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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

30 Novembre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La moglie del poliziotto

Die Frau des Polizisten
Regia Philip Gröning, 2013
Sceneggiatura Philip Gröning, Carola Diekmann
Fotografia Philip Gröning
Attori Alexandra Finder, David Zimmerschied, Pia Kleemann, Chiara Kleemann, Horst Rehberg, Katharina Susewind, Lars Rudolph.
Premi Venezia 2013, concorso Premio Speciale della Giuria.

Violenza sulla donna in famiglia. Esce in coincidenza con la Giornata internazionale, designata dall’Onu, per l’eliminazione della violenza contro le donne, il lungo film (175 minuti) del regista tedesco Philip Gröning, apprezzato già nel 2005 a Venezia (Orizzonti) per il bellissimo documentario Il grande silenzio (164 minuti) sulla vita dei monaci della Grande Chartreuse. L’occasione tematica, pur nella sua importanza referenziale, non incida sulla pertinenza artistica del giudizio per La moglie del poliziotto, film capolavoro la cui autonomia estetica s’impone nel panorama dei valori attuali. Una sceneggiatura molto semplice lascia spazio progressivo e strutturato al tragico evolversi di una quotidianità alienante e abissale nella sua dimensione costrittiva, normalissima all’apparenza. Siamo in Germania oggi. Una giovane coppia e la loro bambina nella casetta di periferia. Uwe  (David Zimmerschied) è un’agente di polizia, scrupoloso nelle sue piccole mansioni. Christine (Alexandra Finder) si prende cura della crescita della piccola Clara (Pia & Chiara Kleemann) e ama il marito anche in certi suoi momenti di nervosismo, momenti che a volte sconfinano in improvvisi attacchi aggressivi. Sappiamo già dalla precedente “indagine” monasteriale quale sia la passione di Gröning per l’osservazione della vita “nel film” e “del film”. Ben al di là di una scelta “documentaria” sono i tempi interni e i tagli stessi dell’ “azione” a scandire il senso nel suo formarsi e progredire verso un traguardo inevitabilmente drammatico, il traguardo della stessa esistenza, sia pure dato, nel silenzio della Chartreuse, dalla gioiosa “insensatezza” monacale. Anche qui, nella casa di Uwe e Christine, regna un silenzio sottostante, una stasi forzosa che i piccoli rituali giornalieri, come le canzoncine per Clara, non riescono sciogliere. Magistrale il lavoro del regista sulla bambina, sul suo volto e sul suo corpo si dipinge il quadro di una crisi crescente, fino all’implacabile esito che risolve la tensione “familiare” in un requiem non detto né tantomeno cantato eppure desolato e definitivo. Come a dire: di famiglie così non ne vogliamo più, troppo profonda è la sofferenza. La forma scelta da Gröning per tradurre l’energia repressa all’interno di quel nucleo apparentemente pacifico contraddice con programmatica lucidità il carattere “diaristico” della diegesi. Lo contrasta spezzando (non frammentando, sia chiaro) lo sviluppo “naturale” dell’azione in una serie di cesure chiamate “capitoli”, 59 in tutto, di lunghezza molto variabile, commisurata secondo un andamento metaforico riflessivo e utile al superamento del tempo reale, verso una visione selettiva, significativa del quadro. Lo spettatore deve sapere che gli avvenimenti non vanno a costituire un flusso naturale, bensì un mosaico formativo, da cui trarre indicazioni riflessive. Se il corpo di Christine è pieno dei segni della violenza che su di lei esercita rapsodicamente Uwe, l’istanza pacificatrice, che venga dalla bambina o dalla moglie o dal marito stesso, non sarà sufficiente a una vita davvero nuova, i tagli dei capitoli ne impediscono la “formulazione” e dicono: la pace è una cosa seria, non un flusso sentimentale. E non di meno la violenza non è un incidente.

The Hunger Games – La ragazza di fuoco

The Hunger Games: Catching Fire
Regia Francis Lawrence, 2013
Sceneggiatura Suzanne Collins, Simon Beaufoy
Fotografia Jo Willems
Attori Jennifer Lawrence, Liam Hemsworth, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Willow Shields, Sam Claflin, Lynn Cohen, Jena Malone, Amanda Plummer, Paula Malcomson, Meta Golding, Bruno Gunn, Alan Ritchson, Stephanie Leigh Schlund.

Vincere non basta, anche se si è rischiata la vita per sopravvivere nei terribili Giochi televisivi a eliminazione fisica degli avversari. Il maggiore pericolo per Katniss (Jennifer Lawrence) e Peeta (Josh Hutcherson), i vincitori della 74.ma edizione degli Hunger Games, viene ora dal valore simbolico che quel trionfo può avere e dall’effetto trascinante per l’eventuale rivolta dei Distretti – primo fra tutti il 12.mo, da cui proviene la ragazza – verso Capitol City, centro del regime oppressivo dello stato di Panem. L’implacabile Presidente Snow (Donald Sutherland) ha studiato una forma spettacolare di consolidamento del trionfo, facendo fare a Katniss e Peeta il giro dei distretti in treno, a raccogliere consensi e a conferma del grado di sudditanza assoluta degli oppressi rispetto ai paradisi del lusso e dello sfarso in cui vivono gli sterminatori. Non dimentichiamo che i distretti sono la conseguenza della sconfitta finale, appunto 74 anni addietro, delle popolazioni ribelli nel Nord America. Ma il Tour trionfale dei vincitori rischia di prendere una piega sfavorevole a Snow e a Capitol City, ad ogni apparizione i due vincitori suscitano sentimenti di rivolta. Ed ecco che dal genio perverso di Snow e del suo consulente Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman), esce un’ulteriore e micidiale iniziativa. I Giochi sono alla 75.ma edizione e si può celebrare il terzo 25ennale del crudele e fastoso show con qualcosa di forte: i concorrenti saranno scelti tra gli ex “Tributi” vincitori delle scorse edizioni! Snow e Plutarch prevedono che le difficoltà, soprattutto per Katniss, diverranno insuperabili. Oltre a ciò, costringono la “Ragazza di fuoco” e Peeta a fingere un’autentica love story che li porterà addirittura al matrimonio, con un’altra conseguenza, dovuta al loro forzato comportamento: la gente dei Distretti crederà che i due loro ultimi Tributi siano passati dalla parte di Capitol City. E sarà anche difficile convincere Gale (Liam Hemsworth) che il “nuovo amore” di Katniss sia soltando una finzione.  In tale ritessitura del racconto, giusta e utile per sottolineare la valenza politica delle soluzioni spettacolari, funziona ancora bene la presenza dei personaggi conosciuti con la prima puntata. Sempre agghiacciante la maschera sorridente del conduttore dello show televisivo, Caeser Flickerman (Stanley Tucci); più umana la figura di Haymitch Abernathy (Woody Harrelson), il quale non ha molto da consigliare a una Katniss ormai matura per gesta più importanti – tanto che sulla Lawrence s’intravede forse il rischio di una certa assuefazione al ruolo, dovuta anche a ragioni esterne agli Hunger Games, per esempio alla prestazione, premiata con l’Oscar, che nel frattempo l’attrice ha offerto in Il lato positivo – Silver Linings Playbook (David Russell, 2012). Meno decisivo lo scenario spettacolare, certo non sorprende il controllo olografico delle azioni e dei personaggi, né spaventano le avversità che i Tributi sono chiamati a superare nei boschi. Fa riflettere, se mai, il progressivo successo divistico della saga (previsto nel 2014 l’arrivo del primo dei due capitoli della terza parte, il secondo uscirà nel 2015), con folle di giovani bivaccanti al Festival Internazionale del Film di Roma, dove La ragazza di fuoco è stato presentato fuori concorso, in attesa di omaggiare con smanie urlate il passaggio dei protagonisti sul fatidico Red Carpet. Cresce l’idolatria, si attenua la valenza premonitrice del contenuto. Quanto alla regia, il cambio di mano, da Gary Ross (Pleasantville) a Francis Lawrence (Io sono leggenda, Come l’acqua per gli elefanti), non determina spostamenti decisivi circa il “gioco delle attrazioni”.

Come il vento

Come il vento
Regia Marco Simon Puccioni, 2013
Sceneggiatura Heidrun Schleef, Marco Simon Puccioni, Nicola Lusuardi
Fotografia Gherardo Gossi
Attori Valeria Golino, Filippo Timi, Francesco Scianna, Chiara Caselli, Marcello Mazzarella, Salvio Simeoli, Francesco Acquaroli, Rosa Pianeta, Domenico Balsamo, Vanni Bramati, Vanni Fois, Enrico Silvestrin, Pascal Zullino, Alex Pascoli.

“Fimmina bestia”, l’apostrofavano così i detenuti dell’Ucciardone di Palermo e davano all’insulto un senso negativo al massimo. Ma vedendo il film di Marco Simon Puccioni, regista ben disposto verso le tematiche dei diritti civili e non disattento alle diverse dimensioni degli affetti (Quello che cerchi 2001, Riparo 2007), l’espressione può assumere il senso, paradossale e più “vero”, della stima per una condizione femminile vissuta fino in fondo, con le contraddizioni soggettive e obiettive, da una donna come Armida Miserere, primo direttore al femminile nella storia delle carceri italiane. “Per me l’amore è sesso, l’anima non ce l’ho più”, dice Armida in uno dei momenti più intensi del film. Ed è proprio qui il punto, la chiave di lettura centrale del racconto. Il regista s’impegna a darci il ritratto complesso e forse contraddittorio della donna, morta suicida nel 2003 quando aveva 47 anni, e l’operazione, toccando anche momenti poetici, lo porta a ondeggiare più di una volta tra il rispetto delle regole documentarie (una “storia vera”) e l’esigenza di approfondire la valenza emotiva delle scelte e dei comportamenti di Armida. Siamo in anni, tra la metà degli ’80 e i primi del nuovo secolo, in cui la lotta di alcuni magistrati italiani contro la mafia si fa più dura. La giovane criminologa entra nell’amministrazione penitenziaria con l’entusiasmo della donna piena di vita e di ideali di giustizia. Da un carcere all’altro, le toccherà seguire una strada di duro impegno, in ambienti non certo assuefatti al controllo da parte di una figura femminile. Ma inizialmente, da vicedirettore, l’avventura sembra prendere il verso giusto, nel penitenziario di Parma i detenuti accolgono bene l’iniziativa di Umberto (Filippo Timi), un educatore che li coinvolge nell’allestimento di spettacoli teatrali. Neanche Armida resta insensibile e nasce l’amore che segnerà il suo destino, un amore sfortunato, che le circostanze in cui si accende contribuiranno a rendere tragico. L’apporto di Valeria Golino nell’immedesimazione col personaggio è essenziale e circoscrive appunto il senso del film. La bravura dell’attrice si spinge fino al limite dello scambio d’identità, limite che in alcune sequenze ci porta addirittura quasi fuori dal film, in una trasgressione estetica emozionante per un certo egoismo intimista, esemplare – in un certo senso – di un tipo d’arte recitativa. E’ l’attrice che lascia spazio alla donna, spingendola a mettersi in scena anche per tutto ciò che soggettivamente è. E lo spettatore è nella condizione, invidiabile e non-invidiabile, di conoscere insieme Armida e Valeria; e di restare indeciso sulla possibile scelta da fare: essere nel film o uscirne. Merito dell’umanità del lavoro sul set e, insieme, rischiosa via di fuga dal tema delle carceri e dell’ambiente mafioso da cui spesso i luoghi di pena restano condizionati.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart