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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

24 Maggio 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

X-Men – Giorni di un futuro passato

X-Men: Days of Future Past
Regia Bryan Singer
Sceneggiatura Simon Kinberg
Fotografia Newton Thomas Sigel
Attori Hugh Jackman, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Patrick Stewart, Ian McKellen, Halle Berry, Anna Paquin, Ellen Page, Peter Dinklage, Nicholas Hoult, Omar Sy, Shawn Ashmore, Evan Peters, Daniel Cudmore, Lucas Till, Fan Bingbing, BooBoo Stewart, Josh Helman, Evan Jonigkeit, Adan Canto.

Gli X-Men configurano un mondo che poggia su un’istanza fondamentalmente filosofica. La chiameremmo dell’Oltre. L’impulso a varcare la soglia del saputo per inoltrarsi nell’ipotesi – futuro o passato che sia – non verificata e/o non verificabile in senso realistico può portare a discorsi di fede (religioni e altro) o a ricerche metodologiche che utilizzino strumenti di vario tipo – siano tecniche specificamente approntate o materiali provenienti dalle più diverse sfere della cultura -, tendenti comunque a ipotizzare una realtà rispondente a necessità espansive, magari a partire da visioni intersoggettive. Pensiamo a una specie di elastico che, di volta in volta, ci proietti – per così dire – in avanti rispetto alla situazione contingente (non vaga, s’intende, ma convenzionalmente stabilita) e ci faccia ritrarre poi nel recinto da cui ci siamo mossi, constatata l’impossibilità di mantenere l’adeguata pertinenza del discorso. Sarà l’elastico in sé a proporsi e finalmente a essere la ragione stessa della ricerca, del metodo. Futuro e Passato, ad esempio, smetteranno di essere vere entità, potranno divenire riferimenti simbolici per un discorso di indagine della prospettiva che il senso dell’esistere intenderà tracciare a seguito dell’invenzione storica del tempo e cioè della civiltà. O meglio del mito della civiltà, poiché la storia è racconto.  Non a caso i protagonisti della serie tratta dai fumetti provenienti dall’originaria ideazione di Stan Lee e Jack Kirby (1963) vantano come loro principale caratteristica di essere, per via di anomalia genetica, mutanti.  Ed è tale capacità trasformistica, o dell’andare Oltre, a causare il conflitto con quella parte di umanità che non vede di buon occhio la mobilità qualitativa intrinseca degli X-Men. La loro speciale oltranza trova ostacoli nel razzismo e nella paura della diversità (o addirittura della diversificazione). Il film di Bryan Singer arriva ultimo della serie cinematografica aperta dallo stesso regista newyorkese  (X-Men 2000). A quel primo lavoro si sono aggiunti altri cinque “seguiti”, due dei quali diretti ancora da Singer (X-Men 2 2003 e X-Men – L’inizio 2011). Ora infine vediamo esplicitarsi l’istanza definitiva del team di supereroi con un richiamo alle energie ultime verso la ricongiunzione con l’epoca primaria che vide ciascuno di loro nella fase giovanile. Da un lato è l’ammissione della necessità di revitalizzare l’energia dell’origine e dall’altro è la conferma rafforzativa della “bontà” intenzionale – filosoficamente, diremmo del metodo – in funzione della “salvezza” del mondo. La quale non avrebbe senso fuori dall’ “elastico” passato/futuro, a cavallo del perimetro di pertinenze determinato dalla Storia. Ottime presenze nel cast, i protagonisti impegnati nei doppi ruoli: Hugh Jackman Logan/Wolverine, James McAvoy Charles Xavier/Professor X giovane, Jennifer Lawrence Raven/Mystique, Ian McKellen Erik Lehnsherr/Magneto, Halle Berry Ororo Munroe/Tempesta, Anna Paquin Marie/Rogue, Ellen Page Kitty Pryde/Shadowcat, Nicholas Hoult Hank McCoy/Bestia, Shawn Ashmore Bobby Drake/Uomo Ghiaccio, Evan Peters Peter Maximoff/Quicksilver, Daniel Cudmore Peter Rasputin/Colosso, Fan Bingbing Clarice Ferguson/Blink. Indispensabile l’ “autorizzazione” di Patrick Stewart nella parte del Professor X, memoria e intuizione. Il 3D non aggiunge senso e però non guasta, dato il background.

Le Meraviglie

Le Meraviglie
Regia Alice Rohrwacher, 2014
Sceneggiatura Alice Rohrwacher
Fotografia Hélène Louvart]
Attori  Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani, Monica Bellucci.

Vivere di apicoltura, marmellate e pomodori. In una campagna tra Umbria-Lazio e Toscana dove si respira ancora aria di Etruria, Wolfgang (Sam Louwyck) uno straniero, vagamente anarchico, forse belga o tedesco, governa il suo regno privato. In un vecchio casale vivono con lui la moglie Angelica (Alba Rohrwacher) e quattro figlie. La più grande, Gelsomina (Maria Alexandra Lungu), ha 12 anni o poco più. Le api passeggiano sulla sua pelle in fiore. Nel covo di sopravvivenza – “Il mondo sta per finire”, dice Wolfgang – c’è anche Cocò, amica “testimone” ospite (Sabine Timoteo), e approda un ragazzino tedesco, spedito lì per ragioni di “rieducazione”.  Gelsomina è la più brava a gestire la microazienda informale, il padre la lascia fare e la considera addirittura capofamiglia, erede della propria utopia. Tutto sembra funzionare, fuori dal contesto esterno, dalle regole che governano l’economia dei “prodotti” e del successo. Ma si profilano difficoltà serie quando l’Unione Europea ammonisce sulla necessità di ristrutturazione del laboratorio e mentre intorno la pratica dei diserbanti minaccia le api. L’arrivo di una troupe televisiva, alla caccia di “genuinità” locali da premiare nel programma “Il paese delle meraviglie”, attrae l’attenzione di Gelsomina. La bambina è anche affascinata dalla conduttrice, la fata bianca Milly Catena (Monica Bellucci), figura dall’aspetto ambiguo, veicolo inconsapevole quanto ingannevole di “tenerezza”,  estremo anello di trasmissione B-mitologica del misero portato mediatico della civiltà illusoria. Wolfgang, burbero ma impotente, non vorrebbe essere coinvolto. Gelsomina lo inganna e iscrive la famiglia al concorso-spettacolo. Implacabile, la Storia sarà crudele. Proprio nei giorni scorsi è uscito nel circuito italiano Alabama Monroe il film belga di Felix Van Groeningen che ha conteso l’Oscar a La grande bellezza. Mascherato da noi come “Una storia d’amore” (così il sottotitolo per le nostre sale), The Broken Circle Breakdown (questo il titolo originale) veicolava in forma critica un’istanza utopica non molto dissimile da quella propostaci da Alice Rohrwacher. E’ il segno di una circolazione di idee riflessive che, specie nella vecchia Europa, tracciano in questo momento una linea contestativa da non prendere sottogamba rispetto alle incertezze profonde dei destini mondiali. Restando in ambito cinematografico, non si può dimenticare la lezione di Ermanno Olmi (impianto ideologico a parte), né quanto di esteticamente fruttifero lasciatoci da Roberto Rossellini e dalla scuola “Verità” francese. S’innesta qui lo sguardo critico necessario per la visione complessiva del film, dove ovviamente la forma del contenuto va insieme a quella dell’espressione. Se il realismo rosselliniano sfociò più di una volta e paradossalmente in espressioni fiabesche, lo sguardo della Nouvelle Vague, lasciando più libero il cineocchio, ridusse a normalità le eccezioni della sceneggiatura e valorizzò proprio l’eccentrico “casuale” emergente nel quadro. Fu un nuovo “respiro” del cinema, con cui l’arte volle associarsi alla svolta moderna degli anni Sessanta. Nel film della Rohrwacher, alla seconda prova dopo l’esordio del 2011 ben accolto alla Quinzaine di Cannes e premiato col David di Donatello, il piano espressivo acquista progressivamente importanza, in un cammino estetico che, dall’inizio alla fine, lascia emergere l’accentuarsi della consistenza metaforica implicita, delle immagini più ancora che del racconto. L’andamento quasi “documentario” della prima parte, con la descrizione dell’ambiente, la coltura delle api, il laboratorio per il miele ecc., insieme al comportamento delle singole persone in quello strano contesto rurale, antico/museale e primitivo/moderno nell’ansia di un impossibile recupero d’autenticità, lascia il posto al viaggio metafisico della singolarità dettagliata, al vivere “interno” di Gelsomina (oh Fellini!), proiettato verso un Oltre quasi-impossibile e così sognante quanto inversamente particolare (nel senso proprio di parte di un tutto non dicibile). Si perde in tale “sconfinamento” anche il senso della possibile storiellina d’amore di Gelsomina con il ragazzo tedesco, afasico e sfuggente. A questo livello, la regìa si lascia prendere la mano, assegnando alle immagini singole compiti ardui e troppo allusivi, per cui il film si adagia su un’immagine finale riduttiva rispetto alla propulsività iniziale. [In concorso al Festival di Cannes 2014]

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart