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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

1 Febbraio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La gente che sta bene

La gente che sta bene
Regia Francesco Patierno, 2013
Sceneggiatura Federico Baccomo, Federico Favot, Francesco Patierno, Marco Pettenello
Fotografia Maurizio Calvesi
Attori Claudio Bisio, Margherita Buy, Diego Abatantuono, Jennipher Rodriguez, Laura Baldi, Matteo Scalzo, Carlotta Giannone, Carlo Buccirosso.

Non gliene importa granché. Il top manager milanese spara frasi fatte e frasi furbe a mitraglia, ben sapendo che ciò che conta è l’affare, la carriera e la brillantezza del comportamento. Una delle frasi: “Il Conte di Montecristo oggi sarebbe il presidente di Unicridit”. Insomma, il “nuovo uomo italiano” è proprio lui, Umberto Maria Dorloni/Bisio. Fa il bullo in smoking ma, sotto sotto, ha una paura fottuta del vuoto, il “vuoto” interiore che nessuno avverte e che potrebbe fottere anche lui. Il film non lo dice, ma si capisce. E si capisce anche bene che tutta la storia, di scalate professionali, di salti senza rete, di operazioni tutt’altro che scrupolose, arriva sullo schermo non proprio con la puntualità che solitamente l’arte richiederebbe, essendo invece proprio della pubblicità il raccogliere il frutto maturo e rivenderlo al prezzo maggiorato sul mercato delle fiabe convincenti. La mogliettina dell’avvocato Dordoni è perplessa. La figura femminile si usa rispettarla il più possibile, oggi. E la Buy s’immedesima diligente nel ruolo, cercando di conservare per sé e per il marito la dignità almeno esteriore, sufficiente per presentarsi fra la”gente che sta bene”. Lui però, Umberto, sembra proprio non volersi accorgere della discesa che sta imboccando. Licenziato, crede di trovare un nuovo appoggio in Azzesi/Abatantuono, l’ennesimo traffichino in falsa ascesa, ma l’errore sarà irreparabile. Jennipher Rodriguez, bel corpo, dà vita alla parvenza di una possibile consolazione erotica per il povero Dordoni, senza però convincere, nemmeno se stessa, della consistenza di Morgana, il personaggio d’appoggio da lei interpretato. Un Abatantuono come svogliato, frenato, poco immedesimato, rende la dialettica dei ruoli pochissimo incisiva nell’economia complessiva del senso. Resta l’idea, ormai debole, di mettere sotto gli occhi del pubblico la situazione tragicomica in cui s’è cacciato il Paese, la cui crisi meriterebbe ben altra comicità. Non che Bisio non sia bravo a essere se stesso, ma la sua presenza risulta francamente ridondante, mentre sarebbe forse stata di maggiore impatto in un’economia scenica distribuita con maggior discrezione. Insomma in un altro film. Francesco Patierno, dopo Il mattino ha l’oro in bocca 2007 e Cose dell’altro mondo 1011, sembra non aver voluto affondare il pedale della critica più di quanto non avesse già fatto Federico Baccomo, autore del libro ispiratore.

I segreti di Osage County

August: Osage County
Regia John Wells, 2013
Sceneggiatura Tracy Letts
Fotografia Adriano Goldman
Attori Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard, Misty Upham.

Film di attrici bravissime, Meryl Streep in testa ma Julia Roberts alla pari.  Ruoli e anche regìa, giacché non è mai stato facile trasferire sul grande schermo una pièce teatrale senza suscitare l’eterna questione (falsa di fondo) del cinema-teatro – analoga all’altra, del cinema-letterartura. Qui l’omonima pièce di partenza  vanta il Pulitzer (autore Tracy Letts) e il successo di pubblico allo Steppenwolf Theatre di Chicago (2007) e a Broadway. Nel 2008 i Segreti di Letts hanno vinto ai Tony Awards. John Wells (West Wing – Tutti gli uomini del Presidente 1999, The Company Men 2010) non si limita alla trasposizione, ma dà un ritmo propriamente cinematografico al tagli delle scene, commisurando il progresso drammatico della commedia-base all’impatto decisivo che sui personaggi stabiliscono le due attrici e soprattutto la Streep, col suo carattere inconfondibilmente dominante. La bravura della Roberts – regista concordante – è di mantenere la giusta distanza e di lasciar crescere, da figlia primogenita,  i toni della madre fino a sfiorare il sopra-le-righe, senza tuttavia permettere che la protagonista faccia completamente suo il film. La situazione è classica, riunione di famiglia, sorelle e fratelli, nella casa in cui la madre li ha cresciuti e in cui è rimasta col marito alcolista e con molti problemi psicologici per sé medesima. Pillole dappertutto, anche nascoste, e continue crisi da sedare.  L’ambientazione molto realistica, nella contea di Osage, vicino a Bartlesville, in Oklahoma, ha favorito la composizione e l’affiatamento di tutto il cast in una situazione che riproduceva “dal vero” la storia della commedia – momento culminante, la cena con tutti i componenti la famiglia Weston attorno al tavolo grande: Meryl Streep, Julia Roberts, Dermot Mulroney, Chris Cooper, Abigail Breslin, Julianne Nicholson, Juliette Lewis, Margo Martindale, Ewan McGregor. Il film cresce bene non solo sul piano drammaturgico ma anche nella direzione di una “suspense umanistica”, coinvolgendo i membri della famiglia in un’evoluzione non fittizia, non meccanica e portando lo spettatore, pur con divertimento, al traguardo, non rivelabile, di sicuro effetto morale. Beverly (Sam Sheppard) svanisce disperatamente nell’alcol, se ne va lasciando la moglie Violet sola nella grande casa e portandosi via i segreti dei Weston. Tocca ora proprio a Violet amministrarli e cercare di trattenerli nel proprio seno, ma non sarà facile. Sequenza dopo sequenza, attraversando momenti di ironia e di contrasto duro, di nuova simpatia e di rinnovati attriti, si procede verso lo “scoppio” finale, quando il segreto più imbarazzante sembrerà smantellare irrimediabilmente la coesione familiare. Eppure, non tutto è destinato a dissolversi, Osage County resterà l’àncora per una possibile sopravvivenza, fondata sull’enorme energia che Violet coltiva dentro di sé e sulla sofferta comprensione che la figlia più grande, Barbara, trova la forza di rendere disponibile verso la madre. Una corsa e un urlo per i campi della contea sigillano la soddisfazione di un’attesa non tradita.

Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club
Regia Jean-Marc Vallée, 2013
Sceneggiatura Craig Borten, Melisa Wallack
Fotografia Yves Bélanger
Attori Matthew McConaughey, Jennifer Garner, Jared Leto, Denis O’Hare, Steve Zahn.
Premi Roma 2013, concorso: Premio del pubblico.

Toccante e spettacolare, realistico e movimentato, scenario aperto, primi piani appassionanti, thriller del finevita. Film di denuncia, erotico, alternativo, tradizionalista, diretto e metaforico, esplicito e discreto. Un grande film americano, girato con occhio canadese (quasi-europeo) e con spirito a-hollywoodiano. Tagli secchi nel montaggio, sequenze senza mezzi termini, sensualità estrema, bestialità umanissima, amore disperato per la vita, slancio e ribellione contro l’affarismo in medicina. Siamo nei pieni anni Ottanta, Ron Woodroof (un Matthew McConaughey al massimo) è un texano “animalesco”. Nella prima sequenza copula sfrenatamente mentre i cowboys si preparano alla prova degli 8 secondi in groppa al toro. Per Ron sono i dollari delle scommesse. Ma ha anche un po’ di tosse. Le analisi del sangue dicono che morirà entro 30 giorni. Aids. Dal rodeo all’ospedale, è l’incontro con le sfide burocratico-amministrative che regolano la ricerca medica nella corsa alla cura della malattia mortale. Tossicodipendente, Ron non vuole morire, si nega al proprio destino e decide di contrastare il parere interessato dei medici. Legge, s’informa, si ribella, viene a contatto con gente che intanto organizza rimedi alternativi. Si viaggia sul filo del malaffare, del calcolo tra vantaggi e danni di farmaci sperimentati direttamente sui malati terminali, mentre si sviluppa il mercato parallelo dei rimedi, importabili in nero dal Messico, comunque con grandi guadagni per quanti si danno allo spaccio. Molti malati sono omosessuali e Ron, cowboy col cappello, li evita con disprezzo impulsivo. Eppure sarà proprio un travestito il suo collaboratore più valido e appassionato nella nuova attività, redditizia e insieme “umanitaria”. Bella prova di sensibilità espressiva da parte di Jared Leto nei panni di Rayon. Importante anche il ruolo di Jennifer Garner, la dottoressa Eve Saks, la quale dall’interno del sistema, turbata dagli esiti non esaltanti della sperimentazione ufficiale, finisce con l’appoggiare l’azione di Ron, affezionandosi anche a lui. Il film si vede tutto d’un fiato, l’impatto è netto, non vi sono lungaggini, né inutili sentimentalismi. La questione dell’Aids, viene risvegliata alla coscienza del mondo, senza prediche e senza propaganda, col piglio di un racconto “dal vero” che non ha bisogno di sembrare “documentario”. Dopo i successi di Liste Noir (primo lungometraggio, 1995), C.R.A.Z.Y. (2005), The Young Victoria (2009) e Café de Flore (visto a Venezia nel 2011) – Jean-Marc Vallée mostra un deciso progresso del proprio cinema verso una forte e non vacua spettacolarità.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart