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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

7 Dicembre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Oldboy

Oldboy
Regia Spike Lee, 2013
Sceneggiatura Mark Protosevich
Fotografia Sean Bobbitt
Attori Josh Brolin, Samuel L. Jackson, Sharito Copley, Elizabeth Olsen, Richard Portnow, Michael Imperioli, Lance Reddick, Max Casella, James Ransone, Hannah Ware, Grey Damon, Caitlin Dulany, Joe Chrest, Linda Emond, Ciera Payton, Brett Lapeyrouse.

Il mistero dell’ovvio è l’aria che respiriamo oggi. Così pare. Vestito di panni aggressivi e trasognati, montato in un cumulo di pericolosi quanto inevitabili impatti, il mistero non si può che attraversare, fino all’esito ignoto di una prigionia insensata e fino alla fine sconsolata del più caro degli affetti, come può essere l’amore di un padre per la propria figlia. Ma non conta tanto il tipo di parentela quanto il tessuto in cui il legame nasce e s’intreccia. Se in ciò v’è colpa, redenzione e vendetta fanno parte del gioco, strutture narrative e/o valori espressivi, poco importa. Può dirsi mantra, un possibile mantra che non disdice col cinema. Così è parso a Spike Lee, autore il quale, impegnato negli anni ’80-’90 ad affermare i valori della cultura afroamericana (Fa’ la cosa giusta, Malcolm X), ora, secondo una sua saggezza, sembra non sapere più come fare “la cosa giusta”. Anche i tempi de La 25a ora (2002), di Lei mi odia (2004) e perfino di Inside Man (2006) sembrano lontani. Ora il problema è trovare la pace interiore. Spike Lee si ispira (non parlategli di semplice remake) a l’Old Boy di Park Chan-Wook (2004). Per il protagonista dell’attuale Oldboy, Joe Douchett (Josh Brolin), la lotta è durissima. Non tanto per gli scontri violenti con decine di oppositori energumeni e armati, ché a quel livello interviene la convenzione “graphic novel” col suo richiamo orientale (autori ispiratori Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi), ma per il meccanismo, interiore per l’appunto, di inesauribile ribaltamento potenziale di ogni possibile soluzione che riguardi la sostanza spirituale del vivere. Vogliamo dire dei sentimenti? Meglio, se mai, di un’attrazione extra, che vada al di là di una facile e meccanica verosimiglianza, per portarci – meglio trasportarci – nei mondi del viaggio notturno, delle prigionie e delle liberazioni non troppo facilmente riscattabili. Joe è un uomo a pezzi, più alcol e droga che H2O. Riesce appena a rendersi conto che gli è nata una figlia, poi stravolto e incosciente si ritrova in una stanza disadorna, la porta è chiusa, non vi sono finestre, solo uno schermo televisivo. Direte: non è una condizione molto diversa da quella che quasi tutti viviamo! Metafora accettabile, fatti salvi i motivi di tale imprigionamento. La curiosità di conoscerli annienterebbe la voglia di vivere di molti, ma non di Joe, il quale resiste per 20 anni finché viene liberato e “invitato” a indagare sulla “cosa ingiusta” che gli è capitata. Qualcuno potrà aiutarlo, un certo Adrian Pryce (Sharlto Copley), ma non sappiamo bene il perché. Lo stesso dicasi di Marie (Elizabeth Olsen), giovane assistente di cui possiamo cominciare a intuire la funzione anche narrativa. Poi non c’è più tregua, il vortice delle implicazioni aumenta d’intensità e travolge la fantasia fino a una catarsi finale che, purtroppo, sfiora il ridicolo. Ma da un certo punto di vista la cosa non ci dispiace del tutto: ne guadagna il puro divertimento e si attenua il carattere si “necessità” interiore, francamente poco sentito alle nostre latitudini.

Blue Jasmine

Blue Jasmine
Regia Woody Allen, 2013
Sceneggiatura Woody Allen
Fotografia Javier Aguirresarobe
Attori Cate Blanchett, Alec Baldwin, Sally Hawkins, Louis C. K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, Peter Sarsgaard, Michel Stuhlbarg, Daniel Jenks, Max Rutherford, Kathy Tong, Max Casella, Alì Fedotowsky, Alden Ehrenreich, Tom Kemp, Emily Hsu, Tammy Blanchard, Annie McNamara, Shannon Finn, Charlie Tahan.

Dopo la poco fruttifera ricognizione europea (Barcelona, Paris, Rome), Woody Allen prova a tornare in sé e per sé. Il vago sentore documentario delle precedenti perlustrazioni, mescolato al marchio di fabbrica estetica dell’autore di Manhattan, aveva trasmesso un indice di estraneità fittizia che mal si addiceva alla poetica più produttiva del nostro. E siamo alla figura femminile, una delle figure di riferimento di Allen, autore che comunque parla di Woody e del proprio “insopportabile” (ma simpatico e divertente) mondo. Questa volta la prescelta è Jasmine, affidata alle superlative doti trasgressive di Cate Blanchett, attrice in grado di esibire la metafora da lei stessa incarnata mentre, con accanimento quasi violento, la scompone e la distrugge. Ed è appunto questa l’essenza intenzionale delle scelte estetiche di Allen, perennemente sul filo del proprio baratro, salvato sempre in extremis da una capriola artistica che lascia lo spettatore solo, di fronte alle proprie responsabilità di giudizio. Lasciamo stare l’interminabile fase “informativa” iniziale, con movimenti di macchina inutilmente circospetti e con accumulo di tipizzazioni “contro lo stereotipo”, montagne che ostacolano l’ingresso nel film vero e proprio, scrupoli comunicazionali di cui un regista come Woody Allen potrebbe fare a meno: l’importante è che la signora Jasmine entri finalmente in scena interpretando se stessa, libera dal fardello refenziale targato “snobberie Newyorchesi centrali contro proletarie miserie periferiche”. Qualche tratto spiccatamente identificativo è conservato anche nel prosieguo del film, essenziale l’uso dello Xanax, ansiolitico assunto con valore più simbolico che terapeutico da Jasmine, in quantità che gareggiano forsennatamente con i sorsi di alcolici e con i conseguenti sguardi nel vuoto. Gli occhi di Cate, sbarrati e velati da lacrime incipienti o addirittura generosamente copiose, strizzano irate ironie e sofferenze artefatte, tipiche di una donna come Jasmine, vagolante in un fuori-dentro-di-sé non più forzosamente inconsapevole di quanto non lo sia l’intera fascia sociale che ella rappresenta nel contesto di riferimento. E questo è un merito spesso (non sempre) ricorrente nella cinematografia di Allen. Magistrale la prova di attrice della Blanchett, esplicitamente candidata ai riconoscimenti massimi. Ma veniamo a quello che, sottostante all’insieme, può essere il vero tema, denominatore essenziale sul versante umanistico, del lavoro di Allan Stewart Konigsberg: il tema delle bugie (agli altri e a se stessi), qui reso trasparente dalle forme espressive incastrate nel montaggio, con le situazioni singole intessute e richiamate l’un l’altra tramite appunto la serie di trasalimenti “sfiguranti” tracciati dal volto di Cate/Jasmine. La “lotta feroce tra tipicità e vita”, di cui parlavamo a proposito del più riuscito tra gli ultimi film di Allen, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010), assume qui l’importanza di un vero e proprio disvelamento progressivo, che trasforma la crisi della signora-bene in una catastrofe curativa e salutare. Il matrimonio con il ricco truffatore (Alec Baldwin) che le aveva fatto apparire il mondo luccicante di soddisfazioni modaiole, l’incontro con l’aspirante carrierista diplomatico (Louis C. K.), la necessitata immersione nell’umile contesto familiare della sorellastra Ginger (Sally Hawkins) – altra catarsi, a livello “inferiore”, per cui trionfa l’amore coniugale contro improvvide e illusorie fughe tangenziali – non fanno che spingere la “disperazione” di Jasmine verso il riconoscimento della propria bugia di fondo, che non si può vivere canticchiando trasognati Blue Moon, il fascinoso motivo del 1934, scritto dai mitici Richard Rodgers e Lorenz Hart. E’ anche vero che, a proposito della musica, Woody Allen corre ai ripari e contrasta il senso del song impresso nell’animo di Jasmine “incartandolo” in un andante continuo di jazz vagamente quanto esplicitamente tradizionalista, ma di certo il destino della signora newyorchese non sarà, d’ora in poi, riavvolgibile in una nostalgia di montaggio.


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Bart