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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

13 Ottobre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Black Star – Nati sotto una stella nera

Black Star – Nati sotto una stella nera
Regia Francesco Castellani, 2012
Sceneggiatura Francesco Castellani, David Turchi
Fotografia Eric Biglietto
Attori Luca Di Prospero, Alessandro Procoli, Gabriele Geri, Vincenzo Zampa, Paolo Giovannicci, Pierpaolo De Mejo, Alfredo Angelici, Tony Fornari, Martin Chishimba, Giuseppe Takyi, Frederick Turchi.

L’Italia è solo per gli italiani? Forse siamo tutti “rifugiati”. Una filosofia, se vogliamo, spicciola, ma dettata dalle circostanze molto concrete da cui prende spunto il film, primo lungometraggio del documentarista e reporter televisivo Francesco Castellani. La gente del quartiere periferico di Pietralata, a Roma, s’accorge improvvisamente dell’importanza di un campetto di calcio, tenuto per anni in stato di abbandono. Qualcuno ha cominciato i lavori per la trasformazione dello spazio in qualcosa di speculativo e qualcun altro, un gruppo di giovani “rifugiati” sta formando una squadra di calcio che si allenerà e giocherà proprio in quei metri di terra ancora polverosa. E guarda un po’, si forma un comitato all’insegna dello slogan: “Il campo del quartiere alla gente del quartiere”. La voce narrante, fuori campo, di Marco Mazzocca ci introduce nella vicenda, avvertendoci che da un po’ di tempo ormai il “quartiere è cambiato”. Il film procede quindi seguendo un esile filo narrativo, lungo un binario unico, la direzione è scontata, i contrasti e gli ostacoli si supereranno per il semplice motivo che i “rifugiati” sono buoni e i loro antagonisti non sono così cattivi come potrebbe sembrare a prima vista. I componenti del Liberi Nantes Football Club conquisteranno il loro spazio perché è giusto che sia così. Chi volesse farlo potrà controllare la fondatezza realistica della vicenda: la squadra esiste davvero, partecipa al campionato di terza categoria ed è formata da migranti – afgani, eritrei, guineani, iracheni, nigeriani, sudanesi, ecc. –  costretti a fuggire da situazioni invivibili, soprattutto persecutorie. Il lavoro di Castellani va visto nell’ottica umanitaria sottoscritta dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), organismo nato nel 1950, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Dal punto di vista del valore artistico, Black Star ha un andamento piuttosto scontato, il pregio maggiore è la partecipazione diretta, dal basso, dei protagonisti della vicenda. In sintesi, siamo alla lezione neorealistica, in una fase di recupero delle origini, compreso un certo portato “favolistico” già presente nei film di Rossellini e De Sica.

Aspirante vedovo

Aspirante vedovo
Regia Massimo Venier, 2013
Sceneggiatura Ugo Chiti, Michele Pellegrini, Massimo Venier
Fotografia Vittorio Omodei Zorini
Attori Fabio De Luigi, Luciana Littizzetto, Alessandro Besentini, Francesco Brandi, Clizia Fornasier, Bebo Storti, Ninni Bruschetta, Fulvio Falzarano, Alessandra Raichi, Andrea Bruschi, Roberto Citran, Giorgio Molino, Stefano Chiodaroli, Demis Marin, Paolo Pierobon, Franco Maino, Alessandro Federico, Bob Messini, Luciano Scarpa, Alessia Donadio, Tatti Sanguineti.

Sarebbe da chiedere a Fabio De Luigi, attore moderno e sensibile, di definire differenza/diversità tra il suo vedovo e quello di Alberto Sordi – il regista Massimo Venier ci tiene a evidenziare la radice risiana di questo remake della commedia del 1959; e a Luciana Littizzetto, brava attrice ironica, la differenza/diversità tra la sua Susanna e la Elvira di Franca Valeri. Sarebbero domande non certo per sentirsi rispondere che Sordi e la Valeri erano troppo grandi, artisti imparagonabili, ecc. Accetteremmo, se mai, una giustificazione extrafilmica, riferita ai tempi che sono cambiati e alle differenze/diversità tra la società di oggi e quella di oltre mezzo secolo addietro. Allora eravamo sulla soglia del boom e bisognava essere molto bravi (come Risi lo fu) a scovare sotto il manto dell’ottimismo avanzante i rischi di egoismi e opportunismi che avrebbero potuto, in seguito, attenuare se non annullare del tutto i vantaggi della grande “ripresa”. Oggi, in piena crisi economica e culturale, attendiamo spiragli di luce, immersi nella confusione di un consumismo roditore drammatico. Su tali scostamenti di fondo può poggiare l’obbiettivo declassamento della seconda commedia rispetto al corrosivo sarcasmo anticipatore con cui Risi e Sordi indicarono la sostanza malvagia di un affarismo incapace e senza prospettive. Nella coppia di Albertone e Valeri non v’era traccia di sit comedy televisiva, sfortune e successi di Nardi non proponevano espliciti sapori referenziali, eppure tracciavano, con la sola efficacia dell’arte, il solco acido e indigeribile di un frutteto destinato a marcire. Ora con Venier il Nardi/De Luigi sa di Iene, di Natali in crociera, di sfortunate settimane della vita, di Che tempo che fa. E la “resistenza” aggressiva del lato femminile-imprenditoriale (Littizzetto), più che segnalare una ragione conservativa, utilizza un sadismo di maniera che finisce per accogliere nel proprio seno, magari trionfalmente, la sconfitta dell’avversario soprattutto scenico. La beffa finale che attende qui il Nardi/De Luigi non intacca il sorriso benevolo con cui siamo stati invitati a seguire la vicenda fin dall’inizio; nella capriola del destino con cui si chiude il film non v’è amarezza. Del resto, lo stesso titolo chiarisce il punto di vista strategico, con quell’aggettivazione (aspirante) della vedovanza che altro non è se non il programma scoperto di una traduzione soft dell’antica sceneggiatura scritta da Rodolfo Sonego, Fabio Carpi, Sandro Continenza, Dino Verde e dallo stesso Dino Risi. Dunque la vita (televisiva) continua. Non ci sono più i Risi di una volta, sono rimaste le mezze stagioni.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart