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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

26 Aprile 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.
È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La sedia della felicità

La sedia della felicità
Regia Carlo Mazzacurati, 2013
Sceneggiatura Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Carlo Mazzacurati
Fotografia Luca Bigazzi
Attori Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Giuseppe Battiston, Katia Ricciarelli, Raul Cremona, Marco Marzocca, Milena Vukotic, Roberto Citran, Mirco Artuso, Roberto Abbiati, Lucia Mascino, Natalino Balasso, Maria Paiato, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando.

Il realismo della comicità passa, per Carlo Mazzacurati (parliamo al presente pur se il regista padovano è da poco non più vivo), attraverso un’osservazione puntuale e curiosa degli aspetti della vita quotidiana i più “arrendevoli” verso una traduzione ironica e una rielaborazione produttiva del senso. L’adozione di Valerio Mastandrea come protagonista si dimostra fondamentale nel gioco di riproposizione in forma di paradosso dei gesti, degli accadimenti e delle parole anche minime: il tutto, messo insieme, può suggerirci un’attenzione a quanto continuamente ci accade e che spesso consideriamo “irrimediabile” seppure “normale”. Il personaggio di Dino/Mastandrea si guarda d’attorno come stupito della “sensatezza”, magari puntualmente contraria, del destino che lo riguarda, ripete tra sé e sé le parole che segnano la punteggiatura della non-casualità del vivere, segue a tratti (quasi sempre) docilmente le combinazioni le più impensate e le svolte in apparenza poco significative che compongono la giornata. Il suo mestiere la dice già lunga sull’importanza dei segni: è un bravo tatuatore, consapevole del lavoro che fa sulla pelle delle persone e tira vanti come può sul filo dei piccoli debiti e dei piccoli introiti. Siamo nel Nordest, Dino viene coinvolto casualmente (ma ha senso dire casualmente?) in un intrigo alquanto buffo. Bruna (Isabella Ragonese), giovane estetista il cui negozio è vicino al laboratorio di Dino, ha un colpo di fortuna: raccoglie il segreto che in punto di morte le rivela Norma Pecche (Katia Ricciarelli), madre di un bandito finita in carcere. Una certa sedia nasconde nell’imbottitura un tesoro di gioielli. La caccia al prezioso oggetto si complica subito per l’intrusione di Padre Weiner (Giuseppe Battiston), prete dai modi sbrigativi e dall’avidità piuttosto arguta. Bruna trova in Dino un aiuto e una protezione decisiva e comunque il terzetto affronta una serie di situazioni al limite dell’incredibile, le quali però hanno tutte un loro fondamento derivato dalla realtà spicciola e molto concreta, come se la vita si divertisse a prendersi gioco delle persone, o a trasformarsi in fumetto. E’ un turbinio di luoghi e di situazioni, dalla pianura veneta a Venezia, fino alle Dolomiti, nella spassosissima avventura finale con i pastori di una malga montana, i quali mostrano di vivere un loro mondo speciale, ancorato a una specie di visione mitica dei costumi. Si ride anche di cuore, protetti dall’ironia sempre vigile di Mastandrea, conduttore del senso, implacabile nella sua vigilanza comica contro i rischi da ingenuità.

Nymphomaniac Vol. 2

Nymph()maniac Vol. 2
Regia Lars von Trier, 2013
Sceneggiatura Lars von Trier
Fotografia Manuel Alberto Claro
Attori Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Jamie Bell, Uma Thurman, Willem Dafoe, Mia Goth, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Michaël Pas, Jean-Marc Barr, Udo KIer, Nicolas Bro, Hugo Speer, Jens Albinus, Felicity Gilbert, Tabea Tarbiat, Tania Carlin, Jesper Christensen, Ivan Pecnik, Shanti Roney, Severin von Hoensbroech.

Passando al Vol. 2 per una considerazione complessiva del lavoro, tagliato in due parti e anche ridotto a 4 ore rispetto alle 5 e mezza originarie (eliminati sostanzialmente i primi piani espliciti dei genitali), occorrerà non dimenticare che Lars von Trier resta l’autore di film come Le onde del destino 1996,Dancer in the Dark 2000, Dogville 2002, Il grande capo 2006. Questo per dire che siamo di fronte a una poetica severa verso le oscenità del cinema di genere e siamo legittimamente invitati a una fruizione depurata dagli equivoci più vistosi circa il “realismo” del cinema. Un argomento come la ninfomania, trattato secondo il racconto in prima persona dalla protagonista (Charlotte Gainsbourg) la quale sembra autodenunciare una propria “colpa”, si è prestato alla morbosità generica e volgare dell’informazione giornalistica e si è sottratto con una certa difficoltà al rischio di letture non attinenti, sia alla sostanza del contenuto sia alla forma del contenuto. Hanno rischiato invece di finire in primo piano le parti «visuali» che potevano richiamare – ma in modo del tutto impertinente – certi tratti della pornografia ormai diffusa anche nel canale televisivo. Detto ciò, è da registrare, dal sesto capitolo all’ottavo e ultimo (continua infatti la scansione in titoli, definita di volta in volta in stretta collaborazione tra l’io narrante e l’ascoltatore, Joe e Seligman/Stellan Skarsgård) una progressiva accentuazione narrativa dalle premesse alle conseguenze della patologia in questione. Nella prima parte, si insiste sul senso inverso che, in un viaggio da Occidente a Oriente, può assumere l’adesione alla religione, dalla colpa e dal dolore alla luce e alla gioia. E via via, si mettono in drammatica discussione i fondamenti di concetti come sentimentalismo (una menzogna!), democrazia (occorrerebbe minore stupidità!), gelosia, pratica violenta del piacere e autolesionismo alla ricerca disperata di un rimedio contro la frigidità; si arriva a indagare sull’efficacia dell’omosessualità femminile e si approda alla tragica solitudine dell’ “albero deforme sulla collina”, immagine che nel sottofinale suggerisce di considerare il più seriamente l’altra immagine, precedente, dello specchio, lo specchio che non è mai la «replica dell’oggetto che si sta guardando». Da questo tracciato sintetico si può almeno intuire che non siamo in ambito pseudo-porno. Siamo invece alla chiusura del trattato sulla Depressione (cfr. Antichrist 2009 e Melancholia 2011), tema purtroppo pertinente ai nostri giorni, tema che, anche inconsciamente, si tende a tagliare per fare spazio a illusioni meno compromettenti. Tuttavia sia chiaro che non stiamo parlando di un capolavoro. Il film di von Trier non riesce compiutamente a coniugare la «freddezza» del disegno progettuale, tipica del cinema dell’autore, con i momenti (rari) di coinvolgimento anche drammatico, sia pure correttamente controllati secondo la poetica che conosciamo. Tutto sommato l’aspetto più produttivo di senso finisce per essere il confronto/contrasto tra sarcasmo e pietà verso una condizione umana che sembra non lasciare spazi a riconquiste della coscienza storica. E tuttavia c’è un colpo di pistola finale, sul nero dello schermo, che è qualcosa di più di uno sberleffo “a chiudere”.  [leggi la recensione del Vol. 1]


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart