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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

14 Dicembre 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Still Life

Still Life
Regia Uberto Pasolini, 2012
Sceneggiatura Uberto Pasolini
Fotografia Stefano Falivene
Attori Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre, Neil D’Souza, Deborah Frances-White, Paul Anderson, Tim Potter.
Premi Venezia 2013, Orizzonti: Uberto Pasolini regia, Pasinetti film.

Non sono poche le persone che, venute meno al mondo, non vedono alcun parente o amico o conoscente al proprio funerale. Il signor John May si ritrova spesso solo, insieme al prete officiante, a seguire la cerimonia dedicata a quanti, abbandonati da tutti o per propria scelta o per intervenute disavventure, sono stati dimenticati. John May (Eddie Marsan) non fa che svolgere scrupolosamente e perfino con puntiglio il proprio lavoro per conto del Comune. Siamo nella South London di oggi, la vita scorre regolarmente. Solo nel proprio ufficio, John tiene in perfetto ordine i documenti relativi ai defunti, li raggruppa in singole cartelle. A ogni nuovo “caso” si preoccupa di recarsi a rintracciare persone che possano essere interessate a onorare la memoria dello scomparso, visita l’appartamento o il luogo dove si è verificato il decesso, raccoglie oggetti rimasti abbandonati, fotografie e quant’altro. Insomma cerca di riassemblare i pezzi di una vita finita male e di conservare indizi utili almeno alla sistemazione definitiva di una vicenda triste. Già di per sé l’idea di perseguire con puntiglio l’attività del protagonista, dandogli un volto come quello di Eddie Marsan, segnato da un magico equilibrio tra consapevole stupore e doverosa compassione umanitaria (l’attore è di una bravura strabiliante nell’immedesimazione), merita il titolo di un film d’autore. Ma, lasciando anche da parte il finale poetico che attende il protagonista, degno e coerente finale con tutta la sua vita trascorsa in bilico, sul ciglio di un probabile precipizio e/o di un necessario riscatto spirituale – è proprio giusto per John May, penserà lo spettatore, l’ultimo incontro risarcitorio con Kelly Stoke (Joanne Froggatt), la figlia di Billy Stoke, ultimo “caso” da chiudere prima dell’addio forzato (licenziamento per riduzione del personale) alla propria attività -, l’indice estetico di valore maggiormente spiccato è dato dall’uso della cinepresa, dal rapporto del cineocchio con la realtà circostante. Uberto Pasolini, al suo secondo lungometraggio dopo l’esordio ben accolto alle Giornate degli Autori di Venezia 2008 (Machan – La vera storia di una falsa squadra), mette in gioco la sua regia come una vera e propria sfida con i princìpi della costruzione metaforica. Le “conseguenze”, o se si vuole il portato della presenza profilmica all’interno dell’inquadratura, gli oggetti, i tempi e le incollature del montaggio, tutto è aperto a soluzioni non precostituite e, mentre tutto sembra assecondare l’intrusione dell’ovvio, ciascun particolare contrasta beneficamente con gli agguati del “previsto” e del “risaputo”. Nessuna banalità negli oggetti banali, ma nessuna “originalità” ricercata. Una specie di miracolo della tristezza del quotidiano, della solitudine pietosa, della compassione disinteressata. Ma sarà poi vero disinteresse? Non sarà, quella di John May, l’estrema difesa dalla vita e dai suoi imprevisti? Aspettatevene uno anche voi spettatori. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Molière in bicicletta

Alceste à bicyclette
Regia Philippe Le Guay, 2013
Sceneggiatura Philippe Le Guay
Fotografia Jean-Claude Larrieu
Attori Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa, Laurie Bordesoules, Camille Japy, Annie Mercier, Ged Marlon, Stéphan Wojtowicz, Christine Murillo, Josiane Stoléru.

Basta nella locandina il nome di un attore come Fabrice Luchini (mitico interprete di capolavori rohmeriani) per prefigurare il livello del film che andiamo a vedere. Qui però un altro elemento rende inquietante, per il pubblico italiano, l’arrivo del film. Si tratta infatti di una commedia, genere imperialista nel contesto nostrano, con la nuova eccezione – non ancora consolidata e tuttavia portatrice di insidie per i possibili equivoci circa il tema dei rapporti cinema/realtà –  del genere documentario (vedi il trionfo veneziano del Sacro GRA). Attesa inquietante per il successo – oltre un milione di spettatori – di questo Alceste nelle sale francesi. Trattasi di commedia intorno al Misantropo (Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amoureux) di Jean-Baptiste Poquelin, il Molière nato e vissuto a Parigi nel XVII secolo. Scritto e recitato in versi alessandrini (composti di due metà di sei sillabe ciascuna, con due accentuazioni, sulla sesta e la dodicesima) il lavoro segna il momento della più ispida critica/autocritica dell’autore verso le qualità negative che sono alla base degli egoismi e delle cattiverie umane, tali da suscitare, appunto, quell’avversione per il prossimo riassumibile nel termine misantropia. Il salto dal Seicento a oggi dimostra ancora una volta l’universalità dell’osservazione molièriana e la qualità del film di Philippe Le Guay (Il costo della vita 2003, Le donne del sesto piano 2011) rende l’idea sulle possibilità anche dell’arte cinematografica di trasmettere in forma attuale il senso complesso di quelle “moderne/eterne” osservazioni umanistiche. Bene. Alceste à bicyclette è piaciuto al pubblico d’Oltralpe un po’ come nel Belpaese piace la commedia assolata del Checco nostrano. E l’approdo nei cinema italiani di Alceste/Luchini lascia spazio, purtroppo, a possibilità interessanti circa un confronto tra le due platee, nella tristezza di dover intanto prendere atto della traduzione del titolo originale, col nome di Alceste (il protagonista della commedia di Molière) sostituito da quello dello stesso autore del Misantropo (un aiutino all’inconsapevolezza del pubblico). Entrando nel film, misantropia a parte, alcuni temi emergono sotto specie estetica. Dell’amicizia ritrovata con grande lavorio tra i due protagonisti, Serge/Luchini e Gauthier/Wilson potremo senz’altro godere durante lo svolgimento contingente della storia, secondo una voglia di Gauthier, attore di successo in serial televisivi, di riqualificarsi a teatro con una messinscena appunto del Misantropo; e secondo il tira-e-molla di Serge, stimato attore teatrale autoridottosi in segregazione per un suo disprezzo della qualità umana circostante (e in fondo, anche di sé). Gauthier va a trovare l’amico presso il suo eremitaggio sull’Île de Ré e tenta di convincerlo a tornare sulla scena con lui. Serge rifiuta e non rifiuta, il personaggio di Alceste lo attira e non lo attira, ma Gauthier potrebbe accettare il ruolo di secondo piano di Philinte. Provano ad alternarsi nelle due parti e si danno cinque giorni di tempo per otto prove della prima scena del primo atto, tema: guardare in faccia la realtà e dire tutta la verità o essere più morbidi nel giudizio, mostrando qualche indulgenza verso i difetti degli altri? I contrasti si trasferiscono inevitabilmente dal testo alle due persone che lo interpretano, riflettendo e moltiplicando le loro caratteristiche psicologiche e culturali, Serge e Gauthier viaggiano sul filo della rottura finché non interviene l’entrata in scena di un terzo polo, femminile. Qui è l’iniziativa più vistosa a livello di sceneggiatura: Francesca (brava Maya Sansa), la donna italiana che i due amici chiamano a far parte della loro situazione, esercita su di loro un’attrazione curiosamente contraria a quella dell’originale molièriano, giacché è lei a dichiarare subito una decisa antipatia per gli attori in genere. Tale sorta di misantropia è destinata a coniugarsi con quella di Serge e lasciamo allo spettatore il gusto di verificare il progresso dell’incontro. Quanto alla trovata di immettere nel quadro l’inserto dell’attricetta porno (Laurie Bordesoules) per uno spiraglio paradossale sulle possibilità di interconnessione del “basso” con l’”alto”, sarà il caso di lasciarlo a livello di siparietto divertente – pena l’introduzione di un tema troppo ispido  nel contesto dato.  L’attrazione più interessante è sul lato della valenza teatrale dell’azione, in senso specifico: la ripetizione (le otto prove col testo alla mano) dimostra come e quanto teatro e cinema siano diversi. Qui infatti inquadratura e montaggio tagliano e decidono in maniera definitiva il tempo del dubbio e delle scelte riguardo all’interpretazione dei versi. In un momento di speciale irritazione con Gauthier, Serge ricorda all’amico che Molière non scrive per la Tv! E nemmeno per il cinema, pensiamo noi. Il problema c’è e viene fuori con nettezza. Non per niente, nella dimensione quotidiana, fuori (e dentro) la scena, sono inserite le sequenze della ricerca di una casa per Gauthier e sappiamo bene che non è quello il vero problema del personaggio, a meno che quella casa non sia l’immagine di un tema scenico e “tecnico” più profondo, il tema del collocamento  del teatro nella “casa” del cinema. Altro tema sottostante: se Francesca non regge il rapporto con i due ed è tentata di partire, non sarà un’indicazione di relativa incompatibilità tra teatro e vita? La risposta sarebbe talmente complessa da mettere in gioco l’essenza della messa in scena e, di fronte, il valore scenico della “vita”, con tutti i problemi di linguaggio e comportamento, accumulati nel tempo e non risolvibili linearmente. E’ la coscienza di essi che in sostanza rende specialmente gustosa la fruizione della commedia, del film che guarda al teatro che dà corpo alla letteratura che dà forma alla storia.


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Bart