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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

11 Maggio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.
È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il venditore di medicine

Il venditore di medicine
Regia Antonio Morabito, 2013
Sceneggiatura Antonio Morabito, Michele Pellegrini, Amedeo Pagani
Fotografia Duccio Cimatti
Attori  Claudio Sanatamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio, Roberto De Francesco, Ignazio Oliva, Giorgio Gobbi, Vincenzo Tanassi, Leonardo Nigro, Ippolito Chiarello, Alessia Barella, Paolo De Vita, Pierpaolo Lovino, Beniamino Marcone, Roberto Silvestri.

Lo sapevate che alcune case farmaceutiche  – molte? quasi tutte? – praticano il “comparaggio”? In altre parole, i medici – molti? quasi tutti? – vengono consigliati e, se non basta, persuasi dalle relative aziende produttrici a prescrivere i farmaci commercialmente più convenienti, spesso a discapito della salute dei pazienti. La persuasione avviene tramite regali più o meno importanti. Il successo delle operazioni determina la salute delle aziende a scapito della concorrenza, oppure il loro progressivo deperimento. Ovvio che il personale, diciamo così, ne risente in termini di carriera e di occupazione. In certi periodi, la “mortalità” può risultare diffusa. La floridezza dipende molto dalla “bravura” dei singoli venditori, o informatori medici, di acquisire e utilizzare, anche senza scrupoli, i mezzi a loro disposizione. Si può andare dal “presente” quasi insignificante al viaggio/vacanza per partecipare a un convegno, al regalo di un’auto importante. Ovviamente il meccanismo produce concorrenza anche interna alle aziende, dove il taglio delle teste, specie in periodi di crisi, è pratica diffusa, affidata per lo più ai “capi area”, i quali controllano con spietata determinazione la “produttività” delle squadre di venditori loro affidate. Mettiamo che tutto questo lo sappiate già, per via della frequenza sempre più fitta di notizie sul tema, apprese dai notiziari dei diversi media, televisione in testa. Da un film “di denuncia”, italiano e realistico (è stato italiano il neorealismo cinematografico), sarete legittimati ad aspettarvi un approfondimento in termini espressivi, artistici, un lavoro che, senza tradire – ovvio – lo spirito del contenuto, offrisse a voi che per una volta vi foste staccati dal piccolo schermo per vedere un film al cinema proprio sull’argomento già conosciuto dalla Tv la buona occasione di avere, di quell’argomento appunto spinosissimo, un’impressione estetica, tale da riceverne una consapevolezza culturale meno passeggera, meno legata alle occasioni massmediatiche. Il film di Antonio Morabito (Cecilia 1999, Non son l’uno per cento2006), da questo punto di vista, è piuttosto deludente. Conferma i pregi di una benemerita diffusione informativa circa le pratiche corruttive di cui sopra, assumendo un portato di ridondanza anche giustificabile rispetto ad altri mezzi di comunicazione, ma non sale il gradino artistico che dovrebbe segnare la differenza qualitativa rispetto alla forma “News”. L’ambascia in cui si dibatte il protagonista Bruno (Claudio Santamaria), venditore di medicine, nel tentativo di salvare il proprio posto di lavoro e, insieme, il rapporto con la moglie Anna (Evita Ciri), impegnata a sua volta a salvare  la propria voglia di perpetuazione della specie, è affidata a un continuo ansimare emozionale che finisce per ridurre le problematiche da veicolare a figure tipiche, più “riconoscibili” (rispetto a usuali e consolidate strutture videonarrative) che portatrici di autentico senso drammatico. Stesso discorso, forse  perfino più spinto ai limiti del fastidio, producono  i sovratoni della recitazione di Isabella Ferrari, implacabile Capo Area di Bruno, un po’ troppo preoccupata a segna(la)re l’importanza della propria presenza nel contesto della sceneggiatura, anziché a fornire le connotazioni disumanitarie previste dal proprio personaggio a livello di script. Più centrata risulta la prestazione di Marco Travaglio, impegnato a porre lo stile della propria figura di giornalista e scrittore “tutto d’un pezzo” al servizio dello sgradevole personaggio di Malinverni, oncologo dalla falsa fama di luminare incorruttibile. Per quanti avessero l’esigenza di veder soddisfatta una propria istanza interiore, morale, la sceneggiatura ha previsto la figura del giovane medico Sebba (Ignazio Oliva), il quale respinge sdegnosamente le lusinghe di Bruno e al quale, purtroppo, non resta che sottolineare la prevedibile conclusione della vicenda (da non rivelare!) con la palesemente impotente esclamazione: “Che schifo!”.

Parker

Parker
Regia Taylor Hackford, 2013
Sceneggiatura John J. McLaughlin
Fotografia J. Michael Muro
Attori Jason Statham, Jennifer Lopez, Michael Chiklis, Wendell Pierce, Clifton Collins Jr., Bobby Cannavale, Patti LuPone, Carlos Carrasco, Micah A. Hauptman, Emma Booth, Nick Nolte, Daniel Bernhardt, Jon Eyez, Sala Baker, Rio Hackford.

Un colpo tira l’altro, come le ciliegie. Se però l’organizzazione e l’esecuzione non sono in solitudine e anzi richiedono unità d’intenti e omogeneità di pertinenze, capita che il progetto si disintegri e il disastro possa produrre danni irreparabili, per i singoli e per l’intera “società”. L’ipotesi è anche banale, se vogliamo, ma si può essere comunque attratti dalla presenza di un bravo attore protagonista e dai dignitosi comprimari, nonché da un buon impianto spettacolare che attrae lo spettatore  nel meccanismo narrativo anche aldilà della valenza di genere (azione). Il californiano Taylor Hackford (Ufficiale e gentiluomo 1982, L’avvocato del diavolo 1997 Ray 2005) ha confezionato un action movie discreto e alquanto noir, dove c’è posto, senza che ciò dia troppo nell’occhio, per un minimo di suspence dei sentimenti, ingrediente che rende meno rigido del solito lo sviluppo del racconto. Affidato a Jason Statham il ruolo dell’abile e spericolato ladro professionale Parker, ha pensato di complicargli la vita con l’intrusione forzosa di un “aiuto” femminile importante. Jennifer Lopez nella parte di Leslie Rodgers, avrebbe le carte in regola, oltre che per risolvere alcuni dettagli della pericolosa avventura, anche per conquistare il cuore del protagonista. L’inglese Statham, strappato ai successi pubblicitari prima dal regista Guy Richie, marito di Madonna (Lock & Stock – Pazzi scatenati 1998) e poi da John Carpenter (Fantasmi da marte 2001) – seguirà poi il successo di Transporter (Gary Gray 2003) -, è ora tentato dal fascino aggressivo della tuttabella e brava Leslie, agente immobiliare, la quale conosce come le proprie tasche la zona teatro della seconda parte dell’intricata vicenda. Siamo infatti a Palm Beach, luogo attraente anche come location del film visto con gli occhi della produzione. Ma il ladro è di sani princìpi. Sul lavoro non sopporta l’approssimazione nemmeno di uno solo dei componenti la banda, a costo di ritrovarsi poi tutti contro e disposti a tradirlo nel colpo successivo; e nel privato, l’uomo non se la sente di sottovalutare l’importanza di Claire (Emma Booth), più vicina al suo cuore. L’argomento non è da sottovalutare. Nonostante le spietate violenze e il contrasto insanabile tra il boss Melander (Michael Chiklis) e Parker, le scelte devono rimanere “giuste”, il colpo da 50 milioni di dollari in gioielli finirà in una beffa e Leslie, buona buona, dovrà accettare di ritornarsene da dove era venuta. Un lieve umorismo percorre sottotraccia lo svolgimento dell’azione, rispettoso del prevalente gusto del pubblico verso le dinamiche relative al genere.

Alabama Monroe – Una storia d’amore

The Broken Circle Breakdown
Regia Felix Van Groeningen, 2012
Sceneggiatura Felix Van Groeningen, Carl Joos
Fotografia Ruben Impens
Attori Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse, Geert Can Rampelberg, Nils De Caster, Robby Cleiren, Bert Huysentruyt, Jan Bijvoet.

Multistrato. In apparenza un film semplice, tutto ciò che si vede non comporta interpretazioni complicate. Ma dal semplice nasce di momento in momento un’istanza di profondità, espressa con la gestione della sceneggiatura in fase di montaggio e con l’interpretazione degli attori, bravi a essere se stessi mentre si immedesimano nei personaggi. Se si considera che Alabama Monroe nasce dalla lettura dell’opera teatrale di cui è autore lo stesso Johan Heldenbergh, attore protagonista del film insieme alla bravissima Veerle Baetens, il lavoro del regista belga (1977), al suo quarto lungometraggio (alla Quinzaine di Cannes nel 2009 fu apprezzato il suo The Misfortunates), apparirà anche come “documentario” sulla vita d’artista, cioè sul modo di vivere e di gestire il “fare cinema” in forte consonanza col proprio vivere. Consonanza non è un termine usato a caso. Nel film, la musica è elemento essenziale. Didier (Heldenbergh) e Elise (Baetens) fanno parte di una band di bluegrass, lui al banjo, lei cantante. Il carattere tradizionale/popolare delle esecuzioni tende a connotare una sorta di vicinanza, aderenza “naturale” ai contenuti della vicenda e ai caratteri dei personaggi. La passione di Didier per l’America (si direbbe per la “Vecchia America”) è di stampo antico, tanto da indurre il protagonista a vivere in una roulotte piazzata in campagna. L’incontro con Elise, operatrice di tatuaggi, è più fatale che casuale. Decidono di vivere così, suonando e cantando in giro, convinti del mito della “libertà” americana. Al contrario di quel che potrebbe sembrare, la loro è un’esistenza fittizia, modellata su tracce religiose/letterarie. Al dunque, emergerà la verità sostanziale. Al di là dell’attrazione fisica che a tratti pare irresistibile, il rapporto tra Elise e Didier contiene contrasti profondi, sia sentimentali che ideali. Sarà la nascita e poi la malattia della loro bambina Maybelle (Nell Cattrysse) a rivelare le loro differenze. E nei momenti decisivi la rottura rischia di essere insanabile, intaccherà la sfera del sentimento. Elise preferisce aggrapparsi al filo misterico/religioso che la porterà in un mondo “oltre”, quasi che la sua anima entri in contatto con i simboli che ella stessa ha deciso di avere sulla propria pelle. Didier, da parte sua, esplode in un’invettiva teatrale che traduce in modo esasperato una sua protesta contro le posizioni politicamente interessate che frenano la ricerca scientifica – nel caso, si tratta delle cellule staminali. Le fasi dell’incontro tra i due e della loro vicenda anche straziante, si uniscono e si distinguono in un continuo accumulo di sequenze, legate da una logica interna non esclusivamente alimentata da una linearità narrativa, né esplicita né implicita. Prevale invece la chiave emozionale, che impone una lettura passionale del contenuto. Infine, ci resta più l’impressione dei corpi che l’idea della visione alla quale sono legati i due protagonisti. E’ questo anche il limite del film, autodenunciantesi – per così dire – soprattutto verso il finale, quando sul versante stilistico le immagini pre-tendono di condurci all’interno della storia personale di Didier e Elise e, all’esterno, esprimono in esclamativo emotività alquanto ridondanti.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart