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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

18 Gennaio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La mia classe

La mia classe
Regia Daniele Gaglianone, 2013
Sceneggiatura Gino Clemente, Daniele Gaglianone, Claudia Russo
Fotografia Gherardo Gossi
Attori Valerio Mastandrea, Bassirou Ballde, Mamon Bhuiyan, Gregorio Cabral, Jessica Canahuire Laura, Metin Celik, Pedro Savio De Andrade,  Ahmet Gohtas, Benabdallha Oufa, Shadi Ramadan, Easther Sam Shujan Shahjalal, Lyudmyla Temchenk, Moussa Toure, Issa Tunkara, Nazim Uddin, Mahbobeh Vatankhah, Remzi Yucel.

Documentario, finzione, realtà. Altro anello di Daniele Gaglianone alla propria catena di ricerca, volta a raccontare storie sui gradini bassi della società, con occhio attento alle radici e al presente (I nostri anni, Nemmeno il destino, Pietro, Ruggine). Siamo in un quartiere popolare di Roma. Un maestro (Valerio Mastandrea) tiene lezioni di italiano a una classe di scuola serale per stranieri adulti, extracomunitari da diverse parti del mondo e in situazione instabile per problemi di immigrazione, permessi di soggiorno, lavoro precario e via dicendo. Gli studenti, costretti a frequentare la scuola se vogliono avere i documenti per restare in Italia, utilizzano il loro ruolo di attori nel film per consolidare il proprio stato di immigrati e nello stesso tempo vanno migliorando la conoscenza della lingua, consapevoli della funzione progressiva che la loro presenza può avere anche in una prospettiva di evoluzione e integrazione. Attraverso la serie di lezioni, la pratica del linguaggio si rivela utile alla familiarità con la vita quotidiana, con la capacità di ciascuno di comunicare nel contesto in cui cerca di inserirsi. Mastandrea interpreta molto bene la parte, armonizzandone il lato “naturale” con il giusto livello di coscienza recitativa. Gli autori citano il precedente di Vittorio De Seta, Diario di un maestro (1972), precisando giustamente che però qui non si tratta di problematiche scolastiche. Tuttavia il film di Gaglianone può anche richiamare alla mente, non per contiguità bensì per analogia e per contrasto, il bellissimo lavoro del francese Nicolas Philibert, Essere e avere (2002), con gli alunni delle elementari. L’analogia non riguarda il piano referenziale dei contenuti quanto piuttosto un modo di vivere sul set la vita del cinema. Da quelle lezioni emergevano problemi di apprendimento, di linguaggio, di rapporti con gli altri, di crescita culturale, problemi che davano un’idea critica dell’importanza della scuola nel quadro della società. Quella “verità” pazientemente registrata tenendo l’obbiettivo della cinepresa a debita distanza e non perdendo il calore dell’impatto interpersonale nel momento di passaggio evolutivo, nel film di Gaglianone si presenta come già “rappresentazione”, in una fase organizzativa già consapevole del fare cinema. Gli attori assistono alla preparazione quotidiana del set, aderiscono alla finzione, cercano di interpretare il proprio ruolo nel modo più verosimile, anche se questo coincide quasi con il “doppio” effettivo della loro realtà. Assistiamo alle esercitazioni alla lavagna, alla progressiva padronanza delle parole, non solo del loro significato bensì del senso che esse possono prendere nell’uso dei modi di dire. E seguiamo l’affacciarsi dei contenuti, la ricerca del lavoro, la memoria del distacco dai rispettivi paesi, fino all’interpretazione dei versi di una canzone che parla dello straniamento cui sono sottoposti gli stranieri alle prime esperienze nella nostra società. Poi, arriva il momento traumatico: la lavorazione del film s’interrompe per un problema di permessi di soggiorno. Che fare? rinunciare a portare a termine il lavoro o continuare per la strada intrapresa forzando la situazione? La “trama” del racconto è meno banale di quel che possa sembrare, giacché contiene, al di qua del tema sociopolitico, questioni propriamente cinematografiche, teoriche, riguardanti il rapporto tra realtà e finzione mediato dalla cinepresa e dal montaggio. E a questo livello, un terzo rimando può essere agli autori della Nouvelle Vague degli anni ’60, quando si affermò, a fronte della strutturazione classica americana, il “sentimento” del fare cinema, del realizzare un film vivendo la qualità cinematografica delle riprese come esperienza del set; sentimento che poi risulta sullo schermo, coinvolgendo lo spettatore in una partecipazione al linguaggio che non può non essere comunanza esistenziale. In epoca di rivalutazione della forma documentario, non è inutile riflettere sull’obiettività dell’obbiettivo e fino a che punto la “realtà”, al cinema, possa fare a meno delle virgolette. Presentato a Venezia 2013 (Giornate degli Autori), La mia classe ha avuto buona accoglienza in festival e manifestazioni internazionali, tra cui Istanbul, Londra, Madrid, Villerupt, Tolosa.

Lo sguardo di Satana – Carrie

Carrie
Regia Peirce Kimberly, 2013
Sceneggiatura Roberto Aguirre-Sacasa
Fotografia Steve Yedlin
Attori Chloë Grace Moretz, Judy Greer, Julianne Moore,Portia Doubleday, Alex Russell, Gabriella Wilde, Ansel Elgort, Michelle Nolden, Skyler Wexler, Connor Price, Cynthia Preston, Zoë Belkin, Samantha Weinstein, Max Topplin, Kim Roberts, Kyle Mac, Philip Nozuka, William MacDonald, Christopher Britton, Nykeem Provo, Karissa Strain, Katie Strain, Mouna Traoré, Julia Caudle.

Riproposta di una catastrofe morale, leggibile in chiave psicoanalitica e senza una speciale necessità estetica. Il romanzo di Stephen King, passato per la cinepresa di Brian De Palma nel 1976 (protagonista Sissy Spacek e con John Travolta agli inizi, prima di Grease) fa ancora da referente letterario ma, alla ripresa, perde in impatto a livello di forma del contenuto. Tutto è un po’ troppo chiaro. Una madre bigotta (Julianne Moore), ingravidata dal marito subito “fuggiasco”, partorisce una creatura che sente come oggetto diabolico, segno concreto e simbolo del peccato, prima dentro si é e poi fuori dal proprio corpo ma presente più che mai nell’anima (nella mente, nello spirito, nella sua cultura “religiosa”). Il falso Male si proietta nella vita della bambina e poi della ragazza, Carrie (Chloë Grace Moretz), studentessa liceale sbeffeggiata dalle compagne per via della sua timidezza patologica e della “ingenuità” che la rende chiusa e “ridicola” quando, inconsapevole, subisce il primo flusso di sangue mestruale. Carrie, oppressa dall’ostilità sadica delle coetanee, coltiva una specie di rabbia e un senso di riscatto che producono in lei l’energia “misteriosa” e sufficiente a sviluppare poteri telecinetici. La carica difensiva si trasforma in una reazione “morale” distruttiva, cieca perfino verso chi si pente della propria “cattiveria” e vorrebbe salvare l’adolescente insanguinata. Alla fine, il disastro è totale, il contesto è coinvolto, l’oscura superstizione si rivela incendiaria anche di fatto. Più che di remake si tratta, così sembra, di una riflessione sul tema, tanto che la componente horror ne risulta decisamente attenuata, mentre sale in primo piano l’offerta culturale. Julianne Moore riesce a dare dignità artistica alle ragioni “insostenibili” del personaggio, trasformando l’esaltazione negativa della madre in un credibile pathos umano. Brava anche la giovane Chloë Grace Moretz a lasciarsi condurre verso l’ineluttabile abisso del destino di Carrie.

The Counselor – Il procuratore

The Counselor
Regia Ridley Scott, 2013
Sceneggioatura Cormac McCarthy
Fotografia Dariusz Wolski
Attori Michael Fassbender, Penélope Cruz, Javier Bardem, Cameron Diaz, Brad Pitt, Bruno Ganz, Rosie Perez, Dean Norris, Natalie Dormer,  Goran Visnjic, Rubén Blades, Sam Spruell, Toby Kebbell, Édgar Ramírez.

Il potere invasivo della droga e corruttivo del denaro. Ridley Scott ritaglia la storia di una tentazione pericolosa per costruire un thriller spettacolare che lascia all’esterno del quadro le “normalità” della vita comune e mantiene in primo piano le personalità dei protagonisti, figure supportate dalla valenza “stellare” del supercast. Il romanziere premio Pulitzer Cormac McCarthy (Non è un paese per vecchi) ci mette la penna e la sceneggiatura diviene anche una rassegna piuttosto “impressionante” di frasi filosofiche, anche spicciole, sulla visione del mondo che circola in certi ambienti dove arroganza e spregiudicatezza convivono col pericolo e    l’inesorabilità delle conseguenze che ciascuna scelta comporta. Tocca a Michael Fassbender vivere la storia crudele dell’avvocato che non sa resistere al richiamo dei soldi facili, che poi facili non sono per niente e che, anzi, producono rischio mortale. Scelta della maschera giusta ed efficace, l’attore non ha compiti di speciale espressività, gli è stato assegnato il “semplice” compito di testimonial, di se stesso e della vicenda nel suo insieme, così si aggira fra gli altri personaggi, assorbendone di momento in momento le ripercussioni caratteriali e le ansie dovute allo stress terribile di una vita sul filo dell’eterno drammatico paradosso: l’infelicità dell’ultrapiacere. Sesso semiesplicito per la scena d’attacco, attrattiva quanto basta (Penélope Cruz) per incoraggiare a una visione rilassata non troppo; fronti corrucciate e sguardi cinici nel vuoto con annessi sorrisi allusivi, distribuiti da un Javier Bardem più che mai convinto della propria ineluttabile sapienza; fascino da calciatore arreso al proprio destino debole da parte di un Brad Pitt scapigliato e sfortunato; glacialità e ambiguità trionfante di una Camer Diaz, regina filosofica spietata e compiaciuta in un mondo di “fessacchiotti” autocompiaciuti e perdenti. Sequenze piacevolmente costruite secondo il montaggio a incastro che sembra ormai imprescindibile per il racconto di una storia anche qualsiasi, selezione del materiale plastico continuamente variante e ri-compositiva per inquadrature-suspence degne del grande regista. Il quale però questa volta sembra come prigioniero di se stesso e cede alla ridondanza letteraria del motteggio di figure un rigonfie di sapienza esistenziale. Nuova, ma anche facilmente estraibile, la sequenza dell’autoerotismo della Diaz contro il parabrezza dell’auto di Bardem, guidatore esterrefatto. Divertissement di un genio del cinema, lontano per una volta dai suoi momenti felici – I duellanti, Blade Runner, Hannibal.

Nebraska

Nebraska
Regia Alexander Payne, 2013
Scenaggiatura Bob Nelson
Fotografia Phedon Papamichael
Attori Bruce Dern, Will Forte, Stacy Keach, June Squibb, Bob Odenkirk, Missy Doty, Kevin Kunkel, Angela McEwan, Devin Ratray, Rance Howard.
Premi Cannes 2013: Bruce Dern, att. protagonista.

Era un semplice marinaio nel 1964 con Alfred Hitchcock (Marnie), poi Roger Corman, Sydney Pollack, Bob Rafelson, John Frankenheimer, Hal Ashby, Joe Dante, fino a Quentin Tarantino (Django Unchained 2012): ne ha praticato di cinema Bruce Dern (Chicago, 1936). Alexander Payne, il regista di A proposito di Schmidt (2002), di Sideways – In viaggio con Jack (2004), di Paradiso amaro (2011), ha visto nella maschera del vecchio attore il sentimento complesso del recupero degli anni, della nostalgia di un paesaggio rimasto nella memoria, della giovinezza vissuta ai confini di una terra trasognata e da riscattare in vista del futuro improbabile, impossibile come il testardo sogno del premio che piomba a casa di Woody Grant, la vincita falsa, promessa nella lettera pubblicitaria dov’è annunciato un milione che non esiste, da ritirare presso gli uffici della lotteria di Lincoln, in Nebraska. Ora Woody è a Billings, nel Montana, con l’anziana moglie e col figlio David (Will Forte), preoccupato per la salute del padre, bevitore da sempre e più cocciuto e svanito che mai (“Non ha l’Alzheimer, crede solo a quello che la gente gli dice”). Ha intenzione di fare anche a piedi i 1200 chilometri che lo separano da quel milione di dollari. Si sta già avviando e così David deve rassegnarsi ad accompagnarlo in macchina. Faranno una sosta nella piccola città di origine, Hawthorne, dove sono ancora gli amici e il resto della famiglia. E torneranno a galla antiche sensazioni, simpatie e rancori, generosità e avidità, sinceri ravvedimenti e rinnovate furbizie: una famiglia allargata, un paesaggio in bianco e nero (scelta estetica adeguata al tratto vagamente calligrafico del racconto sospeso tra comico, grottesco e drammatico), un Midwest “eterno”, intramontabile nella sua anonima dignità. Quando infine Woody toccherà con mano l’inganno della lotteria, i soldi della vincita non avranno più importanza, il vecchio cocciuto avrà perseguito il falso traguardo ben sapendo, forse, che quel viaggio lo avrebbe risarcito di tutta una vita vissuta da grigio egoista senza un preciso orizzonte. Il vero premio sarà stata la compagnia del figlio. Sarebbe stato difficile, per Payne, darci l’immagine del pazzesco grigiore di quel mondo piatto e “inutile”, di quell’America dai valori radicati e ristretti, senza la grande interpretazione di Bruce Dern. L’attore, come un po’ il suo personaggio, finge consapevolmente e nello stesso tempo s’immedesima abbandonandosi a tratti nella parte, quasi gli competesse per il diritto dell’arte, a costo di sembrare vero. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

C’era una volta a New York

The Immigrant
Regia James Gray, 2013
Sceneggiatura James Gray, Ric Menello
Fotografia Darius Khondji
Attori Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk, Jicky Schnee, Yelena Solovej, Maja Wampuszyc, Ilia Volok, Angela Sarafyan.

«Ti odio e odio anche me stessa». Col cuore gonfio di disperata passione Ewa Cybuliski (Marion Cotillard) esterna il proprio drammatico imbarazzo a Bruno Weiss (Joaquin Phoenix), l’uomo che la sfrutta e la salva nell’impatto con la metropoli americana. E’ il 1921, la donna è sbarcata a New York insieme alla sorella Magda (Angela Sarafyan), hanno lasciato la Slesia alla ricerca di una vita migliore. I due titoli, l’originale The Immigrant e la traduzione italiana, si completano a vicenda, il primo puntando di più sulla dimensione personale e il secondo indicando la valenza storica della situazione, la quale è comunque configurata dal regista secondo un retrosentimento dichiarato verso il melodramma e in particolare il pucciniano “Suor Angelica” (1918) – ma si odono anche brani di Wagner, di Gounod e si vede un Caruso cantare nella bolgia dei locali dove si ritrovano gli immigrati nell’attesa di seguire il proprio destino. La memoria personale è data dalla storia dei nonni di James Gray, emigrati in America nel 1923 da Ostropol, città non lontana da Kiev. Toccò a loro, come a moltissimi altri che fecero parte di quel flusso, di passare per Ellis Island, luogo di raccolta e selezione degli immigranti, rimasto poi intatto fino a quasi tutti gli anni ’8o. E questa è appunto l’ambientazione del film. Personaggio centrale è Bruno, sfruttatore di donne che organizza per spettacoli ambigui e per sotterranea prostituzione (siamo nel proibizionismo), approfittando soprattutto del disagio straniante dei nuovi arrivati. Bruno è una figura complessa, non totalmente “cattivo”, con una quota di “umanità” corposa, è un uomo ruvido capace anche di innamorarsi. E’ ciò che gli succede con l’arrivo di Ewa, ragazza gentile, delicata, la cui bellezza è nettamente al di sopra delle altre del gruppo. Ma Ewa ha pure un carattere di ferro. Deve assolutamente rintracciare e salvare la sorella malata, sottrattale all’arrivo per via della selezione sanitaria. E non baderà agli ostacoli da superare né ai mezzi da usare. Le due figure si integrano a vicenda, incontrandosi e scontrandosi durante il racconto, mescolando “male” e “bene” in un vortice appassionante, melodrammatico appunto, che in alcuni momenti sconfina nella violenza e in altri intenerisce il cuore. Fa parte dell’intreccio un terzo polo, solo apparentemente d’importanza laterale: è Orlando (Jeremy Renner), cugino di Bruno, “mago” di mestiere, romantico rappresentante del “Sogno Americano”. L’uomo appare e scompare periodicamente nella vita di Bruno, i due cugini sono da sempre uniti e separati da un conflitto destinato a risolversi male. Ewa viene sfiorata solo per un momento dal fascino di Orlando, da un possibile volo verso un’esistenza risarcitoria della profonda sofferenza a cui sembra essere condannata. Ed è qui anche il punto di maggiore esposizione emotiva per Bruno, il quale sembra vicino al cedimento sentimentale, fino al finale “generoso” che lo vedrà acquietato per la soluzione del problema di Ewa e della sorella di lei finalmente recuperata. Attento alla tradizione del cinema (Dreyer, Bresson, Fellini sono gli autori esplicitamente indicati), Gray si muove rispettosamente nell’alone classico della metafora, lasciandosi attrarre dalla valenza fiabesca della vicenda narrata. E’ una scelta che, da una parte, lo porta a conservare nel sottofondo scenico il mito di un’America “difficile” e scabrosa da vivere e, dall’altra, gli rende il sentiero della rappresentazione estetica meno arduo da percorrere, secondo un andamento, alla fine, gratificante.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart