) che torna a casa dopo una disillusione amorosa e l’anziano padre (Anthony Hopkins) alla ricerca della figlia morta; o come il condizionamento dell’affarismo imprenditoriale sulla vita della coppia Jude Law/Rachel Weisz; o come l’istruttivo (“per realizzare i suoi sogni”) passaggio alla prostituzione della ragazza slovacca (Lucia Siposova). Ma in sostanza emerge il carattere di internazionalità del prodotto, il contrario dello “stile viscerale” che parte della critica vorrebbe attribuire a Meirelles. Una certa superficiale ridondanza nella connotazione di altri personaggi, utilizzati più che altro per riempire spazi tematici d’attualità (i matrimoni infelici, i russi corrotti e violenti, i molestatori/stupratori in via di recupero) avrebbe potuto lasciare spazio a situazioni individuali meritevoli di trattamento più articolato. E comunque, siamo lontanissimi da progettualità del tipo Babel (Alejandro González Iñárritu 2006) e più che mai da riflessioni estetiche alla Alain Resnais (Smoking no smoking 1993). La potenziale ricchezza cinematografica della casualità della vita non risiede nei giochi di sceneggiature a incastro.


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Bart