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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

26 Ottobre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Cani sciolti

2 Guns
Regia Baltasar Kormákur, 2013
Sceneggiatura Blake Masters
Fotografia Oliver Wood
Attori Denzel Washington, Mark Wahlberg, Paula Patton, Bill Praxton, James Marsden, Fred Ward, Edward James Olmos, Robert John Burke, Greg Sproles, Patrick Fishler, Edgar Arreola, Derek Solorsano, Kyle Russell Clements, Christopher Matthew Cook, Tim Bell, Tait Fletcher, Kevin ‘Lucky’ Johnson, Tony Sanford, Jason Kirkpatrick, Samuel Baca-Garcia, Jack Landry, Evie Thompson, Ambyr Childers, John McConnell, Lindsey Smith.

Cani sciolti, automi insensibili. Montagne di banconote, il miraggio è sempre lo stesso. Anche nel precedente Contraband (del 2012, remake di Reykjavik-Rotterdam di Óskar Jónasson, del 2008) il totem erano i soldi, falsa attrazione per vite senza molto senso, proiettate in un vortice ingannevole di sopravvivenze disancorate. Qui gli ingredienti non hanno nemmeno bisogno di troppe specificazioni contenutistiche: la Dea (Drug Enforcement Administration), tristemente famosa per le collusioni con il narcotraffico sudamericano, e l’Intelligence della Marina Usa sono impersonate rispettivamente dall’agente Bobby Trench (Denzel Washington) e dall’ufficiale Marcus Stigman (Mark Wahlberg). I due personaggi sin dall’inizio recitano una parte fittizia, due uomini d’azione che non hanno speranze di fedeltà, lavorano insieme diffidando l’uno dell’altro, la loro condizione di infiltrati in una banda messicana di trafficanti, rende automatico il loro estremo comportamento opportunistico. In mezzo ai “cattivi”, finiscono per somigliare al “nemico” forse più del necessario. Va a finire che, siccome una certa operazione di “recupero” di denaro va male, gli stessi mandanti non si fidano più di loro e Bobby e Marcus sono costretti a farsi coppia per salvare la pelle. In sostanza, privo di ancore ideali, il film naviga in acque “libere” da indicazioni prospettiche, il finlandese Kormákur fa funzionare il giocattolo in modo simile a una trottola destinata a non fermarsi. Le scene di azione arrivano con la giusta dose di sorpresa, impegnando i protagonisti nell’esibizione della loro miglior forma. La novità, rispetto al film precedente, è l’humour disseminato lungo il racconto: Marcus e Bobby agiscono in scioltezza, quasi per divertimento, trascinando anche il pubblico in una sorta di ironica indifferenza che toglie i pensieri dalla testa. Le pistole che sparano e le miserie fraudolente che si confrontano hanno il peso di una boccata d’aria fresca. Il pubblico di Locarno ha gradito la proiezione in apertura del 66. festival.

La vita di Adele

La vie d’Adèle
Regia Abdellatif Kechiche, 2013
Sceneggiatura Abdellatif Kechiche, Ghalya Lacroix
Fotografia Sofian El Fani
Attori Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Salim Kechiou che, Mona Walravens, Jérémie Laheurte, Alma Jodorowski, Aurélien Recoing, Catherine Salée, Fanny Maurin, Benjamin Siksou,  Sandor Funtek.
Premi Cannes 2013 Palma d’Oro, Premio Fipresci.

A 15 anni, si può avere del mondo un’immagine schematica, le informazioni sono ancora poche, le sensazioni si accavallano confusamente, la propensione percettiva accumula dati che dovranno poi organizzarsi meglio per una visione più matura nel tempo. L’avvio e tutta la prima parte del film lascia credere che si tratti di un’esplorazione sul versante psicosociopedagogico, con l’occhio della cinepresa incollato su Adele (Adèle Exarchopoulos), liceale in rapida crescita e prossima all’esplosione. Il metodo del franco-tunisino Abdellatif Kechiche resta il medesimo già collaudato con successo nei precedenti La schivata 2003, Cous cous 2007 e Venere nera 2010: un cinema naturalistico, un “tallonamento” della realtà – Cesare Zavattini, perseguendo l’utopia del film “lungo quanto la vita di un uomo”, direbbe “pedinamento” -, con l’idea di coglierla “sul fatto”  senza nemmeno darlo a vedere, come se l’obbiettivo fosse esso per primo preda di una vocazione all’orgasmo visionario. Vediamo la giovane uscire dal portoncino di casa e incamminarsi a piedi come andando incontro a un destino qualunque, un destino che ha l’aria di identificarsi col film. Si procede quindi in una qualche direzione, “fidandosi” dell’attrattiva che Adele esercita verso le “cose” che incontra, oggetti e persone, compagni di scuola, alberi, scale, volti, discorsi dei professori, pagine incompiute di Mariveaux (“La vie de Marianne”). E’ la vita “normale” da cui il cinema – di Kechiche, ma diremmo il cinema francese di radice Nouvellevague – sa far scaturire qualcosa di speciale ad ogni momento. Due o tre cose che veniamo a sapere della ragazza (magari più con l’aiuto di Truffaut che di Godard). Basta già non distrarsi quando vediamo Adele in casa, a tavola con i suoi, mangiare avidamente gli spaghetti: presto una bocca così assaporerà con gusto le cose del mondo. Molto presto lo sguardo di un giovane capitato a caso, gran godimento e rapido distacco. Sarà il primo segnale di un turbine profondo che riguarda il corpo della ragazza, il suo rapporto con la realtà. Qui il film comincia a scaricare la tensione iniziale sul versante più convenzionale della “storia d’amore”. L’apparizione di Emma (Léa Seydoux), pittrice in ascesa e dai capelli blu, rende unico l’impatto, altrimenti banale, con gli ambienti omosessuali e notturni in cui Adele si ritrova senza quasi accorgersene. La “freschezza” espressiva della Exarchopoulos si confronta con la maschera allusiva di un’attrice che ha conosciuto autori come Quentin Tarantino, Ridley Scott, Woody Allen e che da ultimo ha vestito i panni della smaliziata Sister di Ursula Meier. La naturalezza della vita sul set lascia sempre più spazio alle prestazioni sessuali lesbiche fino a consolidare, con appassionata identificazione, una tematica anche ben al di là dello spunto fumettistico del film (libero adattamento da “Il blu è un colore caldo”, fumetto di Julie Maroh). Amore e tradimento, ritrattistica e gallerie d’arte, gelosia e separazione vanno a comporre quadri di un cinema “à la mode”, al di qua delle istanze propulsive iniziali. La grande lezione del cinema “Sessanta”, gli spiragli di verità colti sul set, la lezione dell’improvvisazione che fa l’elastico con la scrittura e stimola l’autenticità cogliendola dalla costruzione stessa della messa in scena: sono le intenzioni che si perdono strada facendo, verso un finale inutilmente “aperto”. Adele, ora maestra elementare, si avvia di nuovo verso le cose del mondo, con passo forse più consapevole e non meno curioso, ma stavolta tutto sembra già pronto per un “continua” ristrutturato in funzione delle aspettative del pubblico. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart