Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

9 Novembre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Prisoners

Prisoners
Regia Denis Villeneuve, 2013
Sceneggiatura Aaron Guzikowski
Fotografia Roger Deakins
Attori Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo, Paul Dano, Dylan Minnette, Zoe Soul, Erin Gerasimovich, Kyla Drew Simmons, Wayne Duval, Len Cariou.

La religiosità può fare brutti scherzi. Si può radicare in ambienti moderati in apparenza ed estremisti in realtà, con conseguenze drammatiche per la collettività oltre che per le singole persone. L’anziana signora Holly Jones (una Melissa Leo invecchiata per esigenze narrative), racconterà, a un certo punto del film, di aver perso il primitivo entusiasmo col quale s’era impegnata a propagandare la fede nella propria cittadina e nei dintorni. La causa del brusco arresto spirituale era stata la morte per cancro del suo figlio prediletto. Sarà una traccia importante per il detective Loki (Jake Gyllenhaal), impegnato a districarsi nella rete di tensioni e sospetti formatasi in seguito alla scomparsa improvvisa di due bambine, Anna Dover (Erin Gerasimovich) e Joy Birch (Kyla Drew Simmons), figlie di genitori amici, riuniti per festeggiare il Giorno del Ringraziamento.  Il padre di Anna, Keller (Hugh Jackman), è uno yankee molto sicuro dei sani princìpi e doveri su cui deve fondarsi la vita delle persone perbene (il film si apre con una scena di caccia in cui suo figlio fa centro su un animale al primo colpo meritandosi i complimenti del padre: “Sono orgoglioso di te, figliolo”). La moglie di Keller, Grace (Maria Bello), trova rifugio negli psicofarmaci. Il padre di Joy, Franklin (Terrence Howard), di colore, è il primo a rendersi conto della piega violenta che la situazione sta prendendo. Infatti, secondo il canovaccio del genere “caccia all’indegno colpevole”, l’attività investigativa della polizia non soddisfa le persone in ansia per la scomparsa dei loro cari e progressivamente subentra la voglia di risolvere “in proprio”. Ossia, al di là delle garanzie di legge. Keller mette gli occhi su uno “strano” giovane che si aggira nei dintorni, lo cattura e è intenzionato a costringerlo con ogni mezzo a fornire indicazioni sulla scomparsa di Anna e Joy. La moglie di Franklin, Nancy (Viola Davis), diversamente dal marito, propende per appoggiare l’azione di Keller. Non forniamo troppi elementi, i quali finirebbero per togliere curiosità allo spettatore, ma ci sembra già sufficiente una lettura complessiva del quadro: una società tranquilla solo negli aspetti esteriori della vita quotidiana, una pentola che ribolle di dubbi e insoddisfazioni, una speranza che persone nuove (Loki è un poliziotto giovane) possano contribuire a una riflessione civile per la costruzione di un quadro sociale più armonioso. Denis Villeneuve, regista franco-canadese al debutto nel contesto produttivo statunitense, dopo il bel film sulla guerra in Oriente, La donna che canta – Incendies, passato nel 2010 a Venezia (Giornate degli Autori), si affida alle intense interpretazioni di Jackman e  Gyllenhaal per ottenere la giusta profondità di senso su un racconto che, altrimenti, avrebbe presentato molti rischi di stereotipia. Specialmente pregevoli alcuni momenti che lasciano emergere l’autenticità polivalente della situazione, radicata nelle premesse storiche dei caratteri e delle motivazioni.

Questione di tempo

About Time
Regia Richard Curtis, 2013
Sceneggiatura Richard Curtis
Fotografia John Guleserian
Attori Domhnall Gleeson, Rachel McAdams, Bill Nighy, Tom Hollander, Margot Robbie, Richard Cordery, Joshua McGuire, Lydia Wilson, Lindsay Duncan, Will Merrick, Vanessa Kirby, Tom Hughes, Clemmie Dugdale, Harry Hadden-Paton, Mitchell Mullen, Lisa Eichhorn, Jenny Rainsford, Natasha Powell, Catherine Steadman, Tom Stourton.

Si potrebbe metterla in filosofia, ma forse è il caso di restare alla commedia. Certo che a ognuno piacerebbe, a volte, rivivere alcuni momenti della propria vita, ma se poi tale facoltà incidesse davvero – e soprattutto in quale maniera – sul diverso andamento del corrispondente “destino”, questo sarebbe tutt’altro discorso. Già, poiché se dovessimo pensare, come sembrerebbe logico, che qualsiasi cambiamento che ci riguardasse cambierebbe in qualche misura le sorti del mondo, sarebbe difficile mantenerci sul piano del gradevole scherzo o anche della commedia. Invece il film di Richard Curtis – autore neozelandese già apprezzato per la scrittura di personaggi quali Bridget Jones, o di situazioni comiche costruite in film come Quattro matrimoni e un funerale (Mike Newell, 1994) o Notting Hill (Roger Michell, 1999); e, nella regia, per la varietà comica del tema amoroso (Love Actually, 2003), o per l’attenzione ironica verso i rapporti della tradizione britannica con i giovani e la nuova musica dei ’50-’60 (I love Radio Rock, 2009) – vuol essere un sapiente quanto finemente semplificato esercizio di responsabilità, i limiti dell’operazione sono esposti con chiarezza, lo spettatore è messo al corrente del “recinto” entro cui divertirsi. Altri rinvii porterebbero a film più impegnativi sul piano dell’espressione, ad esempio il Resnais di Smoking no smoking (1993). Scopriamo invece che lo stesso titolo Questione di tempo comporta una lettura scherzosa del racconto, il paradossale viaggio a ritroso per recuperare situazioni e aggiustare errori non ha nulla di inquietante, serve piuttosto, alla fin fine, a prendere la vita come viene, riconoscendone i valori tradizionali, dell’amore paterno e degli affetti famigliari. Cartina di tornasole è la vicenda del giovane Tim Lake (Domhnall Gleeson), il quale, compiuti 21 anni, viene messo al corrente da suo padre (Bill Nighy) circa un segreto riguardante la parte maschile della loro famiglia: un certo potere di viaggiare nel tempo e quindi di “sistemare” le cose che la prima volta non fossero andate al meglio. Incredulo, Tim è comunque curioso di verificare e si accorge con grande meraviglia che il fenomeno riguarda anche se stesso. Userà quel potere per conquistare Mary (Rachel McAdams), la ragazza di cui è innamorato e per aiutarla poi nella nascita del frutto del loro amore, per dare una mano professionale all’amico in difficoltà e risolvere altre situazioni che man mano si saranno dimostrate “disastrose”. L’ultimo capitolo riguarderà la salute del padre di Tim (Bill Nighy), per un finale tenero e non tanto triste. La morale della favola è che la vita si può anche rivivere al meglio, ma ciò che conta veramente sono i sentimenti, quelli buoni, che vale comunque la pena di confermare. L’amore vince ed è divertente. Confermata anche la buona qualità degli attori del cinema inglese (il protagonista Gleeson è irlandese), la loro capacità di rendere lieve anche le situazioni più pesanti.

Giovane e bella

Jeune & Jolie
Regia François Ozon, 2013
Sceneggiarura François Ozon
Fotografia Pascal Marti
Attori Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Johan Leysen, Charlotte Rampling, Nathalie Richard, Djédjé Apali, Lucas Prisor, Laurent Delbecque, Jeanne Ruff, Serge Hefez, Carole Franck, Olivier Desautel, Akéla Sari.

Isabelle (Marine Vacth, ex modella, 23 anni nella realtà) ha 17 anni, è giovane e bella e vive in famiglia, con sua madre Sylvie (Géraldine Pailhas), il fratello più piccolo, Victor (Fantin Ravat), e il patrigno Patrick (Frédéric Pierrot). Fatale che la ragazza abbia il primo rapporto sessuale: tocca a Félix (Lucas Prisor), giovane e prestante tedesco, svolgere il compito in una notte d’estate. Preso atto della perdita della verginità, Isabelle si avventura, senza alcuna motivazione apparente, in una serie di incontri con uomini provenienti dal web, a pagamento. Insomma si prostituisce con indifferenza. La catena si spezza quando l’anziano cliente Georges (Johan Leysen) cede alla fatica. Forse proprio dall’ultimo atto stava spuntando il complemento sentimentale che Isabelle non aveva mai cercato, forse per questo l’incidente provoca nella giovane il primo vero impulso allo stop. Sarà la vedova di Georges, Alice (Charlotte Rampling), a chiedere a Isabelle un incontro finale, forse risarcitorio per entrambe le donne. Improvvisamente ci viene da tornare alle prime inquadrature del film. Una giovane e bella ragazza sta facendo il bagno nel mare, esce sulla spiaggia, si stende al sole scoprendo il seno. Qualcuno la guarda dall’alto con un binocolo. E’ Victor, il fratellino che le farà da sponda per i suoi segreti turbamenti e per le successive prostituzioni. Isabelle uscirà di casa furtivamente, rientrerà a ore insolite, suscitando nella madre soltanto qualche vago e imprecisato sospetto. Sarà Victor a “coprire” le prime uscite furtive della sorella, tra i due si stabilirà complicità, fatta di reciproco opportunismo sentimentale/erotico.  E’ a quel punto che la vita si rivela loro: nuove generazioni alla scoperta del nulla. L’entrata di un albergo lussuoso, l’ascensore, il corridoio, la stanza, il letto, il sesso, le banconote intascate senza particolare interesse, rarefatte e insignificanti sensazioni di piacere. Il nulla motivato da un nulla apparente, analizzabile e da analizzare, forse, ma di certo non “trasparente” all’occhio di Ozon, autore curioso, non per la prima volta, verso le ragioni attrattive dei giovani nel rapporto complesso tra loro educazione e relativo spettro culturale (cfr. Nella casa, 2012). La forma thriller, esplicita o comunque sempre latente nel cinema del regista francese, è da riferirsi, al di là delle singole “applicazioni” più accentuatamente psicosociologiche (8 donne e un mistero è del 2002), alla difficoltà/impossibilità – si direbbe ormai obbiettiva – di trovare e indicare riferimenti espliciti a radici individuali, il cui tracciato sia capace di condurre a un qualche riscontro di tipo generale e/o prospettico. Se l’indifferenza fosse un sentimento piuttosto che essere fonte di non-sentimento, potremmo dire che proprio la giovane e bella Isabelle, proprio la sua valenza estetica nel rapporto col mondo rappresenti la causa e insieme l’effetto di quella inconsistenza del vivere di cui ci sentiamo oggi, per così dire, imbevuti.  E via via, non sarà più tanto questione generazionale né circoscrizione classista quanto bidimensionalità massmediologica e vita fittizia, impotente – temiamo – a uscire da sé. Non a caso, gli adulti attorno a Isabelle cercano invano, alla fine, di capire come sia potuto accadere che… ecc. ecc. Il fatto che il racconto sia scandito secondo il succedersi delle quattro stagioni, più che accentuare il lato “naturale” evolutivo della crescita di Isabelle, finisce appunto per connotare la dimensione più larga e sistematica del senso. Non è un film sui giovani oggi né sullo sbocciare delle pulsioni sessuali.


Letto 2322 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart