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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

5 Ottobre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Gravity

Gravity
Regia Alfonso Cuarón, 2013
Sceneggiatura Alfonso Cuarón, Jonás Cuarón
Fotografia Emmanuel Lubezki
Attori Sandra Bullock, George Clooney

Matt Kowalsky e Ryan Stone: la fine e il nuovo inizio. George Clooney e Sandra Bullock, chiusi nelle loro tute spaziali, lottano nel vuoto per la sopravvivenza contro le avversità di un mondo il cui futuro si mostra già drammaticamente passato. Kowalsky è alla sua ultima missione di pilota di Shuttle prima della pensione – viene in mente John Wayne (I cavalieri del Nord Ovest, John Ford 1949), con i paesaggi della Monumental Valley che hanno lasciato il posto al nero estraterrestre, silenzioso e privo di gravità -; Ryan è alla prima vera uscita. Un diluvio improvviso di “detriti”, conseguenza catastrofica di un incidente tra ferraglie lontane, piomba sui due, si perdono i contatti con Huston e si prospetta una solitudine “finale”. Matt tenta di tenere agganciata a sé Ryan, ma l’impresa è disperata e sarà la donna, anche simbolicamente, a conservare la speranza di vivere sul Pianeta. Detta così, la storia può sapere di retorica. Ma, a parte la comprensibile urgenza di rilancio, oggi, delle aspettative per una vita “nuova” e migliore, Alfonso Cuarón ha il merito di trovare un apprezzabile equilibrio tra struttura narrativa e piano espressivo, giovandosi in maniera decisiva di una fotografia tridimensionale discreta e, una volta tanto, non inutile al racconto. La Terra vista dallo spazio, mentre si accumulano inattesi problemi tecnologici e di resistenza fisica, si “rivela” ai due protagonisti nella sua naturale e insieme storica (culturale) potenzialità attrattiva, con le aurore “incantevoli” e con le profonde lontananze o addirittura “assenze” che intaccano la psicologia e stimolano la memoria di Matt e Ryan, depurando il dialogo tra loro due e, specie nella donna, con se stessi e con i prodotti della tecnologia, fino a lasciarne arrivare a noi l’essenza ironica, aspirazione al traguardo “irraggiungibile” di chiunque voglia vivere e perfino morire libero dal peso di stratificazioni mitologiche. Il regista messicano, non nuovo – Harry Potter (2004) a parte – a disegni futuribili di “rinascita” dell’umanità (I figli degli uomini, 2006), trova qui una leggerezza che rende ancor più verosimile la situazione fantascientifica, più documentale di qualche documentario di successo e di trasparente e involontaria finzione. Presentato fuori concorso come film d’apertura a Venezia 70, Gravity avrebbe meritato il Leone d’Oro.

Diana – La storia segreta di Lady D

Diana
Regia Oliver Hirschbiegel, 2013
Sceneggiatura Stephen Jeffreys
Fotografia Rainer Klausmann
Attori Naomi Watts, Naveen Andrews, Douglas Hodge, Geraldine James, Charles Edwards, Juliet Stevenson, Cas Anvar, Daniel Pirrie, Jonathan Kerrigan, Laurence Belcher, Harry Holland, Leeanda Reddy, Art Malik, Rose O’Loughlin, Michael Hadley, Christopher Birch, Michael Byrne, Raffaello Degruttola, Nathaniel Facey, Usha Khan, Rafiq Jajbhay, Tessa Jubber, Prasanna Puwanarajah.

Una delle donne più famose del mondo: raccontarne la vita può essere impresa “impossibile”, se la donna si chiama Diana Spencer. Così, il biopic  è stato modificato in “semplice” film drammatico/romantico, sul filo di un’ambiguità strutturale che rispetta la verità dei fatti (gli ultimi due anni di Diana, morta in seguito al famoso incidente d’auto del 1997) ma li scontorna e li taglia in modo che ne emergano soltanto alcune parti, le più vicine a uno studio psicosociale e sentimentale del personaggio. Si dà per scontata la conoscenza della vicenda storica, i suoi connotati politici e massmediologici, si decostruisce per quanto possibile il mito della principessa ribelle e vicina alla gente, nel tentativo di entrare nel suo “cuore” e raccontare la passione “segreta” della donna per il cardiochirurgo pakistano, Hasnat Khan (Naveen Andrews). Nei panni di Lady D, Naomi Watts mostra di essere perfettamente a proprio agio, la principessa assume soltanto quel tocco vagamente internazionale che, secondo i dettami di un cinema rispettoso del circuito, rende “universale” il valore della storia. Il senso delle ragioni conservatrici della Famiglia Reale di fronte al fallimento del matrimonio del Principe Carlo di Galles con Diana si perde, a favore della “maturazione” della Principessa sul versante dell’impegno per alcune problematiche di rilevanza “mondiale”, come la campagna contro le mine antiuomo e gli aiuti ai bambini africani. Non irrilevante pare sia stata la frequentazione, appunto nell’ultimo periodo, di Hasnat, uomo dalla forte personalità e dalla spiccata consapevolezza. Il racconto si sviluppa con stile essenziale, senza compiacimenti o ripetizioni di “cose” ultrarisapute. Appena accennato con rapidi tocchi l’assedio assillante dei reporter e, all’interno del Palazzo, solo discreti dettagli sul comportamento regale e le relative trasgressioni. Il regista tedesco Oliver Hirschbiegel (La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, 2004, Invasion, 2006) non cede a tentazioni spettacolari, limitandosi a sfruttare al meglio il fascino della protagonista.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart