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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

17 Maggio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Grace di Monaco

Grace of Monaco
Regia Olivier Dahan, 2013
Sceneggiatura Arash Amel
Fotografia Éric Gautier
Attori Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega, Parker Posey, Milo Ventimiglia, Geraldine Somerville, Nicholas Farrell, Robert Lindsay, Derek Jacobi, Roger Ashton-Griffiths, Olivier Rabourdin, Jeanne Balibar, André Penvern, Yves Jacques, Philip Delancy, Flora Nicholson.

Grace Kelly, premio Oscar per La ragazza di campagna (George Seaton, 1955) e già diva affermata per i ruoli in Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952), Mogambo (John Ford, 1953), Il delitto perfetto, La finestra sul cortile e Caccia al ladro (Alfred Hitchcock, 1954-’55), lasciò Hollywood nel 1956 per sposare, ventisettenne, il principe Ranieri di Monaco: un fatto “di cuore” che fece epoca per la diversità delle culture e degli ambienti che venivano messi a confronto e per la situazione di politica internazionale in cui quel matrimonio andò a incastrarsi. Il carattere dell’attrice, che il regista amico Hitch aveva definito come “ghiaccio bollente”, rischiò negli anni successivi di portare a conseguenze drammatiche le profonde contraddizioni emergenti dal drastico cambiamento di vita cui si vide costretta Grace. Il film di Olivier Dahan, autore del biopic su Etith Piaf La vie en rose (2007), focalizza gli eventi del 1962, anno in cui si fecero critici i rapporti del Principato di Monaco con il governo francese. Charles de Gaulle (André Penvern) insisteva perché i cittadini monegaschi fossero sottoposti a normale tassazione mentre Ranieri aveva in mente uno stato indipendente e proiettato verso una concezione più moderna. Mentre si era arrivati al limite dell’invasione armata delle truppe francesi, nel Palazzo saliva la tensione tra Grace e la sorella del principe, Antoinette (Geraldine Somerville), la quale insieme al marito tentava di moltiplicare le difficoltà di Ranieri nella trattativa con la Francia. Il punto decisivo, che fa salire in primissimo piano la personalità di Grace, è la sua presa di coscienza, grazie anche agli avveduti consigli del prete Francis Tucker (Frank Langella), della diversità tra i due mondi che segnano la vita dell’attrice hollywoodiana e della principessa nuova arrivata nello speciale contesto europeo. L’attrice Grace ama il cinema ed è tentata di accettare la proposta di Hitch, il quale la vorrebbe protagonista del suo nuovo film, Marnie; ma la donna Grace si rende anche conto che per il bene dei figli avuti da Ranieri e per l’amore dell’uomo che ha voluto sposare, è necessaria una svolta realistica. E decide così di utilizzare i “codici” che finora aveva cercato di tenere in second’ordine rispetto alla spontaneità dei sentimenti. Per la politica interna e per il sentire comune dei cittadini l’organizzazione del Gran Ballo di beneficenza della Croce Rossa è più importante della ristrutturazione dell’ospedale a vantaggio dei bambini disagiati? Bene, si facciano contenti Onassis, la Callas e tutti i rappresentanti della ricchezza internazionale, presenze più o meno onorarie del Principato. Si diramino gli inviti, si accolga anche il presidente de Gaulle. Con un bel discorso “cuore in mano” la principessa Grace strapperà l’applauso finale. Brava Nicole Kidman nel dare corpo e anima al personaggio icona, a revitalizzarlo dall’oblìo mondano restituendone la doppia identità già “fotografata” dal grande Hitchcock. Bravo anche Tim Roth, nell’uso di una discrezione necessaria a tenere in secondo piano la figura di Ranieri, non certo gigantesca nel quadro generale. E bravo il regista a liberare Grace dalla possibile recinzione di un soggettivismo facile, per collocarla nel disegno simil-intrigo internazionale, prospettiva che non guasta, data la “presenza” hitchcockiana del fantasma cinematografico. Nel complesso, si respira un’aria di benevola nostalgia per un mondo irrimediabilmente andato, un mondo visto con il rispetto di chi, oggi, avendo “altro” da pensare, non rinunci tuttavia a interrogarsi sulle scelte che implichino intrusioni del “cuore” nella dialettica dei grandi affari, anche di stato. E soffusamente, grazie alla delicatezza registica, un senso amorevole di rispetto per la passione del cinema accompagna la visione del film, privo di inutili arroganze revisionistico-estetiche. [Film d’Apertura, fuori concorso, a Cannes 2014]

Godzilla

Godzilla
Regia Gareth Edwards, 2014
Sceneggiatura Max Borenstein
Fotografia Seamus McGarvey 3D
Attori Aaron Taylor-Johnson, Elizabeth Olsen, Ken Watanabe, Bryan Cranston, Juliette Binoche, Ken Watanabe Sally Hawkins, David Strathairn, Richard T. Jones, Victor Rasuk, Brian Markinson, Patrick Sabonqui, Yuki Morita, Carson Bolde, Warren Takeuchi, Jake Cunanan.

Che vuole Godzilla? Un momento, si fa presto a dire Godzilla! Nel 1954, il regista giapponese Ishiro Honda donò al mondo la prima cura per le angosce della distruzione nucleare, tracciando la figura del mostro identificabile e quindi relativamente controllabile, gestibile nell’immaginario. Il potere distruttivo dell’atomica prendeva una qualche sembianza razionale, la fantasia avrebbe aiutato l’umanità a sopravvivere. La mostruosità del pericolo radioattivo aveva un volto, il mostro aveva un nome. E l’idea di identificare la creatura come una prosecuzione comunque vitale del tipo “dinosauro”, attribuiva paradossalmente al catastrofismo atomico un’interna capacità evolutiva preistorico/storica – bene o male che fosse. Le mitologie di tutti i tempi lasciano spazio alle “malvagità” e alle “furie” divine, preservando così una qualche dialettica favorevole alla continuazione. Tale tendenza prospettica iniziale produsse una catasta di riprese (sequel tendente all’infinito), per lo più in forma di sottoprodotti – ma qui non conta la qualità dell’espressione quanto la proprietà della sopravvivenza -, che portarono, passando anche per i King Kong, al Godzilla americano del 1998, mostro vagamente umoristico, destreggiantesi ormai in un background allentato e disponibile a riflessioni stilistiche (il tedesco Roland Emmerich era autore di fantafilm non-ingenui come Stargate 1994 e Indipendence Day 1996). E ora eccone un altro, il dinosauro prodotto atomico non muore. Il britannico Gareth Edwards, già regista del sofisticato e indipendente Monsters (2010), esibisce ad apertura la relativa coscienza filmografica, richiamando la memoria dello spettatore ai condizionamenti precedenti, tra docufilm e spezzoni d’archivio, tanto che ci prepariamo a una fruizione cinefila. La composizione non-divistica del cast già indica l’intenzionale “riduzione a verità” come linea guida dell’impianto narrativo. Gli eventi mostruosi colpiscono persone per nulla eroiche e, anzi, del tutto “doloranti” nell’impatto con l’eccezionalità. L’emersione del mostro è parallela alla storia familiare di due personaggi usuali, il tenente della Marina Ford Brody, specialista disarmatore di bombe (Aaron Taylor-Johnson), e sua moglie Elle (Elizabeth Olsen), infermiera impegnata in emergenze. Ovviamente, hanno anche un figlioletto da proteggere. Verranno separati dalla mostruosità degli eventi, risolvere i quali sarà anche la giusta via per salvare la famiglia, al di là delle enormi perdite umane prodotte dall’agitarsi di Godzilla. Già, perché il gigantesco dinosauro ha per suo conto un buon da fare, nel misurarsi con mostri antagonisti e misteriosi, i cui segreti sviluppi agitano i dubbi scientifici del padre di Ford, Joe Brody (Bryan Cranston, il Walter White della serie Tv Breaking Bad). Ingegnere nucleare, Joe lavorava nel 1999 insieme alla moglie Sandra (Juliette Binoche) nell’impianto nucleare di Janjira, a Nord del Mar della Cina. Fu lì che si avvertirono i primi segnali, scambiati per tremori sismici, di una strana presenza sotterranea. Altro che terremoto. Le intuizioni di Joe si riveleranno giuste e turberanno la tranquillità di Serizawa (Ken Watanabe), scienziato giapponese, da sempre alla ricerca di Godzilla, in coppia con Vivienne Graham (Sally Hawkins). Mentre il mostro è inseguito nel Pacifico dall’ammiraglio Stenz (David Strathairn), con il compito di frenarne  la corsa verso le coste statunitensi anche adottando soluzioni radicali, Serizawa soffre la responsabilità di prendere la decisione più corretta dal punto di vista scientifico. Toccherà a Ford di gettarsi, anche fisicamente, nell’impresa disperata di risolvere la situazione. Ma tutto resta comunque nel potere straripante di Godzilla. Nel ventre della Terra forze terribili, mutanti, hanno preso vita dall’evolversi nucleare e il dinosauro atomico dovrà liberarsene, non tanto per salvare le sorti del Pianeta, quanto, e ancor prima, per mantenere in vita se stesso. Ecco cosa vuole Godzilla. Forse il futuro del mondo  non dipende più dagli uomini, è in atto un amorale e mortale gioco tra mostruosità tecnologiche, rispondenti a se stesse, irriguardose dell’umanità. I 60 anni trascorsi dalla nascita di Godzilla non hanno portato nulla di Positivo, se non la coscienza di una probabilità terrificante, sostanziata dalla radicale indifferenza della Tecnica verso le nostre sorti. Di fronte a una simile condizione aprospettica, il compito dei realizzatori, specie per la parte essenziale affidata agli effetti speciali, era di “aggiornare” il carattere della figura non azzerandone la tangibilità vitale. Il risultato è stato raggiunto affidando il lavoro digitale ad Andy Serkis, mago della cattura dei movimenti (Il Signore degli anelli), e ai ri-creatori del ruggito potente e feroce di Godzilla, Erikk Aadahl e Ethan Van der Ryn, i quali hanno saputo rispettare lo spirito dell’originale, inventato nel ’54 da Akira Ifukube, strofinando un guanto ricoperto di resina sulle corde di contrabbasso.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart