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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

21 Giugno 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Tutte contro di lui – The Other Woman

The Other Woman
Regia Nick Cassavetes, 2014
Sceneggiatura Melissa K. Stack
Fotografia Robert Fraisse
Attori Cameron Diaz, Leslie Mann, Kate Upton, Nikolaj Coster-Waldau, Nicki Minaj, Taylor Kinney, Don Johnson, Deborah Twiss, Madison McKinley.

Non così “leggero” come potrebbe sembrare. Erede di alcuni aspetti della genialità cinematografica “europea” del padre John, Nick Cassavetes (1959), attore multiforme e partecipe appassionato nei ruoli – a cominciare dalla presenza in Maritie Una moglie firmati dal genitore negli anni ’70, fino al duetto spaziale con Johnny Depp in  La moglie dell’astronauta di Ravich Rand 1999 -, è stato fin dall’esordio (She’s So Lovely 1997) regista cosciente dell’interno legame tra commedia e dramma e dell’importanza dell’ambiente famiglia nel collegamento più generale con le vicende e con le situazioni sociali (John Q 2002, Le pagine della nostra vita2004, Alpha Dog 2006, La custode di mia sorella 2009, Yellow 2012). Se il problema droga, ricorrente, assume a volte connotati di “stupidità”, in quest’ultima prova è proprio la qualità “evanescente” dei comportamenti a dimostrare il carattere sublimato di una provocazione molto attuale. Mentre sembra che la vita venga presa “alla leggera” un po’ da tutti i personaggi, è proprio la loro disinvolta disponibilità alle conseguenze anche più spiacevoli a rendere possibile e internamente verosimile il loro destino “contemporaneo”, legato ai parametri aperti della stessa vita associata riconoscibile facilmente dallo spettatore. Insomma siamo tutti un po’ stupidini e forse un po’ responsabili, ma possiamo riattingere al pozzo della saggezza comune semplicemente attivando alcuni meccanismi che a prima vista sembrano assurdi per la loro valenza paradossale. Mark King (Nikolaj Coster-Waldau) non ha certo un’aria seria, se la spassa da una ragazza all’altra, ciascuna delle quali si limita esplicitamente a godere dello spasso momentaneo accanto a quell’uomo affascinante, ancora giovane e spensierato.  Qualche volta può succedere che la compagnetta di turno venga a sapere dello stato civile (sposato) del bel ragazzone, ma in fondo tutto scivola come la pioggia sul vetro, belle macchine, appartamenti accoglienti, vita metropolitana di lusso come fosse un film. Il meccanismo s’inceppa quando nella catena piacevole entra un anello un po’ diverso. Una certa Carly, semiattempata bionda dal fisico eccellente (Cameron Diaz), avverte l’incipienza  di una certa vocazione alla scelta definitiva e, guarda un po’, trova sulla propria strada esattamente quel Mark, così leggero. Cortocircuito non evitabile. Incontro fantastico, il problema è la moglie. Kate (Leslie Mann), poveretta, ha vissuto sempre all’oscuro, credendo che le assenze di Mark fossero dovute a impegni di lavoro. Dramma? Sì, ma sotto traccia. La chiave di volta infatti è nel paradosso che traduce in commedia ogni disperazione laddove, beninteso, il contesto renda possibile e credibile la traduzione verso il divertimento. Ferma restando la “stupidità” obbiettiva, i conti finiranno per tornare. Invece di litigare, Carly e Kate cercano punti in comune e addirittura uniscono al team “Vendetta” una terza associabile, Amber (Kate Upton), la più vistosa e “leggera”, ideale per completare il carattere di esemplarità del quadro sociologico.  Potrà mai farcela il povero Mark a salvarsi dai trabocchetti delle simpatiche persecutrici? In fondo, qualsiasi soluzione andrà bene, la “stupidità” della vita ha pure un che di serio, a saperlo vedere.

Synecdoche, New York

Synecdoche, New York
Regia Charlie Kaufman, 2008
Sceneggiatura Charlie Kaufman
Fotografia Frederick Elmes
Attori Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine Keener, Emily Watson, Dianne Wiest, Jennifer Jason Leigh, Hope Davis, Tom Noonan, Lynn Cohen, Sadie Goldstein, Daisy Tahan.

Arriva sui nostri schermi con sei anni di ritardo dopo la partecipazione a Cannes (concorso 2008) l’esordio alla regia di Charlie Kaufman, sceneggiatore di film di notevole impegno, come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 1999 e 2003), Confessioni di una mente pericolosa (George Clooney , 2003), Se mi lasci ti cancello(Gondry Michel, 2004). La tematica di partenza può sembrare banale, risaputa: il teatro è vita, la vita è teatro. Ma sarebbe come dire che Shakespeare – To be, or not to be – è banale. Il titolo già mette in guardia e invita a una lettura non sbrigativa dell’impianto narrativo. La vita del regista teatrale Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), pur restando singolare al proprio livello come la vita di ciascuno, è anche la vita di un newyorkese contemporaneo e ci racconta un insieme di situazioni che rappresentano – la parte per il tutto – le condizioni possibili e/o probabili del vivere nella metropoli statunitense. E non solo del vivere nella metropoli, ma dell’esistenza della metropoli. E si sa che, convenzionalmente, New York è considerata la mela di un frutteto ormai universale. Ora, si sa anche come sia rischioso, dal punto di vista della ricerca del senso, tradurre un racconto, o pur soltanto una scena di una traccia narrativa, specie se in vista della sua realizzazione teatrale, nella propria metafora, giacché la traduzione implica necessariamente l’apporto creativo del lettore, o se preferite dell’interprete o del fruitore. Non a caso per l’identificazione con Cotard viene chiamato un attore come Seymour Hoffman, la cui capacità estensiva e critica s’è dimostrata immensa in un numero di prestazioni che non è nemmeno il caso di elencare parzialmente. Si tratta di consegnare all’attore il destino del protagonista. E’ ciò che avviene in ogni film, direte. Ma qui il protagonista affronta una crisi di sé talmente progressiva e coinvolgente da chiamare la partecipazione del contesto inteso come vita “reale” rappresentabile. Il problema è che Cotard ha la pretesa di togliere le virgolette alla “realtà”. Prende atto di essere a New York, assume in piena coscienza la rappresentatività di un ritaglio semicasuale del paesaggio urbano, scelto appunto per semplice contiguità e trasformabile in universo. Direte altresì che il mettersi in scena volendo con ciò raccontare se stessi con la pretesa di parlare di tutti non è certo  una novità e neanche, di per sé, una bella novità. Ma il punto di tale possibile impasse (e del pericolo della sua banalità) è risolto da Kaufman chiedendo all’attore di rendersi disponibile fino alla sofferenza vera di una parte in scena che, lungi dall’uscire dalla scena (ossia dal divenire o-scena), si mantiene in sé, fino a morirne come parte, fino a consegnare al set l’immagine del film nel suo farsi, fino a “impedire” al cinema di tradirsi e di cancellare la propria finzione. Cotard, abbandonato dalla moglie Adele (Catherine Keener), pittrice in cerca di mostre europee, e devitalizzato sul versante di ulteriori rapporti – con l’attraente Hazel (Samantha Morton) si vede subito che non funzionerà – resta presto solo con se stesso, col proprio corpo che pare andare in disfacimento. Così, cerca rifugio negli spazi di una fabbrica abbandonata, abbastanza grande da costruirvi una scena che possa prendere e riprendere vita, ravvivare non la biografia dell’autore bensì dare continuità all’esistenza. E comincia la ricerca di un Doppio impossibile eppure presente e vivo, con i difetti e le imperfezioni del Doppio, sapute in anticipo e tuttavia azzardate in piena consapevolezza, fino a toccarne il pieno paradosso. Lo spettatore diviene corpo interessato nell’ipotesi di una messa in scena irrealizzabile, una rappresentazione di sé i cui frutti il Tutto è destinato a coltivare in sé. I limiti della crescita e/o dell’implosione non sembrano determinabili.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart