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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

16 Novembre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

 

L’ultima ruota del carro

L’ultima ruota del carro
Regia Giovanni Veronesi, 2013
Sceneggiatura Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Filippo Bologna, Ernesto Fioretti
Fotografia Fabio Cianchetti
Attori Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Ricky Memphis, Sergio Rubini, Virginia Raffaele, Alessandro Haber, Ubaldo Pantani, Francesca Antonelli, Maurizio Battista, Francesca D’Aloja, Massimo Wertmüller, Elena Di Ciocco, Luis Molteni, Dalila Di Lazzaro.

Ímpari. Una lotta senza molte speranze di vittoria, combattuta con le armi improprie della simpatia e dell’ironia – armi non efficaci se disvelate e dichiarate senza mezzi termini. La benevola trasparenza delle battute critiche, in appoggio alle traversie del protagonista e contro il “fatale” trionfo della volgarità e dell’intrallazzo, sempre a scapito dell’”ultima ruota del carro”, lascia trapassare decenni di vita italiana e la ripetuta sconfitta del sincero compagno di giochi e dell’onesto lavoratore, dell’ingenuo partecipe all’evoluzione dei tempi. Dal 1967 ai pieni anni Settanta e fino alla “cacciata” di Craxi e al sorridente trionfo di Berlusconi e oltre, il destino di Ernesto Marchetti (Elio Germano) è sempre nelle mani dei più furbi e smaliziati, a lui non resta che prendere gli avanzi del bottino dei profittatori. E meno male che la vita umile gli riserva un amore sincero (Angela, un’Alessandra Mastronardi casalinga neorealistica) e un figlietto nato da quell’amore – non importa se poi, rimasto senza un bel niente, non s’accorge nemmeno di aver vinto al gratta e vinci. Sono i nostri anni? Nel solco della commedia italiana, Giovanni Veronesi (prima sceneggiatore di Nuti, Oldoini, Pieraccioni, De Sica, Verdone, Ceccherini) e poi regista di film di successo, da Per amore solo per amore (1993) a Manuale d’amore (2005) e Genitori & figli: agitare prima dell’uso(2010), mantiene una sua cifra di stile dignitoso, spirito non greve, sguardo sul panorama dei modi di dire e di fare che segnano il nostro quotidiano.  Qui la scelta di Germano per il personaggio principale e simbolico di un’intera epoca lo porta a qualche sottolineatura in più (film girato “svelto” ma lungo), gradita alle doti dell’attore, bravo a “crescere” da ragazzino a nonno mantenendo un grado di “molleggiamento” spontaneista degno della “realtà” che è chiamato a rispecchiare. Mentre la sua maschera, di decennio in decennio, si adatta agli aventi, la non minore elasticità di Ricky Memphis (Giacinto) risponde all’ottimismo opportunista del tipo “godiamoci la vita”: facciamo quel che si può, senza particolare cattiveria e con indifferenza, quasi con generosità, andiamo incontro al futuro, fino in Cina.  E’ Giacinto, il compagno di giochi che da ragazzini al campetto di calcio non passava mai la palla, a incoraggiare Ernesto verso l’evoluzione “naturale” da garzone schiavizzato dal padre a trasportatore in proprio e poi “socio” (finto) di una società di affari dal profilo incerto. Nel corso degli anni, Ernesto viene a contatto con la “bella vita” degli intrallazzatori un po’ corrotti (Sergio Rubini, sempre un po’ caricato) e dei falsi nobili amanti dell’arte, purché i quadri siano grandi e occupino tutta la parete (gustoso il personaggio del “maestro” Alessandro Haber). Ma sostanzialmente la sua vita non cambia, perché lui è un “buono” e romanista (la fede calcistica è un punto essenziale) dalla nascita. E così resterà simpatico, divertente e in qualche momento perfino commovente, di quel tanto che basterà a sfondare col pubblico, quel pubblico, anche di elettori, il cui assenso alla visione critica di un certo socialismo italiano viene dato evidentemente per scontato, visto che il film dovrà piacere a quanti più possibili acquirenti del biglietto. Certo, se veramente dovesse essere così, se quell’assenso potesse rispondere alla realtà, le cose per l’Italia potrebbero anche, finalmente, mettersi meglio. Fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, 2013.

Venere in pelliccia

La Vénus à la fourrure
Regia Roman Polanski, 2013
Sceneggiatura David Ives, Roman Polanski
FotografiaPawel Edelman
Attori Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric

Roman Polanski non è tipo da accontentarsi dell’eros. Nel suo cinema, lungo il binario del thriller la componente erotica viene filtrata e ri-composta in forme di varia e diversa interdiscipinarietà. Le persone/personaggi, ad esempio. Eludendosi fino al limite dell’azzeramento reciproco e scommettendo sulla reciproca ri-costruzione, affidano all’arte della messa in scena e della recitazione il compito di una riformulazione problematica della personalità, processo che va a immedesimarsi, produttivamente, nella ri-proposizione teoretica del tema iniziale e si affida per lo scopo alla concreta bravura degli attori. Qui l’eros da cui si parte è quello di Leopold von Sacher-Masoch (1836-1895). Il film poggia sul romanzo omonimo, del 1870. L’arte recitativa di Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric è sublime, passa attraverso i loro corpi la riuscita della trasformazione del dialogo tra i due protagonisti in rappresentazione del nodo filosofico e psicoanalitico riguardante quella specie di elaborata conversione di un’autotortura in piacere che chiamiamo masochismo. I due personaggi sono Thomas (Amalric) e Vanda (Seigner): un regista teatrale che cerca l’attrice per la sua pièce e un’attrice che, ultima di una serie che non ha soddisfatto Thomas, si presenta al provino, dapprima rifiutata e infine accettata, appunto nella prospettiva di una possibile riuscita del lavoro in chiave “masochistica”. Emmanuelle Seigner è fantastica nel trasformarsi da volgare attricetta presuntuosa e inconsapevole in regina dominatrice sul suo regista, mentre Mathieu Amalric riesce letteralmente a tradurre l’iniziale fastidio verso la irritante presenza di Vanda nel “nuovo” piacere del venir dominato. Il piano della finzione, attraverso il susseguirsi delle scene di prova, si apre ad un’immedesimazione perversa, tale da “costringere” lo spettatore a partecipare all’evoluzione senza riserve, abbandonandosi alla suspense del film in fieri. La variato progressiva della messa in scena, taglio e montaggio, è per Polanski il cinema-sorpresa stesso, è l’esercizio gustoso dell’intelletto e della materialità del vivere sul set. E la verosimiglianza interna del tutto proietta all’esterno una sensazione di metafora produttiva di senso estremamente attuale. Non sarà per masochismo che anche noi riusciamo a vivere nel mondo attuale, se non scegliendone le forme in particolare almeno accettandone il complessivo effetto-tortura convertito verso noi stessi come in una pièce sul palcoscenico terraqueo? Dovremmo essere a ogni istante i Thomas che ci meritiamo e augurarci di trovare la giusta Vanda.


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Bart