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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

15 Marzo 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

 

47 Ronin

47 Ronin
Regia Carl Rinsch, 2013
Sceneggiatura  Chris Morgan, Hossein Amini
Fotografia John Mathieson
Attori Keanu Reeves, Cary-Hiroyuki Tagawa, Hiroyuki Sanada, Kou Shibasaki, Tadanobu Asano, Rinko Kikuchi, Jin Akanishi, Togo Igawa, Rick Genest.

Le radici profonde della storia e della cultura giapponese restano sotterrate e misteriose in questa riduzione spettacolare di un grande fatto del XVIII secolo divenuto leggendario. La chiave centrale di lettura riguarda un concetto di onore che lo spettatore di oggi, estraneo alla tradizione nipponica, può trovare di non facile comprensione. In certi casi, per esempio, il massimo riconoscimento che potesse essere concesso per un certo comportamento “corretto” all’interno di una trasgressione non ammessa era il darsi la morte in maniera rituale, con la propria mano. E’ il destino che attende, per un gran finale scenico, i protagonisti eroici della vicenda, ristrutturata decisamente all’americana (anche con una spruzzata di western classico) dagli sceneggiatori del film, dedicato appunto al gruppo di allievi samurai, il problema dei quali è  vendicare l’uccisione del proprio maestro da parte di Lord Kira (Tadanobu Asano). Con a capo Kuranosuke Oishi (Hiroyuki Sanada), i 47 accolgono tra di loro (ma l’integrazione non sarà semplice) il mezzosangue – inglese/giapponese – Kai (Keanu Reeves). L’annessione sarà decisiva nei ripetuti scontri bestiali, quando le spade affideranno la loro efficacia agli effetti speciali e quando la foresta si animerà (in 3D, sebbene in maniera non specialmente estetica) di mostri, di giganteschi avversari e di streghe – particolarmente malefiche le evoluzioni aggressive di Mizuki (Rinko Kikuchi). Non mancherà l’attrazione sentimentale, contenuta nei limiti forzosi della costumistica d’epoca, tra il valoroso Kai e l’affascinante Mika (Kou Shibasaki), figlia del maestro samurai assassinato e promessa sposa a un principe per il quale prova ovvio disgusto. I due innamorati si daranno appuntamento per le prossime diecimila vite, in altrettanti mondi a venire. Complessivamente, il racconto sembra nascondere una confusione di sostanza, segno forse di una non approfondita comprensione del contenuto storico. Il risultato è una traduzione non specificamente giustificata in una figurazione fantasy che finisce per togliere energia al senso, senza per altro regalare all’occhio speciali novità espressive.

Need for Speed

Need for Speed
Regia Scott Waugh, 2014
Sceneggiatura George Gatins
Fotografia Shane Hurlbut
Attori Aaron Paul, Dominic Cooper, Imogen Poots, Scott Mescudi, Rami Malek, Ramon Rodriguez, Harrison Gilbertson, Dakota Johnson, Stevie Ray Dallimore, Michael Keaton, Logan Holladay, Carmela Zumbado, Jalil Jay Lynch, Nick Chinlund, Chad Randall, Rich Rutherford, Tony Brakohiapa, Brent Fletcher, Paul Dallenbach, Jacki Hili.

Le corse clandestine di auto truccate, sulle strade del traffico normale andando a velocità folle anche contromano, sono un gioco perverso, frutto di un malessere socio-antropologico la cui cura comporterebbe una sorta di rifacimento progettuale al limite dell’inimmaginabile. Da cui l’insistere, con vasto successo, nella trasformazione in videogioco di ciò che, sul piano “reale”, non potrebbe certo essere una pacifica normalità. L’impatto sostitutivo della velocità tecnologica sull’abilità della guida orizzontalizza la qualità del pilota e conquista il fruitore in un’estensione immaginaria risarcitoriale parzialmente utile alla sopravvivenza nel “dolore”. Il dolore è dell’esistenza in un mondo solo apparentemente dinamico, ma invece più che bloccato e diremmo semiparalizzato nel proprio contorcimento prospettico. Inutile approfondire qui il concetto di crisi globale. Entro tale orizzonte, efficace per il di-vertimento la rappresentazione cinematografica del gioco (Electronic Arts / Dreamworks Skg), dove la sfida per il regista è la miniscalata dal livello riproduttivo/meccanico alla condizione semi-umana della corsa in qualche modo anche sentimentale. Per sentimento intendasi qui la risultanza tra l’emozione della gara verso il traguardo e il modo della memoria che nei concorrenti tende, almeno in alcuni, a riappropriarsi del congegno morale sottostante alla gara stessa. La necessità della velocità si sposa in Tobey Marshall (Aaron Paul) con l’istanza del riscatto sulla malvagità del rivale, nemico etico da sempre, sia nel concorso affettivo in rapporto alle donne sia nel mezzo tecnico utilizzato per vincere. La guida dell’auto, fascino delle marche, forme e colori, rumori/concerto dei motori in ripresa, sfida alla dinamica dei sorpassi e alle tensioni dei calcoli distruttivi, la guida è simbolo di una conduzione/condizione più ampia, che comprende e dà forma alle scelte di vita, sia pure all’interno di una prigionia condizionante che risponde alla legge del prevalere. La regia di Scott Waugh ha il merito di non sottolineare il valore metaforico, che pure esiste e al dunque si rivela basico, della gara; e di mantenere invece lo spettacolo sul piano non-evolutivo, in una direzione “eterna”, statica e prevedibile, all’interno della quale lo spettatore può godere delle meravigliose abilità dei singoli (donne comprese), nei diversi settori richiesti e nelle evoluzioni prevedibili quanto strabilianti. Il fatto che il protagonista sia anche il vincitore di due premi televisivi per la serie Breaking Bad non fa che rafforzare l’idea del dominio spesso assoluto della congettura elettronica sul panorama immaginario delle generazioni attuali. Godiamoci pure il duello tra il meccanico “gentiluomo” Tobey Marshall e l’arrogante e avido di successo Dino Brewster (Dominic Cooper). Vuoi vedere che la vita è un videogioco e che il mondo è un doppio, targato Mustang e Lamborghini?

Prossima fermata Fruitvale Station

Fruitvale Station
Regia Ryan Coogler, 2013
Sceneggiatura Ryan Coogler
Fotografia Rachel Morrison
Attori Michael B. Jordan, Melonie Diaz, Kevin Durand, Chad Michael Murray, Ahna O’Reilly, Octavia Spencer, Ariana Neal, Joey Oglesby, Jonez Cain, Liisa Cohen, Darren Bridgett, Caroline Lesley, laurel Moglen.
Premi Cannes 2013, Un Certain Régard: OP; Sundance: Premio della Giuria.

La tua vita può essere messa a rischio da un’improvviso “incidente” nel quale vieni coinvolto, per esempio una rissa in metropolitana. Se hai la pelle scura e se il binario è negli Usa, l’intervento della polizia può essere decisivo, a svantaggio tuo. Al traguardo del destino è atteso Oscar Grant (Michael B. Jordan), giovane di San Francisco, poco più che ventenne, padre di Tatiana (Ariana Neal), adorabile bimba di 4 anni, avuta da Sophina (Melonie Diaz), la ragazza con la quale ha in progetto di affrontare una nuova fase della vita insieme, anche per far contenta la madre Wanda (Octavia Spencer) che lo ama nonostante le peripezie e le sofferenze derivatele dal coinvolgimento del figlio nello spaccio di droga. Oscar vuole smettere e, dopo un periodo trascorso in carcere, pensa di rifarsi una vita normale. Dovrà trovarsi un nuovo lavoro e prendere un andamento “normale”. Intanto, l’occasione dei festeggiamenti del 31 dicembre sembra proprio giusta per trascorrere un momento di spensieratezza con Sophina. Andranno a Fruitvale, in metropolitana. Siamo nella Bay Area, è il 2008, la storia è tratta da un fatto accaduto. Il regista Ryan Coogler, al suo primo lungometraggio, racconta il trascorrere “normale” della giornata che si concluderà tragicamente. La cinepresa esegue un “collegamento diretto” con il montaggio, percepibile di sequenza in sequenza, nel bilanciamento swingante tra docufilm e “spettacolo” della vita in diretta. Il risultato, dal punto di vista espressivo, richiama alla memoria certi momenti di significativa innovazione formale del cinema di Godard (per esempio, Fino all’ultimo respiro, 1960), quando sembrò “naturale” aver seguito i movimenti e i tempi dello spostamento e del taglio al seguito di Jean-Paul Belmondo per ri-tracciare l’onda emotiva del personaggio in un mondo “vicino” e “lontano”, il mondo del dramma segnato, del coraggio nascosto, della fatalità prescritta, della consapevolezza non esibita di un dolore da vivere in osservanza del nulla. Eravamo anche allora di fronte a un’opera prima. A Coogler è andato il giusto riconoscimento di due manifestazioni, a Cannes e nell’Utah, che spesso indicano novità importanti nel cammino del cinema. Notevole anche la prova di Michael B. Jordan (Hardball 2001, Chronicle2012), soprattutto per la trasparente coscienza del ruolo, eseguito senza inutili sottolineature.

Lei

Her
Regia Spike Jonze, 2013
Sceneggiatura Spike Jonze
Fotografia Hoyte Van Hoytema
Attori Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Scarlett Johansson.
Premi Roma 2013, concorso: Scarlett Johansson (voce) atr. Golden Globe 2014 sc. Oscar sc. non orig.

Una storia romantica? Sembrerebbe, ma c’è di mezzo un computer – anzi, un sistema operativo. Si può amare un OS? L’interrogativo è sperimentato sulla propria pelle da Theodore, il protagonista del film. Ne veste i panni il bravo Joaquin Phoenix (Signs 2002, The Village 2004, Two Lovers 2008, The Master 2012), col difficile compito di dare sostanza umana all’avventura di un uomo che, in un futuro prossimo, potrà trovarsi ad avere rapporti “intimi” con una certa Samantha, donna invisibile, la cui voce (di Scarlett Johansson e, nella versione italiana, di Micaela Ramazzotti) proviene dal computer tascabile che Theo ha sempre con sé – ultimo regalo della più attuale tecnologia. Una donna, ma in che senso? Voce sintetica, “identica” al vero, Samantha è frutto dell’assemblaggio programmato di un campione vastissimo di dati umani che hanno fatto di “lei” una “persona” sensibile e affettuosa, intelligente, intuitiva, capace di comprendere il carattere e le preferenze dell’interlocutore e perfino di chiarirle a lui stesso, fino a farsi amare come donna vera e a venire coinvolta a livello “sentimentale”, come partner ideale, proprio nel momento in cui Theodore è molto suscettibile dal lato affettivo, essendo sul punto di divorziare, con dolore, dalla moglie Catherine (Rooney Mara). In apparenza, il rapporto con Samantha è comodo e non implica responsabilità pratiche, non incide sulla realtà concreta, sui compiti e doveri di Theo, impegnato a vivere in una metropoli difficile come Los Angeles. Lui è un tipo già abbastanza addestrato ad avere a che fare con realtà virtuali, il suo mestiere è di scrivere “belle lettere” per conto terzi, attività che lo porta continuamente a immedesimarsi negli altri. Quando poi va a casa, si spassa con meravigliosi giochi dove la finzione è “più vera del vero”. Forse non è un caso che l’amore con Catherine sia andato a male. La sostanza del contenuto non è del tutto nuova. Per la presenza “femminile”, viene in mente l’Alberto Sordi alle prese con la domestica robot (Io e Caterina, 1980) e, per il problema dell’autonomia di decisione in chiave più seria, si può risalire al 1968, quando Stanley Kubrick mette in scena il calcolatore Hal 9000 (2001: Odissea nello spazio). Ancora prima, nel 1965, Jean-Luc Godard aveva immaginato  Alphaville, città del futuro controllata dal cervello elettronico Alpha 60, un luogo dove la parola “perché” era stata sostituita da “poiché” e dove era proibito piangere. In Her, neanche l’idea filosofica sottostante sembra andare molto al di là di una domanda stile Catalano: “Chi sei, chi potresti essere, dove stai andando”. L’attrattiva del film è principalmente nel “paesaggio”, l’ambiente futuribile è tanto ravvicinato da sembrare quasi la rappresentazione di un passato prossimo. Ai moltissimi, specialmente giovani, abituati a vivere a stretto contatto con supporti elettronici e a scambiarsi nel web messaggi non solo verbali, l’invenzione di Spike Jonze sembrerà soprattutto confermativa dell’ambizione ormai generalizzata verso un’esistenza avvolta nella rete, protetta da ogni sorpresa diabolica. Tuttavia, Jonze (Essere John Malkovich 1999, Il ladro di orchidee 2002, Nel paese delle creature selvagge 2009) non è certo regista ingenuo: creatività, autorialità, identificazione e “doppio”, coscienza e sostituzione dell’altro sono parametri frequentati dalla sua fantasia cinematografica con una certa insistenza. In particolare, la scelta di Joaquin Phoenix come protagonista di Her evidenzia una sottile continuità con Two Lovers (James Gray, 2008), film in cui lo stesso Phoenix viveva, nei panni del timido Leonard, il dilemma interiore tra un matrimonio tranquillo e una passione vera. Ora la passione non è più una persona in carne e ossa (Gwyneth Paltrow), ha lasciato le sembianze umane per assumere il carattere programmato di un Sistema Operativo. Saranno veri i “sentimenti” di Samantha? Fino a un certo punto, sembrerebbe di sì. Tutt’al più, dovremmo prendere atto di essere, come lei, esseri storici, elaboratori di dati. Il divertimento (nella prima parte del film si sorride e si ride anche di gusto, la sceneggiatura fila via disinvolta, piena di curiosità) si fa via via meno leggero e quando Theodore viene a sapere che, pur nello slancio perfino erotico, Samantha persegue un irrefrenabile senso evolutivo che la rende incapace di “fedeltà” assoluta, tutto rischia di rientrare nella stretta dimensione umana, il sogno di una felicità virtuale, depurata di rischi e ostacoli, sembra svanire. Non resta che una chiusura malinconica e comunque relativamente consolatoria. Theo e la sua vecchia amica Amy (Amy Adams), accoccolati in vista del panorama metropolitano, accettano il loro momento contemplativo.


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Bart