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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

4 Gennaio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Un boss in salotto

Un boss in salotto
Regia Luca Miniero, 2013
Sceneggiatura Luca Miniero
Fotografia Federico Angelucci
Attori  Paola Cortellesi, Rocco Papaleo, Luca Argentero, Angela Finocchiaro, Ale, Lavinia De’ Cocci, Saul Nanni, Giselda Volodi, Marco Marzocca, Massimo De Lorenzo, Franz, Salvatore Misticone.

Benvenuti. Benvenuti al Nord dal Sud e al Sud dal Nord. Avete avuto qualche difficoltà di ambientamento ma, in fondo e nello sprofondo, vi siete ambientati e avete potuto constatare che il diavolo non era poi così brutto come lo si dipingeva. E adesso siete liberi di riflettere ancora sugli aspetti particolari della migrazione interna, vedrete che il filone si sarà dimostrato inesauribile. La casistica non si è presentata difficile da catalogare né da comprendere, è stato possibile sceneggiarla anche per il pubblico più genericamente inteso, addirittura quello della Tv generalista che “guarda” i programmi di prima serata o al massimo di seconda. Dopo la smentita dei pregiudizi del brianzolo Alberto/Claudio Bisio sull’Italia meridionale (Benvenuti al Sud 2010) e dopo la “restituzione” della visita, in direzione inversa, dei napoletani (Mattia/Alessandro Siani e Scapece/Salvatore Misticone) a Milano, con relativi ravvedimenti circa i conflitti e le differenze (Benvenuti al Nord 2011), il regista Luca Miniero tenta di approfondire il tema sul versante famigliare, sempre osservando situazioni di non facile ambientamento. Restiamo al Nord e ci spostiamo dalla metropoli lombarda alla provincia altoatesina, dove la meridionale Carmela (Paola Cortellesi) ha trasmigrato per fuggire dall’ambiente degradato in cui le era toccato di crescere e per impiantare finalmente una famiglia “perfetta”, col suo maritino Michele Coso (Luca Argentero), ben educato e al primo gradino di un promettente lavoro aziendale, e con due bravi figlioli, Vittorio e Fortuna, i cui nomi la dicono già lunga sugli intenti di avanzamento sociale da parte dei genitori e soprattutto della madre. Carmela ha perfino cambiato il proprio nome in Cristina, per tagliare il legame con le origini. Brava e simpatica la Cortellesi a praticare l’accento delle zone adottive, lasciando trasparire le aspirazioni piccolo borghesi verso una vita più “dignitosa”. Ma il progetto di un nuovo collocamento in società rischia di infrangersi con l’arrivo di Ciro (Rocco Papaleo), il fratello “malavitoso” di Cristina, il quale, sotto processo per attività camorristiche e in attesa di giudizio, ha indicato la residenza della sorella come luogo dove intanto trascorrere gli arresti domiciliari. Con l’entrata in scena del personaggio interpretato da Papaleo, figura tra grottesco e surreale, metafora di una camorra anche antropologicamente intesa, il film si sbilancia verso una provocazione anche politico-culturale nemmeno tanto sotterranea. L’alone malavitoso si sparge dall’interno della casa dei Coso tutto d’attorno nella società “perbene” e i timori di Cristina circa il possibile “inquinamento” della reputazione si trasformano presto in vantaggi anche pratici per tutta la famigliola: il lavoro di Michele, la scuola dei figli, le entrature in società. Tutti gli stridori prodotti dal comportamento “eccentrico” di Ciro vengono assorbiti in funzione delle possibili contropartite “pratiche”. Sicché, alla fine, avremo il paradosso – per la verità tutt’altro che impossibile da intuire, ma la legge “televisiva” esige il totale disvelamento dell’ambiguità – dell’esito controproducente dell’assoluzione del camorrista. La “bella notizia” produrrà un contraccolpo non proprio pacifico. A questo punto, il film potrebbe chiudersi, lasciando nello spettatore un minimo di sapore amarognolo, tanto per tener vivo un ipotetico interesse verso l’indagine da fare sulla sorprendente vitalità malavitosa “meridionale”, capace di invadere i paradisi del buon comportamento delle popolazioni più tradizionalmente laboriose. Ma Miniero ha voluto “incartare” il film in una specie di confezione augurale, assegnando alle ultime sequenze il compito di raccogliere in uno slogan emozionale il senso dell’opera: Cristina, Michele, Vittorio, Fortuna e Ciro si abbracciano in un raccoglimento felice: dove c’è famiglia c’è casa. E pazienza se fuori gli altri non sono tanto buoni.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart