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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

19 Ottobre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Una piccola impresa meridionale

Una piccola impresa meridionale
Regia Rocco Papaleo, 2013
Sceneggiatura Valter Lupo, Rocco Papaleo
Fotografia Fabio Zamarion
Attori Riccardo Scamarcio, Barbara Bobulova, Rocco Papaleo, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giovanni Esposito, Giampiero Schiano, Mela Esposito, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli.

Dice Rocco Papaleo: «Quando scrivo parto sempre dalla musica». La spiccata sensibilità musicale dell’attore/regista si rivela decisiva per la resa artistica del secondo film, dopo l’esordio nella regia con Basilicata coast to coast (2010). Non sembri un giudizio eccentrico, o almeno non lo vuole essere. L’apporto della jazzista romana Rita Marcotulli, pianista e compositrice nata e cresciuta con l’esplosione del jazz italiano degli anni Settanta, è parte essenziale della “piccola impresa” in questione. Il titolo del film, infatti, si può intendere anche – e forse soprattutto – riferito alla realizzazione stessa di Una piccola impresa meridionale, un lavoro che Papaleo – stando al risultato e al di là dello schema narrativo – sembra aver impostato come un procedimento la cui “fattura” è trasparente, si propone, scena dopo scena, come il senso stesso dell’opera. Un po’ anche per via della “guida” che il regista ci offre suggerendo la chiave interpretativa con la sua voce fuori campo, il film “si svela” lasciando man mano trasparire la propria qualità intenzionale. E la musica, appunto, non è mai “commento” bensì respiro poetico, consonante con le immagini montate. Perfino Scamarcio viene coinvolto nella dimensione “artistica”, il suo personaggio, Arturo – cognato “cornuto” di don Costantino (Papaleo), prete spretato e disperazione di mamma Stella (Lojodice, grintosa e spiritosa) -, è infatti un musicista con predilezioni non precisamente “commerciali”. Insomma, siamo nel “cinema di poesia” e la musica è componente intrinseca. Tutto questo non vuol dire che il film sia un capolavoro perfettamente riuscito, in più di una fase risulta anzi alquanto velleitario, pagando l’ambizione di giocare la partita espressiva sul filo di un rischiosissimo “fuorigioco”, tra sarcasmo e paradosso, in un continuo esercizio della provocazione tematica. La famiglia del prete spretato è una specie di contenitore simbolico che racchiude in sintesi le più usuali contraddizioni sociologiche e morali del nostro tempo. La madre “confina” il figlio ormai “perduto” in un vecchio faro in disuso davanti al mare: lo salverà dalle malelingue paesane. Ma l’isolamento di Costantino durerà molto poco. Arriva e chiede ospitalità nientemeno che Magnolia (Bobulova), prostituta senza complessi. E, via via, il faro si popola di un campionario aggiornato di tipologie dei malesseri attuali: omosessualità (le corna di Arturo non sono dovute a un tradimento classico)  e matrimonio “libero”, creatività nella riattivazione del Sud (con un po’ di buona volontà il faro può diventare una struttura alberghiera ecosostenibile), rialfabetizzazione delle nuove generazioni (la piccola figlia – Mela Esposito – del pazzesco imprenditore girovago venuto ad aggiustare il tetto deve accettare di prepararsi per la licenza elementare se vuole evitare la cancellazione del proprio affidamento al padre) per una diversa coscienza delle famiglie. Papaleo non rinuncia a “raccontare” ma, la complessa materia rischia di essere parcellizzata in scenette situazionali, legate dall’umorismo dell’autore, efficace e gradevole finché non va a intaccare il piano poetico e il suo valore di “impresa” cinematografica.

Giovani ribelli – Kill Your Darlings

Kill Your Darlings
Regia John Krokidas, 2013
Sceneggiatura John Krokidas, Austin Bunn
Fotografia Reed Morano
Attori Daniel Radcliffe, Dane DeHaan, Michael C. Hall, Ben Foster, Jack Huston, David Cross, Elizabeth Olsen, Jennifer Jason Leigh, Kyra Sedwick, David Rasche, John Cullum, Erin Darke, Leslie Meisel, Zach Appelman, Michael Cavadias, Kevyn Settle, Kate Madison.

1943 e seguenti. La Beat Generation? La Columbia University? La ricerca di una “nuova visione” dopo gli esiti catastrofici della seconda guerra mondiale e sulla scia dell’esistenzialismo europeo? I semi delle rivolte giovanili e delle stragi di droga e spiritualismo contro la sconfitta in Vietnam? I versi liberi contro la metrica prescritta, Henry Miller e James Joyce, il jazz settario e “interiore” contro gli standard da ballo, i sotterranei contro la City, il “cerchio” contro il cammino lineare e prospettico? Allen Ginsberg, William Burroughs, Jack Kerouac, miti di una poesia nuova le cui pagine sono anche pagine di vita nuova, arrivate a noi dal dopoguerra che cambiò le sorti del mondo e oggi rileggibili non senza turbamento intellettuale? Valeva la pena di convogliare una simile montagna di creatività innovatrice nella maschera di Daniel Radcliffe (Allen Ginsberg), sulla cui espressività si raggrumano ancora magiche e infantili intrusioni esoteriche potteriane? Il compito del neoregista americano John Krokidas (autore finora di pregevoli corti e di sceneggiature) si rivela francamente non poco arduo. In bilico tra biopic e thriller per via della storia (espressa come alquanto nervosa/morbosa) tra Lucien Carr (Dane DeHaan) e David Kammerer (Michael C. Hall), storia finita male e in cui restano coinvolti Ginsberg e tutto il gruppo di universitari, il film riduce la materia a una serie di citazioni sospese a mezz’aria tra la pagina scritta e la parola còlta in una falsa dimensione “live” che non corrisponde a una qualche vita vissuta. Il risultato è un effetto fumetto carente di background (gli unici momenti che somiglino un po’ a una qualche realtà sono quelli ambientati nei locali frequentati da afroamericani e dove si ascolta musica abbastanza verosimile). Nel complesso, i giovani beat hanno l’aria di ragazzi ingenui, più libertini che rivoluzionari, più impegnati a sfuggire al rendiconto di insegnanti e genitori che nella ricerca di nuove dimensioni d’esistenza. Se un nuovo cinema americano debba trovare fertilità in un tale giardino, forse può essere questo il vero problema prospettico posto dalla rassegna “Giornate degli autori”, in cui hanno trovato i Giovani ribelli, nell’ambito della Mostra veneziana del 2013. Risposta negativa.

Escape Plan

Escape Plan
Regia Mikael Håfström, 2013
Sceneggiatura Miles Chapman, Jason Keller
Fotografia Brendan Galvin
Attori Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, James Caviezel, Vencent D’Onofrio, Vinnie Jones, Sam Neill, Curtis “50 Cent” Jackson, Amy Ryan, Caitriona Balfe, Faran Tahir, Matt Gerald, Steven Krueger, David Joseph Martinez.

Un mondo a parte? L’universo consumistico che ci siamo creati per vivere meglio non prevede vie di fuga. Ma è realmente impossibile uscirne? Il film dello svedese Håfström – regista solito a muoversi in ambito thriller/horror (Derailed 2005, 1408 2007, Il rito 2011) – sembra proporre una verifica attraverso una sorta di contrappasso estetico e narrativo. Mentre noi siamo “liberi”, proviamo a vedere se esista davvero una prigione da cui non si possa fuggire. E quale figura troveremo, nell’immaginario cinematografico, che dia corpo all’uomo capace di controllare con prove estreme l’invalicabilità di ogni via di uscita, quale se non quella di Stallone/Rambo, lui che i “cattivi” ha voluto sempre castigarli anche con le proprie mani? Nei panni di Ray Breslin, Sylvester Stallone è l’incubo dei direttori di carceri, si applica, come detenuto sotto copertura, a dimostrare che dai penitenziari più “sicuri” si più evadere. Arriva però la situazione limite. Ormai alle soglie della pensione, Breslin accetta un ultimo incarico e sarà la prova più difficile. Questa volta si troverà di fronte un direttore molto diverso dai precedenti che lo avevano aiutato a svolgere il suo lavoro. Per James Caviezel la Passione di Cristo (2004) è ben lontana, il suo personaggio è ora il subdolo e sadico Willard Hobbes, responsabile del carcere chiamato “The Tomb”. Quando Ray realizza che la propria copertura è praticamente azzerata (capita, nella vita, di vedersi traditi), non gli resta che cercare un appoggio interno e lo trova in Swan Rottmayer (Schwarzenegger), detenuto disposto a tutto pur di andarsene dalla Tomba. Rambo e Terminator: difficile pensare a una coppia di eroi più efficace in imprese anche fisicamente “impossibili”. I due attori hanno una certa età, sono nati rispettivamente nel 1946 e nel ’47, ma la forma fisica sembra perfetta e continua a essere sorretta dalla discreta vena umoristica che da sempre ha assistito le loro imprese. Qui è il punto di bravura del regista, il quale sa coniugare la componente spettacolare (non mancano i mezzi per una messinscena tecnologicamente ricca) con l’aspetto strettamente convenzionale del comportamento dei protagonisti. E d’altra parte, Stallone e Schwarzenegger, si mostrano ben coscienti del valore, astratto più ancora che simbolico, del loro linguaggio, parole e soprattutto corpi. Il risultato va appunto nella direzione del paradosso ideale di cui parlavamo. Il mondo “a parte” si confronta col mondo “vero”, carcere e libertà vanno cercando una verosimiglianza in divenire.


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Bart