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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

11 Gennaio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il capitale umano

Il capitale umano
Regia Paolo Virzì, 2014
Sceneggiatura Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Fotografia Jérôme Alméras
Attori Valeria Bruno Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giovanni Ansaldo, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Gigio Alberti, Bebo Storti

«Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto». Si chiude così, amaramente, la vicenda di due nuclei familiari nel giro dell’imprenditoria immobiliare e della speculazione finanziaria brianzola, giro che ha caratterizzato i decenni recenti e che, tuttora sul filo del burrone, dà a vedere di riassestarsi sfruttando qualsiasi occasione. Le figure sono superficialmente orride, di sostanza umana disprezzabile, ma, almeno nel film di Paolo Virzì, anche con qualche spiraglio di recupero possibile, come appunto il personaggio di Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi). Non a caso la battuta citata all’inizio è sua. Carla è una donna fragile, cedevole nei sentimenti e incerta nelle scelte culturali e nei comportamenti psicologici. Si è fidata, per “ingenuo” opportunismo, della carriera del marito Giovanni (Fabrizio Gifuni), il quale, con le sue ardite speculazioni, le ha offerto un livello di vita élitario, sia pure sul ramo dell’arrampicamento. E alla fine, è l’unica ad avere un sussulto di compassione, soprattutto per se stessa: ha visto svanire la sua falsa attrazione per il teatro – ne voleva resuscitare uno che invece ha poi fatto la fine “normale”, luogo di ristrutturazioni residenziali -, ha sfumato nel nulla le piccole velleità erotiche affidando le emozioni a minimi slanci repressi, non-consumati con l’umile scrittore di un’improbabile futuro allestimento (Luigi Lo Cascio) – gustoso il siparietto della riunione preparatoria, al tavolo del gruppo artistico, composito e confusionario nella trasparente attenzione, ritardataria, verso funzioni artistiche portatrici ormai di patetici ripensamenti sperimentali. A Carla non rimane nulla. E anzi, in un’ultima festa, il prato e la piscina, la tavola imbandita e i larghi sorrisi delle famiglie riunite ancora minacciano repliche non facilmente sopportabili. Altri “giri di valzer” attendono l’immobiliarista Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), il finanziere Bernaschi e la figlia di Dino, Serena (Matilde Gioli), ragazza di Massimiliano (Guglielmo Pinelli), smidollato rampollo di Giovanni e Carla. Meno certe le sorti di Roberta, la moglie psicologa (in una struttura pubblica) e incinta di Ossola, per la quale Serena è figlia acquisita. Forse una speranza di vita autentica è riservata proprio al futuro della ragazza, presto cosciente del falso legame con Massimiliano e propensa a dare spazio al più generoso sentimento per Luca (Giovanni Anzaldo), intelligente e sensibile giovane, caduto da quasi-incolpevole nel cestino delle cartacce drogate. Virzì, insieme agli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo, ha strutturato il racconto ripetendo in capitoli l’azione secondo i punti di vista dei personaggi principali, in funzione thriller, verso la scoperta “fredda” del colpevole dell’incidente stradale che all’inizio del film, quasi un prologo, coinvolge – vedremo come e perché – alcuni componenti delle due famiglie. Vittima dell’incidente è il povero cameriere che al termine della nottata lavorativa se ne torna a casa in bicicletta. Il valore del risarcimento verrà calcolato secondo i parametri assicurativi che sono definiti “capitale umano”. E’ ovvio che un altro capitale umano sarebbe, a calcolarlo, quello dei protagonisti del film. Lungo tale filo sarcastico – forse troppo dichiarato e quindi facile – si snoda l’humour nero del regista, attinto molto liberamente dal romanzo dell’americano Stephen Amidon, scritto guardando a quella provincia del Nord Est statunitense, non così lontana nei comportamenti e perfino nel “paesaggio” dalla nostrana Brianza dove il film si ambienta. Il regista, qui lasciando – ma non troppo – la traccia comica del suo cinema “italiano” (La bella vita 1994, Caterina va in città 2002, Tutta la vita davanti 2008, La prima cosa bella 2009, Tutti i santi giorni 2012), sperimenta un’architettura narrativa che mostra di rivelarglisi alquanto insidiosa. Con belle e interessanti immagini critiche Virzì parla di “Comédie Humaine balzachiana” e dice di essersi sentito un po’ straniero, come il taiwanese Ang Lee quando ha girato Tempesta di ghiaccio (1997) nel “misterioso ed enigmatico” territorio della East Coast americana. Ma ci sembra francamente non semplice trovare nella Brianza d’oggi qualcosa di “sconosciuto e oscuramente minaccioso”, se non per intessere, in maniera artificiosa, una trama gliallastra che, al dunque, risulta una specie di anti-Hitchcock, per un semplice motivo: l’ultima cosa a cui siamo interessati è, in questo film, la scoperta del colpevole riguardo all’incidente stradale che apre il racconto. Se poi andiamo a cercare i veri “colpevoli”, le responsabilità di quella “vittoria” di cui parla Carla nella sua battuta finale, il discorso diventa ben altro. E pensiamo più al Dino Risi di Una vita difficile (1961 !) che ad Ang Lee. Solo che qui, decisioni importanti come quella del Sordi/Magnozzi che si riprendeva la sua dignità e se ne andava con la sua Elena/Massari, non se ne intravedono. Tempi ancora più duri. Tutti bravi gli attori, un po’ manieristico l’”opportunismo” di Bentivoglio/Ossola.

Sapore di te

Sapore di te
Regia Carlo Vanzina, 2013
Sceneggiatura Enrico Vanzina, Carlo Vanzina
Fotografia Enrico Lucidi
Attori Serena Autieri, Namcy Brilli, Eugenio Franceschini, Matteo Leoni, Virginie Marsan, Maurizio Mattioli, Giorgio Pasotti, Katy Saunders, Valentina Sperlì, Martina Stella, Vincenzo Salemme.

“Sapore di sale, sapore di mare, sapore di te”, Gino Paoli 1963. Nella serie dei fratelli Vanzina è scomparso il sale (Sapore di mare e Sapore di mare 2 – Un anno dopo, 1983, e ora Sapore di te ). Vi sarebbero state ragioni di diritti già acquistati da altri, il risultato è significativo ugualmente. In mancanza di sale,  si è partiti dalla nostalgia degli anni Sessanta e si arriva, a distanza di un trentennio, alla “rivisitazione” degli Ottanta. Il terzo film finisce ripetendo il modulo dei precedenti e arriva ai giorni nostri, chiama ancora lo spettatore al disincanto vacanziero (come dire: “un’altra estate se n’è andata”) e nello stesso tempo lo consola lasciando intendere la probabile “eternità” del ciclo. Anche se le mezze stagioni pare si vadano perdendo, le fasi trimestrali per ora restano quattro. Tutto carino, come al solito. Lo sceneggiatore Enrico e il regista Carlo conoscono bene il proprio mestiere, utilizzano con coscienza un formulario risaputo e sanno ottenere il vago sapore – sì, sapore – di favola che è appunto la caratteristica della loro commedia, attenta al “lucido” portato della cronaca (storia sarebbe parola un po’ grossa). Sotto sotto, solo a grattare un pochino di più, si vince il premio sgradevole di una statica non troppo consolatoria. Ma beato chi se ne accorge. Troppo bravi i due fratelli a nascondere la mano, sicché veniamo presi dalle storielle consunte (miracolo! sembrano fresche di giornata) dei personaggi/figura, veicoli della vacanza infinita – e tuttavia faticosamente evolutiva perché nascono figli, si realizzano matrimoni, ecc. – e dell’irrimediabile ripetizione dei destini. Oh Forte dei Marmi, oh giorni e serate  d’agosto, la sabbia, il bagnino, l’ombrellone, la villetta che costa un occhio per un solo mese, i mariti e le mogli in ascesa commerciale, le truffette (ma sì, non tanto gravi) accomodabili con un furbetto intervento dell’onorevole amico di Bettino, i ragazzi universitari, i loro amori e le loro “innocenti” trasgressioni, perfino l’”umanità” compromissoria della nuova divetta del nuovo varietà della nuova tv di successo, tutto fa brodo per un ultimo saluto all’ottavo decennio del XX secolo. Al volo, nel sottofinale, i fallimenti, le delusioni, le illusioni del gioco estivo recuperano il senso di una generazione  perduta, al cui “rilancio” non vogliamo accennare, nemmeno in ipotesi rosa.

 


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Bart