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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

25 Gennaio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Red Krokodil

Red Krokodil
Regia Domiziano Cristopharo, 2013
Sceneggiatura Francesco Scardone
Fotografia Domiziano Cristopharo
Attori Brock Madson, Valerio Cassa, Simone Destrero, Viktor Karam.

Domiziano Cristopharo, il “disvelatore creativo”. Il performer dadaista, già autore di opere come House of flesh mannequins e The Museum of Wonders, dopo la partecipazione alla rivisitazione del genere horror presentata recentemente nel circuito indipendente (P.O.E. Poetry of Eerie), si applica a perlustrare «recessi lasciati dai più nell’oscurità». L’oggetto che ne ricava è da consegnare alle coscienze del mondo, specialmente in momenti di crisi non solo economica, politica e finanziaria ma culturale e morale. La droga è argomento principe e in un certo senso più che risaputo, eppure vi sono aspetti dall’impatto oltremodo impressionante, quasi sconosciuti, soprattutto per la portata devastante della presenza di certe droghe in strati della società tutt’altro che ristretti. E’ il caso del Krokodil, diffuso in modo molto preoccupante in Russia. Si tratta di una sostanza ricavata dalla codeina, dallo iodio e dal fosforo rosso – il medesimo della testa dei fiammiferi: è la desomorfina, sostanza che poi viene contaminata dal “consumatore” con altre di carattere tossico e corrosivo. Iniettata in endovena, provoca effetti corrosivi sulla pelle, fino alla cancrena, per cui i tossicodipendenti sono anche costretti all’amputazione degli arti. I primi casi risalgono al 2002, nella Siberia orientale, poi la diffusione in tutta la Russia e nei paesi vicini. Si è registrata finora una forte opposizione delle case farmaceutiche al divieto o al controllo di vendita delle pillole. Ma il film non è un “documentario”. Cristopharo vuole rappresentare, insieme al disfacimento fisico del tossico interpretato da Brock Madson, la corruzione del profondo provocata dalla sostanza. E ci vengono proposte immagini “interiori”… L’impresa, come si può intuire, è ardua sul piano estetico quanto apprezzabile nella sostanza. Il protagonista si ritrova solo e perduto in un ambiente residuo di una distruzione nucleare, prigioniero della propria dipendenza eppure riflessivo, alla ricerca di insperabili sottrazioni comunicative. E così rimane preda del disfacimento totale. Non mancano citazioni esplicite a opere della pittura (Mantegna), o del cinema (Pasolini), nei momenti del narcisismo allucinatorio dove si tenta il passaggio dal corpo alla realtà “altra”, trasognata e trasfigurata. L’uso continuo del nudo non sempre riesce a tenere il livello della necessità espressiva, restando a volte nell’enunciato. Il testo (voce fuori campo) che descrive gli stati d’animo del personaggio viaggia in una dimensione a tratti “ingenua”, scolastica. Vi sono tuttavia momenti coinvolgenti, specialmente quando le immagini si sottraggono all’insistenza metaforica dell’horror utilizzato come “trasferimento” da un piano all’altro della “realtà” e emerge il concetto negativo della vita come condanna. Un Adamo si aggira sofferente nella natura contaminata, spira un vento impietoso e la città deserta non dà segni di rinascita. Eppure, il  tossicodipendente trova la forza di convincersi, in un estremo tentativo di introspezione, a recuperare se stesso: “Devo provare a tornare di nuovo un uomo”. Come? Non si sa.

Last Vegas

Last Vegas
Regia Jon Turteltaub, 2013
Sceneggiatura Dan Fogelman
Fotografia David Hennings
Attori Michael Douglas, Robert De Niro, Morgan Freeman, Kevin Kline, Mary Steenburgen, Jerry Ferrara, Jena Sims, Weronika Rosati, Roger Bart, Romany Malco, Bre Blair, Noah Harden, Ashley Spillers, Phillip Wampler, Julie McGee, Ric Reitz, Karen Ceesay, RJ Fattori, Keith Middlebrook, Olivia Stuck, Kelly O’Neal, Dawn Marie, Stephen Scarpulla, Janay Oakland.

Delicato, ironico, antinostalgico, dedicabile ai giovani perché sappiano prevedere il loro futuro, rispettando intanto i nonni. Nella terza età i sentimenti non muoiono e, anzi, carichi delle esperienze di tutta una vita, si fanno sentire con maggiore incidenza. Ma bisogna essere vivi, o almeno, se ci si è adagiati, appennicati, seduti sul presente, avere la capacità di un guizzo e ritrovare l’entusiasmo per un nuovo paragrafo del racconto, di un altro momento di verità. E’ ciò che hanno in animo i quattro amici (superfluo sottolineare la grandezza degli attori) dell’ennesimo viaggio a Las Vegas per festeggiare l’addio al celibato di uno di loro, il quale ha deciso di chiudere col matrimonio la fase della libera felicità solitaria. Dunque si parte. Dopo una meticolosa e non breve introduzione situazionale con flash intrecciati su Archie (Morgan Freeman), Sam (Kevin Kline), Paddy (Robert De Niro) e Billy (Michael Douglas) còlti in tempo reale in momenti tipici, la commedia prende corpo per seguire i quattro “ragazzi” nella loro avventura, programmata con tempestività e destinata a evolversi in maniera alquanto sorprendente. Billy, il meno anziano, non ha voluto mai accettare il carico degli anni e ora prenderà in moglie una donna molto più giovane di lui. Archie, Sam e Paddy gli faranno una sorpresa non proprio graditissima, trascinandolo a Las Vegas in un ultimo week end da vivere come in un elettrizzante flash sull’antica amicizia risalente all’infanzia. C’è da superare qualche intoppo dovuto ai diversi caratteri e alle condizioni di vita familiare, ma al dunque ecco la città del divertimento. Las Vegas non è quella di una volta, le luci sono diverse (buon lavoro di David Hennings) e anche il modo di accogliere gli ospiti è abbastanza nuovo. Per un problema di disponibilità di camere, i quattro finiscono per entrare nel giro dei Vip e addirittura vengono fatti passare per esponenti dell’East Coast mafioso. Tuttavia, nel turbinio dei tavoli verdi, delle giostre e delle feste in piscina, il tema dell’amicizia inestinguibile, del suo valore umano, riemerge continuamente, a cominciare dall’incontro – sùbito all’arrivo – con la cantante Diana (brava Mary Steenburgen) in un piccolo night. Archie, Sam, Paddy e Billy ne restano fulminati e sarà quella donna a determinare la svolta, non più soltanto del week end, ma nel destino di Billy. Inoltre, al di là del “pazzesco” divertimento delle poche ore passate di nuovo insieme come da ragazzi, un altro nodo sarà sciolto tra Paddy e Billy, si svelerà un segreto che ha condizionato la loro vita fin dagli anni della fanciullezza. La progressione del rivelamento anche drammatico di aspetti profondi del sentimento è giocata a livello di sceneggiatura con una sapienza professionale che caratterizza il cinema americano nei suoi momenti migliori. Alla fine, quando i quattro amici si lasceranno per tornare ciascuno alla propria quotidianità, altri aspetti delle loro esistenze avranno avuto una schiarita decisiva e il ritorno alle rispettive case chiuderà armoniosamente il cerchio della “normalità” più accettabile, come dev’essere anche in una commedia non priva di profondità.

The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street
Regia Martin Scorsese, 2013
Sceneggiatura Terence Winter
Fotografia Rodrigo Prieto
Attori Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Matthew McConaughey, Jon Favreau, Kyle Chandler, Jean Dujardin, Ethan Suplee, Jon Bernthal, Rob Reiner, Margot Robbie, Kenneth Choi, Katarina Cas, Cristin Milioti, Jake Hoffman, P.J. Byrne, Justin Wheelon, Aya Cash, J.C. MacKenzie, Keith Middlebrook, Stephen Kunken, Bruno Mattei, Michael Nathanson, Barry Rothbart.
Premi Golgen Globe 2013: Leonardo DiCaprio at.

Un bignamone di 180 minuti per far capire a tutti, proprio a tutti, com’è andata e per far godere a tutti lo spettacolo della droga e del denaro fasullo degli anni Ottanta. “Vendimi questa penna”: il broker nuovo, più bravo e furbo di tutti, sceglie con un test gli altri nuovi che vogliono aggregarsi al grande affare. Quella penna che non vale niente frutterà in borsa una montagna di soldi. Basterà saper vendere, saper truffare. E i nuovi diventeranno una folla da stadio, vociante, isterica, allucinata in un paradiso che produce confusione, distruzione di valori, adorazione di idoli visibili e consumabili. Inutile insistere nella descrizione, l’oggetto è ancora sotto gli occhi di tutti, in tutto il mondo globalizzato. E il problema è che si tratta di un oggetto ancora attrattivo. Non vi sono ragioni, pare. Sembra che di nuovi ve ne vogliano essere ancora. E che si divertano pure, anche in ritardo, perché no? Tanto più coinvolgente, lo spettacolo scorsesiano, quanto più ridondante per l’avidità di falso risarcimento che le platee inconsapevoli saranno pronte a mostrare accogliendo il miracolo spettacolare. Scoppieranno in risate nervose irrefrenabili nei momenti più drammatici e più paradossalmente catastrofici del destino implacabile abbattentesi sul personaggio chiave. Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio è bravissimo, da Oscar, a mettere in atto la sua tecnica pazzesca, capace di farci dimenticare di esistere, di trascinarci nel vortice idolatrante in cui si omogeneizza l’indigestione, in cui le droghe sostituiscono altre droghe e dove i rapporti umani danno di sé la parvenza di piacevoli aggressioni. Certo il finale è a favore della giustizia, le manette attendono Belfort, come avvenne nella realtà dei fatti (“basato su una storia vera”, ci mancherebbe) e un improvviso inserto suggella il giudizio con l’immagine di gente “sconfitta”o rimasta fuori dal gioco, ma il film resta pur sempre un film – diranno i non-cinefili, che sono la stragrande maggioranza degli spettatori – e dunque si valorizzi il divertimento, la giostra ci tolga il fiato quanto basta a preservare la nostra onnipotenza, fatta salva la digestione del montaggio e la sacrosanta piacevolezza dei corpi nell’esercizio delle loro funzioni schermiche. A pensarci bene, sempre di “cinema di poesia” si tratterebbe, qualora il piccolo Hugo Cabret e il lupo Jordan si fossero incontrati nel mondo di rappresentanza così meravigliosamente organizzato dal grande regista di origine italiana. A proposito di “storia vera”: a frittata fatta, non sarà tardi per l’arte? Di solito, l’arte anticipa, predice. La pubblicità, pur “bella”, riutilizza.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart