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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

23 Novembre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il tocco del peccato

Tian Zhu Ding
Regia Jia Zhang-Ke, 2013
Sceneggiatura Jia Zhang-Ke
Fotografia Nelson Yu, Lik-wai
Attori Zhao Tao, Jiang Wu, Wang Baoqiang, Luo Lanshan, Zhang Jiayi, Li Meng
Premi Cannes 2013: Jia Zhang-Ke sc.

Un giro istruttivo attraverso la Cina di oggi, paese immenso in rapido e caotico sviluppo. Il regista, originario dello Shanxi, provincia agricola del Nord, ha ambientato lì la prima delle quattro storie che compongono il film. Sono storie violente che rispecchiano la situazione attuale del paese. Ja Zhang-Ke non è certo nuovo all’osservazione critica della realtà, basti pensare al suo Still Life (2006), premiato a Venezia con il Leone d’Oro. Lo stesso titolo di quel film, “Natura morta”, rimanda lateralmente alla sostanza di quest’ultimo lavoro, dove si susseguono fatti, raccolti dalla cronaca, intrisi di senso mortale. Il dissidente regista trasmette qui soprattutto gli esiti drammatici di un’insoddisfazione disperata che da collettiva si va trasformando in profondo disagio individuale. La storia di Dahai (Jiang Wu) con cui si apre il film è una chiarissima denuncia dell’impossibilità, sopraggiunta con lo sfaldarsi del collettivismo, di ottenere giustizia economica e sociale di fronte all’arroganza violenta dei nuovi detentori del potere. Contro il capo del villaggio, a Dahai non resta che usare il fucile. Con una sceneggiatura forse un po’ troppo “trasparente” rispetto al livello progettuale, il regista lega le diverse fasi narrative, non sempre riuscendo a farle brillare di luce propria, mentre le appoggia al tracciato contenutistico. Ma vi sono momenti di emozionante, seppur glaciale, poesia, momenti che traducono la sensazione di impotenza che, in modi e per ragioni diverse, accomuna il destino dei singoli personaggi: immersi in una realtà alienante, soli in un paesaggio che li ignora, abbandonati in balìa della legge del più forte. E il più forte non è necessariamente una singola persona, può essere il mercato del sesso, lo sfruttamento del lavoro, l’ossessione della difesa personale; e può essere perfino divertente sparare per primi, come fa Zhou San (Wang Baoqiang) contro altre persone con cui non si può più parlare; o si può essere costretti a pensare a se stessi e alla propria vita,  sacrificando anche possibili scelte affettive, le quali però comporterebbero una scommessa, un viaggio, uno spostamento verso realtà nuove, verso prospettive generose. E’ la rinuncia di Xiao Hui (Luo Lanshan), la ragazza madre che il suo giovane innamorato vorrebbe portare via, a cercare fortuna lontano: una chiusura amara, a conclusione di un giro che ha visto un’altra ragazza, Xiao Yu (Zhao Tao), difendersi in modo estremo dall’aggressione di un cliente in una sauna per ricchi. Si dirà che tali cronache non lasciano stupiti, data l’evoluzione del paese da cui provengono. Ma Jia Zhang-Ke non è soltanto un fotografo realista, è soprattutto un artista coraggioso che non pone in secondo piano lo stile. La cinepresa si ferma spesso a formalizzare la tipicità di uno sguardo non rassegnato, regalando allo spettatore punti di riflessione la cui “necessità” viene dallo stesso sguardo, dal taglio dell’obbiettivo, dal tempo stabilito per l’inquadratura più che dal riferimento extrafilmico, cartaceo o immaginario che sia.

Il passato

Le passé
Regia Asghar Farhadi, 2013
Sceneggiatura Asghar Farhadi
Fotografia Mahmoud Kalari
Attori Bérénice Bejo, Tahar Rahim, Ali Mosaffa, Pauline Burlet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Ouazani, Babak Karimi, Valeria Cavalli
Premi Cannes 2013, Bérénice Bejo atr.

La macchia su un abito. A volte i particolari rivelano scenari complessi e ragioni molteplici di scelte che possono sembrare quasi incomprensibili. Non staremo a chiarire qui il valore dell’indizio, ma vogliamo dire subito che l’iraniano Asghar Farhadi conferma la sua vocazione all’indagine dei personaggi, non solo per i risvolti psicologici del loro comportamento ma anche nel senso più largo delle relazioni familiari nella società contemporanea, dove la famiglia spesso si scompone e ricompone con una certa fatica.  Il regista di About Elly (Orso d’Argento a Berlino 2009) e di Una separazione (Oro a Berlino e Argento a tutto il cast nel 2011) continua in una sorta di elastico che lo porta a uscire, rientrare e riuscire dal suo paese, ogni volta che per i suoi personaggi si tratti di separazioni e momentanei riaccostamenti con l’altra metà di sé – che non è semplicemente la donna amata, ma è la vita non ben definita e problematica da definire, nella consistenza sia intima che ambientale. Ed è confermata anche l’esigenza, giusta e fruttuosa, di considerare la sceneggiatura come parte essenziale non tanto del film quanto della sua concreta realizzazione. Al susseguirsi delle sequenze avvertiamo precisamente come esse scaturiscano non dalla “esecuzione” dello script bensì dalla sua realizzazione “live”, non avvertiamo mai un momento in cui la pagina scritta s’intrometta indebitamente tra l’obbiettivo e gli attori. Bérénice Bejo, premiata con merito a Cannes, non esprime qualcosa di qualitativamente diverso dagli altri protagonisti, compreso il piccolo Elyes Aguis nella parte di Fouad, il figlio di Samir (Tahar Rahim), il nuovo compagno che Marie (Bejo) ha scelto dopo la separazione dal marito Ahmad (Ali Mosaffa). Non è nemmeno giusto dare schematicamente il quadro d’insieme dei personaggi e della loro situazione, giacché il regista li scopre insieme a noi, man mano che il film procede, quasi a condurci all’interno della storia e a farcene partecipi emotivamente. Ahmad torna a Parigi da Teheran dopo quattro anni di separazione. Marie dice di essere pronta a formalizzare il divorzio, a consolidare una nuova fase della propria vita lasciando alle spalle il passato. Nel realizzarsi o meno di tale aspirazione è la suspense del film, una tensione che però, per la bravura del regista e degli attori, non si fa mai lineare, tracciando invece un disegno che coinvolge i protagonisti in un vortice di dubbi e “indecisioni” costitutive del loro essere al mondo, in quel mondo, in quel vissuto preciso che il film ci mostra. Il valore “documentario” e quello poetico del narrare non sono mai separati, se l’arte è presente. Ci mettiamo un po’ a capire quanto sia importante per lo svolgersi della vicenda il fatto che la più grande delle figlie di Marie, la sedicenne Lucie (Pauline Burlet), non sia figlia di Ahmad. A un certo punto, ce lo dice ella stessa, descrivendo il suo stato d’animo e il suo disagio verso l’andamento instabile degli affetti della madre: gli uomini (Samir è il terzo) arrivano e se ne vanno dopo periodi brevi. Lucie stenta a vivere serenamente nella casa in cui ora s’incontrano, sembra per ragioni contingenti, l’ex marito e il nuovo compagno. Ma perché Marie non ha prenotato per Ahmad una stanza d’albergo? Non devono semplicemente confermare davanti al giudice in tribunale la loro volontà di divorziare? Sarà proprio attraverso la figura della ragazza che andremo a scoprire la catena dei fatti che hanno determinato, per un complicato meccanismo di azioni e reazioni psicologiche, l’implosione nei rapporti di Samir con la moglie Valeria. La loro lavanderia è stata il teatro di contrasti e travisamenti (Ah, quella macchia…) che hanno portato la donna a “vivere” in stato di coma dopo un tentativo di suicidio. Il tema del coma e della vita-non-vita è francamente forzoso rispetto all’insieme situazionale del film e rischia di spostare, nell’ultima parte, il peso dei personaggi su un versante “morale” non necessario. Il dubbio profondo di Samir circa la “verità” del suo amore per Marie non è detto che debba nascere dallo stato di Valeria. Meglio restare all’autonomo e progressivo disvelarsi del processo relazionale, un processo che è anche uno sguardo consapevole sul mondo attuale. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.]


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart