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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

14 Giugno 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

The Congress

The Congress
Regia Ari Folman, 2013
Sceneggiatura Ari Folman
Fotografia Michal Englert
Attori Robin Wright, Harvey Keitel, Jon Hamm, Paul Giamatti, Kodi Smit-McPhee, Ganny Huston, Sami Gayle, Michael Stahl-David, Michael Landes, Sarah Shani.

«Benvenuta ad Abrahama City, signorina Wright». Robin Wright (Robin Wright nella parte di una “se stessa” non più se stessa, trasformata, scannerizzata, digitalizzata e infine “disegnata” in un fumetto/verità molto speciale) viene accolta al Congresso Futurista che si tiene in un posto “riservato all’animazione”: basta una fiala e si apre un mondo a parte, precisamente la parte dove trionfa la “verità della chimica”, la realtà allucinatoria contrapposta all’altra parte, di quelli che sono rimasti legati alla “realtà”, poveri e diseredati. Robin vive il passaggio come un incubo, tenta di reagire, ammonisce dal palco: «La vostra coscienza vi divorerà». La portano via. Ridotta quasi a un sottile tratto di matita, l’animazione (Ari Folman è lo stesso regista dell’acclamato Valzer con Bashir, esordio del 2008) è piena di  fiori e beatitudini conturbanti e trasognate, ma Robin non abbandona il sentimento di madre, cerca il figlio Aaron col suo aquilone, cerca un recupero verso la figlia Sarah che ormai è una naturalista. La sua allucinazione è così forte che per salvarle il futuro la congelano per 70 anni. Al risveglio, potrà tornare ai ricordi d’infanzia, agli inizi degli anni ’80. Ritroverà Aaron? Il bambino che andava verso la sordità e la cecità (Sindrome di Usher) cerca la sua mamma, i loro viaggi s’incrociano in un viavai fantastico, drammatico e “storico”. Se ad Abrahama tutto sembra una grande festa,  in una realtà mentale liberata chimicamente dagli egoismi, dalle violenze e dalle guerre, quella nuova condizione non è poi così diversa. Lo spiega il Dott. Barker (Paul Giamatti), l’otorinolaringoiatra di Aaron, quando vede ricomparire Robin nel mondo “reale”: «Non è cambiato niente, prima mascheravamo la verità con gli antidepressivi, adesso la reinventiamo noi la verità. L’unica scelta è aspettare la morte qui o usare allucinogeni dall’altra parte». Prospettiva non allegra, altro che libertà. Dilemma terribile, chiuso, una provocazione che non lascia prospettiva. Dev’essere anche la ragione per cui la seconda parte del film, quando viene fuori il Mentale allucinatorio e il cinema si fa disegno, è stata misteriosamente trascurata, o giudicata “confusa”, nelle letture critiche da Cannes (Quinzaine des Réalizateurs, 2013). Di certo, l’approdo sull’altra faccia della luna, nella verità della chimica, non è narrativamente casuale. Tutta la prima parte del racconto (dal romanzo ”Il congresso di futurologia”, di Stanislaw Lem) è dedicata all’idea, ormai nemmeno tanto più fantascientifica, della possibile digitalizzazione della realtà, umani compresi. Per esempio, attori del cinema. A Robin, attrice giunta al bivio del viale del tramonto dopo una carriera piena di “errori”, viene proposto di donare ai posteri la campionatura della propria immagine: continuerà a vivere sugli schermi senza più dover essere concretamente presente sul set. Il compito di convincerla sarà soprattutto del suo agente Al (Harvey Keitel), lei sarà per sempre la Bottondoro de La storia fantastica, la Jenny di Forrest Gump! Il cinema sarà una vecchia storia, la ditta Miramount Nagasaki segnerà la nuova era. Guarda un po’, l’ultimo film di Jean-Luc Godard in concorso a Cannes (2014) senza speranza di vincere, s’intitolava Adieu au langage.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart