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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

19 Aprile 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Gigolò per caso

Fading Gigolo
Regia John Turturro, 2013
Sceneggiatura John Turturro
Fotografia Marco Pontecorvo
Attori John Turturro, Woody Allen, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Sharon Stone, Sofia Vergara, Bob Balaban, M’Barka Ben Taleb, Tonya Pinkins, Aubrey Joseph, Dante Hoagland, Jade Dixon, Diego Turturro, Eugenia Kuzmina, Ted Sutherland, Loan Chabanol, Teddy Bergman, Delphina Belle, Russell Posner, Isaiah Clifton, David Altcheck.

Tra le costrizioni dell’ortodossia religiosa spinta e le sempre più attuali tendenze moltiplicative del sesso, il fioraio (ma all’occorrenza anche elettricista e factotum) Fioravante (John Turturro, grande attore) si adatta con dolcezza alla progettualità frenetica e opportunistica dell’amico  Murray. New York oggi, comunità ebraica di Brooklyn. Con lo pseudonimo di Bongo, Murray (Woody Allen scatenato nel sarcasmo) ha intenzione di avviare e far prosperare una strana ditta, i cui due soci – sé stesso e il suo amico per la pelle – si dedicheranno al soddisfacimento erotico di belle signore. Le prestazioni saranno discrete e potranno mantenersi al di qua di certe patologie traboccanti nella dimensione massmediologica. Di lavoro Murray ne prevede in abbondanza e potrà essere ben remunerato, penserà egli stesso a procacciarne al remissivo Fioravante, il quale adotterà Virgil come nome d’arte. La prima occasione è data dalla dottoressa Parker, la dermatologa che ha in cura l’arzillo vecchietto. Matura e ancora non poco attraente (è la Sharon Stone dell’istinto basico, che in pochi hanno dimenticato e che lei medesima mostra di ricordare bene), la signora ha fatto la prima mossa, suggerendo al suo paziente di guardarsi intorno per suo conto; lei e la sua amica Selima (Sofia Vergara), sono decise a sperimentare insieme l’amore extraconiugale in un ménage à trois e si tratta di trovare l’uomo giusto. “Ci ho messo il cuore”, ha detto il regista (Torturro in piena forma, alla sua quinta prova d’autore – Mac 1992, Illuminata 1998, Romance & Cigarettes 2005, Passione 2010) presentando il film. E il valore del suo lavoro, qui più che mai, sta proprio nell’aver sostanziato di profonda – e non per questo non leggera – umanità la situazione pre-scritta. La sceneggiatura prende quota con un avvio strepitoso e con un seguito che non offre nemmeno un istante di vuoto nel perseguimento dell’indagine (sì dell’indagine, dei sentimenti e delle sensazioni nel contesto che naturale non è e che giustamente così appare nel “reale” impostoci dal paradosso in cui siamo costretti) del tutto poetica, fattiva, spiritosa per non morire di “presente” – di grande aiuto anche la musica, scelta con criterio molto selettivo e scartando ogni intento effettistico, il jazz finalmente utilizzato per le sue qualità intrinseche – e Il presente è la chiusura: dei battenti della libreria di Murray che non ha più clienti, delle relazioni autentiche che sono impossibili non solo nel circolo ristretto degli ebrei chassidici, la comunità in cui Bongo e Virgil sono incastrati, ma anche negli ambienti “super” in cui si muovono donne “di classe” come la Parker e Selima. Turturro, miracolosamente, ci conduce ad assistere al momento magico che vede aprirsi alla sensibilità autentica la struttura femminile di donne non a caso insoddisfatte. Il suo “cuore” funziona soprattutto in tal senso, in un tutt’uno con la regia. E bravo Allen, forse a consigliarlo ma soprattutto a lasciarlo fare. La libertà del personaggio, la sua misura autentica e perfettamente centrata, permettono a Virgil di sublimare il proprio lavoro di gigolò non strutturato nell’incontro con la terza donna del film, la vedova Avidal (Vanessa Paradis sulla cresta dell’onda), madre di sei figli, prigioniera del controllo assoluto esercitato su di lei dalla comunità ortodossa, femmina smemorata della propria femminilità tanto da scoppiare in lacrime al primo sfiorar della pelle in un accenno di massaggio “prescrittole” da Bongo e praticatole da Fioravante. Sì, Fioravante. E’ a questo punto che Virgil si ritrae e lascia il ruolo al vero essere del fioraio, sentimentale capace di innamorarsi. Non diciamo come va a finire perché c’è di mezzo un altro uomo, Dovi (Liev Schreiber), poliziotto chassidico, ragazzone appassionato, innamorato di Avidal sin dall’infanzia. Una cosa è sicura, non verremo indotti in scorrevoli variazioni dell’applicazione sessuale. La tentazione del mercimonio viene sconfitta dalla sostanza umana, la quale, trattandosi di cinema, si concretizza in un’evidenza del lavoro poetico quale raramente si riscontra nel panorama d’oggi.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart