Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

22 Febbraio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Pompei

Pompei
Regia Paul W. S. Anderson, 2014
Sceneggiatura Janet Scott Batchler, Lee Batchler, Michael Robert Johnson
Fotografia Glen MacPherson
Attori Kit Harington, Carrie-Anne Moss, Emily Browning, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Jessica Lucas, Jared Harris, Kiefer Sutherland, Paz Vega, Sasha Roiz, Currie Graham, Ben Lewis.

Estraneità. La storia dell’antica Roma, a cui per assoluta vicinanza appartiene la vicenda catastrofica di Pompei, è ridotta drasticamente a linguaggio fumettistico, secondo un’ottica di rilettura spettacolare “aggiornata” ai tempi nostri che stona proprio in un momento di recupero – fatta salva la questione del “realismo” cinematografico – dei valori “documentari” del cinema. L’inglese Paul W.S. Anderson (la saga di Resident Evil 2002-2012 e I tre moschettieri 2011) inscena la rievocazione della furia vesuviana del 79 d.C., con la distruzione fulminea della città governata da Roma – Tito imperatore  -, estraendone un’immaginaria e ovvia storia d’amore contrastato tra lo schiavo celta Milo (Kit Harington) e Cassia (Emily Browning), figlia di Severo (Jared Harris), mercante e aspirante imprenditore locale.  Sulle tracce del racconto di Plinio il giovane, si parte da uno sguardo sulla provincia lontana, con le scene della ribellione delle tribù celtiche e lì si individua il filo narrativo che porterà Milo, gladiatore imbattibile, fino a Pompei, nei giorni di festa delle Vinalia, quando la città è percorsa da orde di ubriachi. Spirito ribelle, Milo segue il suo destino di lottatore forzato e vede già, nel programma dello spasso romano, il tremendo appuntamento con l’avversario più temuto, Attico (Adewale Akinnuoye-Agbaje), combattente di origine africana, prossimo alla propria liberazione. Ma le cose si complicano per il sopraggiungere della tremenda eruzione che tutto sconvolgerà, compresa l’arrogante pretesa del senatore Corvo (Kiefer Sutherland), venuto da Roma a inseguire le grazie di Cassia. La giovane sa difendersi bene, mentre è colpita dalla valentìa di Milo, il quale ha doti straordinarie di “comunicazione” con i cavalli, provenendo dal mestiere di allevatore esercitato in origine nelle proprie terre. Il film si avvia presto verso la love story accomodata al meglio in un disegno di esplosioni, scosse telluriche e maremoti, rafforzato senza particolare raggiungimento da un 3D poco più che ornamentale. Non mancano ripetitivi combattimenti all’ultimo sangue mentre sulla città e sul paesaggio incombe l’esagerata ferocia delle milizie romane, torve e corazzate quanto spietate nel trattamento degli oppressi.

12 anni schiavo

12 Years a Slave
Regia Steve McQueen, 2013
Sceneggiatura John Ridley
Fotografia Sean Bobbitt
Attori Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Garret Dillahunt, Paul Giamatti, Scoot McNairy, Lupita Nyong’o, Adepero Oduye, Sarah Paulson, Brad Pitt, Michael Kenneth Williams, Alfre Woodard, Chris Chalk, Taran KIllam, Bill Camp.
Premi Golden Globe: film.

Maestro del dolore. Steve McQueen ha già dato prova (Hunger 2008, Shame 2011) di essere specialmente portato a cogliere situazioni di sofferenza umana, puntando l’obbiettivo sul personaggio protagonista per farne il simbolo “concreto” – contraddizione in termini, solvibile soltanto attraverso gli esiti più creativi dell’approccio estetico – di una rappresentatività possibile.  Da un film all’altro, è andata attenuandosi la visibilità del contesto storico e la dialettica del reale ha lasciato progressivamente il posto al potere emotivo, fissato in una falsa soggettiva. Dall’impegno alla vergogna, dalla fame come linguaggio del riscatto politico ed esistenziale alla resa dell’erotismo patinato, la cinepresa del regista inglese ha accentuato i segni di una vocazione  alla partecipazione idealmente zumata, in una sorta di sfida alla resistenza e alla goduria, alla denuncia e alla compiacenza, doppie facce di una fuga verso traguardi ridondanti di senso. Nel terzo film, il dolore arriva da una storia estratta dal contesto risaputissimo della schiavitù statunitense, in un momento piuttosto “evoluto” della triste vicenda. Del 1865 è l’abolizione formale dello schiavismo in America (il 31 gennaio fu approvato il 13° Emendamento voluto a tutti i costi da Abraham Lincoln e il bellissimo film di Steven Spielberg ci ha dato con profondo equilibrio artistico le ragioni politiche di quell’evento), nel 1841 parte il racconto (dall’autobiografia di Solomon Northrup) che vede il protagonista (bravo Chiwetel Ejiofor), nero nato libero nello stato di New York, cadere nella trappola razzista e restarne prigioniero per ben 12 anni. Solomon viene strappato dalla sua vita di violinista e artigiano, marito e padre felice; privato dell’identità di cittadino, con un imbroglio viene venduto come schiavo e trasferito in Luisiana a lavorare nelle piantagioni. Per lui saranno lunghi anni di tribolazioni fisiche e sofferenze morali, maltrattamenti  e torture rischieranno di cambiarne i connotati, secondo il principio allora imperante per cui “Un uomo fa quel che vuole con ciò che gli appartiene”. La parte del padrone schiavista è affidata al fedelissimo attore di McQueen, Michael Fassbender, chiamato a fondere, a livello di coprotagonista, le propensioni aggressive del padrone con le attitudini sessuali del profittatore complessato e impunito, in una zona del film ampia e approfondita secondo lo stile ormai “classico”  del regista londinese. Frustate a sangue segnano il limite violento di una rivalità “amorosa” sviluppatasi nel recinto angusto della schiavitù anche morale, dove l’arroganza erotica si esprime verso vittime sacrificali tenere e innocenti – la giovane schiava Patsey / Lupita Nyong’o. Canti di lavoro compongono, con giusta misura, il quadro della raccolta del cotone, secondo apprezzabile verosimiglianza musicale. E poi arriva Brad Pitt, carpentiere di origine canadese, il quale non riesce a digerire lo schiavismo e promette, tornando nel mondo libero, di far in modo che Solomon riacquisti la propria identità. Gran filmone mirante all’Oscar.


Letto 2325 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart